4.1. Storia orale come metodologia: proposte, problematiche e prognosi

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Come il cinema, la storia orale è il risultato di una combinazione di teoria e prassi. La metodologia della storia orale apre, potenzialmente, nuove strade di ricerca per gli studi cinematografici e divistici, ed è stata applicata con grandissimo successo, ad esempio, nell’ Italian Cinema Audiences Project. In questo intervento cercheremo di individuare (e anche di problematizzare) la storia orale sia come metodo generale che nella sua applicazione specifica al cinema, muovendoci nel contesto italiano, sottolineando l’aspetto della performatività e riflettendo sulla combinazione di teoria e prassi nel nostro lavoro come direttrici della Bronx Italian American History Initiative alla Fordham University.

Fondata nel 2016, la Bronx Italian American History Initiative (BIAHI) è un progetto di storia orale interdisciplinare e collaborativa che ricerca e ripercorre la storia degli italiani e degli italo-americani nel Bronx del ventesimo secolo. Co-direttrici del progetto sono la dott.ssa Kathleen La Penta (Modern Languages and Literatures) e la dott.ssa Jacqueline Reich (Communication and Media Studies), con l’appoggio e la collaborazione del Dott. Mark Naison (African and African American Studies) [fig. 1].

BIAHI ha come obiettivo la scoperta delle narrazioni personali degli abitanti del Bronx tramite la creazione di un archivio digitale di video-interviste che verranno catalogate e codificate sistematicamente e messe in rete. Scopo del progetto è documentare e mappare i luoghi nei quali gli immigrati italiani si stabilirono, vissero e lavorarono, e indagare come essi interagivano con altri gruppi etnici nel momento in cui il loro status razziale si trasformava. La collaborazione con il Bronx African American History Project, diretto dal Dott. Naison, aiuterà a collocare l’esito della ricerca, cioè le testimonianze in forma di video-interviste, in un tessuto di multi-etnicità e quindi a sviluppare una comprensione approfondita delle relazioni tra i quartieri del Bronx dove abitavano gruppi diversi come gli ebrei, gli irlandesi, gli italiani, i Latino e gli afro-americani.

L’archivio pubblico digitale e interattivo di video-interviste permetterà di indagare e analizzare i procedimenti attraverso i quali gli individui ricostruiscono e ricordano le loro storie di vita nel contesto della razza e delle relazioni multi-etniche. Ci sono due motivi per cui gli italo-americani del Bronx costituiscono un buon soggetto per questo percorso di studio: in primo luogo sono un gruppo esemplare di immigrati che è passato dall’alterità, cioè dall’essere considerati non completamente bianchi, all’integrazione nel corso del ventesimo secolo mentre altri gruppi, come gli asiatici e i Latino, rimangono marginalizzati ancora oggi; in secondo luogo il Bronx, in particolare quartieri come Belmont e Morris Park, rimane legato all’identità italo-americana nonostante gli spostamenti demografici enormi che hanno avuto luogo in questi stessi quartieri. Nel 1940, gli abitanti del Bronx nati in Italia costituivano il 5 % (71.903 per essere precisi) della popolazione intera del Bronx, mentre nel 2000 erano solo lo 0,6 % (9.142).

Lo scopo non è soltanto la conservazione della memoria collettiva di una comunità particolare, anche se è questa spesso l’idea alla base di molti progetti di storia orale. L’obiettivo è quello di raccogliere e interpretare. Tramite metodi di analisi qualitativi e quantitativi, si studieranno le narrazioni pubbliche e private e la maniera in cui queste storie si confrontano con le questioni di razza, genere, classe e identità culturale.

 

1. Contesto storico

Nel primo Novecento gli italiani che si stabilirono nel Bronx erano costituiti da due gruppi principali: gli immigrati che erano arrivati anni prima ma che si erano stabiliti a Manhattan, per la maggior parte nelle zone che oggi si chiamano Midtown East e Harlem East, e le masse dei nuovi arrivati che sbarcavano sempre di più. Soprannominato ‘The Little Italy of the Bronx’ (cioè la Little Italy del Bronx, in contrasto con l’omonimo quartiere che si trova in centro a Manhattan), il quartiere di Belmont rimane il centro culturale ed economico italo-americano del Bronx, ma ben altri nove quartieri (di nome Villa Avenue, Williamsbridge, Melrose, Soundview, Bedford Park, Morris Park, Pelham Bay, City Island e Castle Hill) sono stati individuati come enclave che in momenti diversi nel secolo scorso avevano una maggioranza di abitanti di origini italiane. Queste zone, che si trovano nel nordest del distretto del Bronx, prosperarono fino agli anni Cinquanta, l’epoca in cui quartieri come Morris Park e Pelham Bay venivano anche fortemente caratterizzandosi come italiani. Come molte zone del Bronx, questi quartieri subirono cambiamenti demografici significativi nei primi anni Sessanta, quando molte famiglie cominciarono a trasferirsi per comprare case più grandi in periferia, a nord (Westchester), a est (Long Island) e a ovest (New Jersey), mentre gli afro-americani e i Latino cominciarono ad arrivare nei quartieri che prima erano stati considerati esclusivamente italiani.

 

2. Perché la storia orale?

Perché la storia orale come metodologia? La storia orale comporta un procedimento interdisciplinare e dialogico che unisce la pratica alla teoria (Ritchie 2014, p. 13). La pratica – l’intervista – conduce alla teoria, ovvero all’analisi e interpretazione dell’intervista. Essendo una prassi che fornisce poi un prodotto materiale, la storia orale si contraddistingue dagli altri metodi di ricerca qualitativa. Non si può separare la pratica (l’intervista) dal momento teorico (l’interpretazione di essa), e dunque si rende necessaria un’indagine non solo di «ciò che viene detto, ma anche della maniera in cui lo si dice e del suo significato nel contesto in cui viene raccontato» (Abrams 2016, pp. 1-3).

Di rilevanza particolare per questo progetto sono le radici della storia orale nella tradizione italiana: la cultura orale folclorica, le vite dei santi e la tipologia di racconto che risale alla prima prosa di Boccaccio nel Decameron. Luisa Passerini e Alessandro Portelli, due studiosi pionieri della pratica e della teoria della storia orale, provengono dalla tradizione storiografica italiana, che predilige l’analisi dei documenti archivistici. Sia Passerini che Portelli difendono rigorosamente la validità e la pertinenza delle fonti orali, riconoscendo che, anche se esse forniscono una storia diversa e qualche volta contradditoria – una storia per lo più incentrata sulla memoria e sul significato dei fatti piuttosto che sul fatto stesso –, si tratta comunque di una storia che vale la pena recuperare. Portelli scrive: «La diversità della storia orale consiste nel fatto che le frasi “errate” che vengono pronunciate sono comunque vere psicologicamente, e che questa verità psicologica ha un’importanza tale e quale a quella dell’attendibilità storica» (Portelli 2016, p. 53). Gli studi che Passerini e Portelli hanno pubblicato alla fine degli anni Settanta hanno avuto l’effetto di spostare l’asse del discorso dalla conservazione del documento al documento stesso, cioè alla narrazione e all’analisi di quest’ultimo.

Nell’eseguire le interviste di storia orale, BIAHI indagherà gli aspetti soggettivi e spesso contradditori dei contesti sociali e del modo in cui vengono filtrati dalla memoria individuale. Si studieranno i codici etici, le convinzioni religiose, il sesso, i ruoli familiari, la razza e le relazioni multi-etniche – ciò che Passerini definisce «le costruzioni immateriali». Non intendiamo produrre la storia dei protagonisti, le cui vite celebri – o comunque degne di nota – vengono raccontate dai romanzi e dai film, ma documentare le storie quotidiane, a volte banali, delle persone che vivevano e lavoravano nei quartieri di cultura italiana nel Bronx. A questo scopo raccoglieremo dati empirici tramite le video-interviste, e, individuando i campioni con i quali gli italo-americani ricostruiscono il proprio passato «razziale/razzializzato» (racialized), svolgeremo un’analisi sintomatica.

Le interviste si prestano spesso a una forma di autobiografia narrativa ‘imparata a memoria’. A parte le questioni di attendibilità, è anche difficile interrompere i silenzi che si nascondono dietro le versioni codificate del passato. Come l’autrice Louise DeSalvo osserva nel racconto autobiografico Color: White/Complexion: Dark, il silenzio è un fenomeno culturale. Infatti la parola «omertà» presuppone un silenzio comune e implicito inteso a salvaguardare il passato di un gruppo di persone. Nell’esaminare le video-interviste, BIAHI riflette sulle componenti orali e visive di questi atti comunicativi (speech acts). Studiamo l’atto di raccontare dentro una cornice discorsiva che comprende l’intonazione, il volume, il ritmo e la velocità della voce, qualità che possono arricchire la struttura verbale e che quindi forniscono mezzi per l’analisi dell’espressione emotiva. La componente visiva delle interviste presenterà una risorsa in più – mentre i momenti del silenzio verbale vengono spesso documentati come non espressivi nei testi scritti e nelle registrazioni audio, nel filmato essi rivelano i segnali del linguaggio del corpo.

Registrando e conservando le video-interviste in una piattaforma in rete e open access, BIAHI riconosce che la storia non ha padrone ma che, al contrario, le esperienze soggettive, quando vengono raccolte, formano un tessuto che nella sua complessità connettiva e anche contradditoria contribuisce in qualche modo alla conoscenza storica.

Le interviste sono delle performance che possiedono una concretezza corporea, con le quali intervistatori e intervistati partecipano alla creazione di una storia che viene poi resa pubblica. La performance rappresenta in sé un incontro e un dialogo tra chi chiede e chi risponde in cui si rievoca il passato del singolo individuo e della comunità a cui questi appartiene, insieme al passato così come è stato codificato nella conoscenza pubblica e globale (Pollock 2005, p. 3). Dopo l’11 settembre, l’enfasi sul legame tra il trauma e la storia orale – in particolare per le memorie personali degli eventi traumatizzanti – ha condotto molti studiosi a indagare l’aspetto emotivo della memoria e li ha spinti a prestare più attenzione alla percezione sensoriale e alle capacità di ricordare (Cave 2016, p. 94). La studiosa Lynn Abrams osserva come sia chi intervista che chi viene intervistato adotti uno stile particolare, che sia conscio o inconscio, che viene poi riprodotto nei gesti, nel modo di vestirsi, nei cambiamenti di timbro, nel linguaggio e, infine, nell’accento. Nel caso della BIAHI troviamo il mescolarsi tra l’italiano standard, i dialetti italiani regionali, l’inglese e lo slang del Bronx, elementi che vanno analizzati nel loro insieme: «[È necessario] riconoscere che ogni storia orale è una performance e comprendere che il significato oppure l’interpretazione della fonte sta non meramente nel contenuto di ciò che viene detto ma anche nel modo in cui viene pronunciato» (Abrams 2016, p. 22).

La natura dialogica e performativa della storia orale conduce alla consapevolezza della condizione di soggetto anche di chi intervista e del posizionarsi performativo dei nostri soggetti-intervistati [fig. 2]. La disciplina dei performance studies sarà alla base dell’approccio ermeneutico alle interviste: come verranno condotte, le domande che verranno poste, e soprattutto come si interpreterà e si presenterà l’archivio che andrà piano piano prendendo forma. In questo senso, le intervistatrici, le intervistate e gli intervistati sono tutti e tutte attori e attrici nella narrativa performativa che costituirà l’archivio di storia orale.

 

 

Bibliografia

L. Abrams, Oral History Theory, London-New York, Routledge, 2016.

M. Cave, ‘What Remains: Reflections on Crisis Oral History’, in R. Perks, A. Thomson (ed. by), The Oral History Reader, London-New York, Routledge, 2016, 92-103 (94).

L. De Salvo, ‘Color: White/Complexion: Dark’, in J. Guglielmo, S. Salerno (ed. by), Are Italian White? How Race Is Made in America, London-New York, Routledge, 2013, pp. 17-29.

L. Passerini, ‘Work Ideology and Consensus under Italian Fascism’, History Workshop 8, 1979, pp. 82-109.

D. Pollock, ‘Introduction: Remembering’, in Ead. (ed. by), Remembering: Oral History Performance, New York, Palgrave, 2005, 1-18 (3).

A. Portelli, ‘What Makes Oral History Different?’, in R. Perks, A. Thomson (ed. by), The Oral History Reader, London-New York, Routledge, 2016, 48-58 (53).

D. Ritchie, Doing Oral History, Oxford, Oxford University Press, 2014.