4.2. L’urlo di Pasolini

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La sera del 22 settembre del 1962, alla prima romana di Mamma Roma, Pasolini prende a schiaffi un giovane studente di estrema destra che gli urlava «Pasolini, in nome della gioventù nazionale, ti dico che fai schifo». Lo studente reagisce e a sua volta colpisce Pasolini, dando soddisfazione, ad esempio, a Lo Specchio che intitola un articolo (di rara volgarità e tetro godimento) Hanno battuto le mani a “Mamma Roma” sulla faccia di Pasolini. In quelle poche righe, l’anonimo articolista racconta di un Pasolini picchiato, salvato solo dall’intervento di Sergio Citti («che si notava per la particolare distinzione») e infine ritiratosi tra le fila dei suoi sodali «Laura Betti, l’attore dalla faccia di mattone Ettore Garofalo, Pietro Murgia, l’assistente alla regia Banchero, il regista Bertolucci con Adriana Asti e ultimo Alberto Moravia». Vengono pubblicate tre fotografie, due con Pasolini (nell’atto di sferrare il suo colpo e tramortito dal colpo dell’altro) e una con Sergio Citti che si getta a peso morto sullo studente, atterrandolo.

A guardarle oggi, quelle foto, Pasolini non è, come vorrebbero i redattori di quelle pagine, il debole frocio, l’esangue intellettuale, il noioso comunista che poi, dopo averle prese di santa ragione e aver tentato «di reagire con poco profitto», se ne va con gli amici al party offerto da Anna Magnani per festeggiare l’uscita del film (ci sarebbero già abbastanza elementi per uno studio socio-politico-culturale del nostro cinema…). A guardarle oggi, Pasolini è come l’avremmo voluto sempre vedere: teso, pronto a scattare, incapace di porgere l’altra guancia, inadatto alle iconografie da Ecce Homo, servo umile delle verità scomode, concentrato di tutto ciò che di minoritario o contraddittorio può esistere. Non c’è, nella fotografia del Pasolini picchiatore, nessuna voluttà nella sofferenza, nessun nemico nascosto, nessuna conoscenza certa priva di prove, ma c’è la ribellione del corpo, negli occhi semichiusi dietro gli occhiali spessi, nei denti digrignati che cancellano le spigolosità familiari del viso (così evidenti, invece, nell’immagine del Pasolini colpito), nel piccolo pugno fermato lontano dal suo bersaglio.

Prima ancora che Mamma Roma uscisse, Pasolini scriveva su Vie Nuove che quel film gli dava la sinistra impressione di non potersi permettere di sbagliare mai un’opera e gli riportava nell’animo l’infantile paura «di essere condannato innocente». Quello che prova di fronte a questo assalto di timori è «un senso di rivolta, di ripugnanza, di esasperazione che non ha equivalenti: qualcosa che non si può esprimere se non nell’urlo bestiale, nella furia epilettica». Eppure questi sentimenti Pasolini li vuole dominare e li vuole «riordinati subito, com’è mia antica abitudine, in pensieri, in sforzo di capire: in amore, infine». Quel che gli manca, e gli facilita il compito di riordinare i sentimenti, di trattenere l’urlo bestiale, è la possibilità effettiva di trovarsi faccia a faccia con il nemico, che invece d’improvviso gli si para davanti al Quattro Fontane. E Pasolini lo picchia. Lo Specchio non lo scrive, ma Pasolini ha preso a schiaffi uno studente e non se ne pente. Sempre su Vie Nuove, si sfoga così, a distanza di tre mesi dal primo articolo su Mamma Roma:

Dovrei vergognarmi di quella mia reazione improvvisa, degna della giungla: sono “partito per primo”, come dicono i tanto disapprovanti ragazzacci del suburbio, e gli ho dato un “sacco di botte”. Dovrei vergognarmi, e invece devo constatare che […] provo una vera e propria soddisfazione: finalmente il nemico ha mostrato la sua faccia, e gliel’ho riempita di schiaffi, com’era mio sacrosanto diritto.

Pasolini, che solo pochi mesi prima scriveva di ritenere ancora valido «il metodo di lotta di Cristo: la non violenza, la mitezza, la persuasione», si trasforma in picchiatore, anche se solo per un attimo e poi toccherà a Sergio Citti fargli vedere come si lotta corpo a corpo, per terra. Ma in quell’attimo è esploso l’urlo brutale, hanno prevalso la rivolta, la ripugnanza, l’esasperazione; e a guardarlo fisso, in quella posa inusuale, torna in mente la fine di Teorema:

 

È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
– tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia –
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
È un urlo che vuole far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all’ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,
dentro a cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.

 

C’è molto del ‘monumento’ Pasolini in queste parole, ma se le rileggiamo avendo negli occhi il Pasolini furioso delle Quattro Fontane, quasi davvero gioiamo di quella momentanea incapacità a «dominare», a «riordinare», di quella fulminea sospensione dell’«amore, infine» e ci sembra di riuscire a protrarre quell’urlo isolato oltre ogni possibile fine…

 

Bibliografia

P.P. Pasolini, Teorema, Milano, Garzanti, 1968.

P.P. Pasolini, ‘Come un incubo dell’infanzia’, Vie Nuove, 28, XVII, 12 luglio 1962, ora in Id., Le belle bandiere. Dialoghi 1960-65, a cura di G.C. Ferretti, Roma, Editori Riuniti, 1977, pp. 207-210.

P.P. Pasolini, ‘Sfogo per «Mamma Roma»’, Vie Nuove, 40, XII, 4 ottobre 1962, ora in ivi, pp. 227-232.

s.a., ‘Hanno battuto le mani a “Mamma Roma” sulla faccia di Pasolini’, Lo Specchio, 23 settembre 1962.