Duda Paiva, BLIND (2015)

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I found pain in the light and beauty in darkness.

 

 

Vi è un’immagine chiave nel densissimo e poetico Blind di Duda Paiva: quella che ci mostra una ‘figura’ di guaritrice ruotare su se stessa in una danza circolare, un vortice estatico che sembra far turbinare dal palcoscenico alla sala la ridda di motivi che l’artista brasiliano tesse e dipana lungo tutto lo spettacolo. La sequenza sembra inghiottire i nodi intrecciati fino a quel momento per scioglierli, lasciandoli sbozzolare fuori come farfalle dalle larve.

Corde, nodi, tessitura, bozzoli che dischiudono il creaturale: non sono solo immagini metaforiche dei procedimenti applicati, bensì anche gli oggetti scenici che incarnano la drammaturgia. Una drammaturgia dalle maglie perfettamente disegnate e insieme ‘larghe’, che tesse motivi lucidamente scelti ma lascia aperte possibilità molteplici di stratificazioni. Proprio come le corde presenti in scena, che si intricano e si dipanano grazie alle mani sapienti dell’artista, danzatore di formazione che trova nell’arte delle figure il terreno più fertile per la ricerca sul corpo nelle sue relazioni con la materia e con gli oggetti.

La corrispondenza tra immaginari evocati e materia scenica è impressionante. Un rincorrersi di immagini e di senso, mai esibito né compiaciuto, bensì affidato alla capacità associativa dello spettatore, provocata nelle sue potenzialità visionarie. Come spesso accade nel teatro di figura, la rappresentazione non si dà mai in quanto univoca, le prospettive si sdoppiano e si sovrappongono.

La cecità indicata nel titolo è il motivo che tematicamente sostanzia questa raffinata tessitura. Ma la cecità si dà sin dall’inizio insieme al miracolo. In un dialogo con alcuni spettatori invitati a sedersi ai lati del palcoscenico, l’artista racconta della malattia che lo ha colpito in età infantile, costringendolo a lunghi periodi di completa oscurità. I toni surreali – germinati dal dato biografico - ammantano la più che verosimile situazione di una visita medica: «Sono stato spesso in una sala d’attesa come questa». Scatta la sovrapposizione tra la storia evocata e la situazione teatrale.

Duda Paiva – il bambino, il marionettista, il performer, ma anche spettatore egli stesso di ciò che sta per accadere – attende una figura che lo guarisca. Non si tratta veramente di un medico bensì di una guaritrice. Sa che «lei è grande». Aspetta il miracolo.

E il prodigio va oltre quello letterale dell’essere guariti dalla malattia. Duda Paiva lavora sulle associazioni e sugli slittamenti; e così, se la sala d’attesa è anche quella degli spettatori, il miracolo che attende il protagonista ci viene presto incontro, coincidendo con quel che l’artista si accinge a farci ‘vedere’. Un luogo di miracoli, il teatro…?

 Blind di Duda Paiva © Patrick Argirakis

Sul palcoscenico nudo, oltre alle corde calate che attraversano lo spazio in varie direzioni o giacciono a terra arrotolate, campeggiano tre strutture luminose dalla forma a campana: simili a sottogonne in crinolina, potrebbero anche essere capanne, grandi abat-jour, alveari vuoti; forme cave che accolgono la luce di un racconto sostenuto dal buio.

 Blind di Duda Paiva © Patrick Argirakis

Duda Paiva porta un costume aderente in maglia con protuberanze irregolari: escrescenze evidentemente molto palpabili ma anche ‘figura’ dell’ossessione della malattia; amplificano per proliferazione quel bubbone all’occhio, causa di cecità, e diventano segni di un male più diffuso, di un’altra cecità. Il performer, che è anche soggetto drammaturgico, racconta che il problema è negli occhi: ha ‘cose’ dentro al corpo dalle quali deve essere guarito come dal male. L’ironia contrappunta il dramma: per evitare il prurito di queste cisti negli occhi, il dottore gli ha detto di prendere un limone, tagliarlo in due, spremerne il succo dentro l’occhio, poi un cucchiaio di miele: l’ha fatto – ma non è servito...

Il duplice nastro che intreccia vista dell’occhio e visione dello spirito è confortato da un dettaglio: l’artista porta occhialoni dalla montatura nera, segno del deficit visivo: ma le lenti non sono scure, lasciano vedere. Duda Paiva ci parla della sua esperienza concreta di una malattia fisica, ma anche di un’altra cecità e di un altro sguardo, di una dimensione che può riguardare tutti, anche coloro che si sentono rassicurati dalla apparente riconoscibilità del mondo.

A destra sul retroscena si intravvede una figura nera; funge come una sorta di macchina che produce scosse, bagliori. Il ritmo visivo è sostenuto da questi lampi nel buio, e l’oscurità è parte integrante del racconto drammaturgico, motore di visioni costruite a partire dal buio e non viceversa. Altrettanto visionaria è la genesi delle figure: le protuberanze nascondono pupazzi in gommapiuma che sono lo specifico della tecnica di Duda Paiva.

La sapienza delle tecniche di manipolazione di Duda Paiva, danzatore-marionettista, è notoria nell’ambito del ‘teatro delle figure’. Ma qui pensiamo anche all’anatomia delle immagini di Bellmer, alle sue Puppen dagli arti assemblati, alla proliferazione degli organi dei suoi disegni. Salvo che in Blind le visioni si incarnano grazie alla tecnica di manipolazione e diventano parte integrante del corpo dello stesso artista. Gli arti sembrano uscire smembrati, le asimmetrie rifanno l’anatomia; si genera un corpo grottesco del quale perdiamo le coordinate, che percepiamo come squilibrato e che pure mantiene il respiro dell’organico.

 Blind di Duda Paiva © Patrick Argirakis

Tali scompensi sono generatori di figure: lo sono letteralmente, poiché dal corpo del marionettista escono una creatura infantile, una figura femminile e una grande figura (la guaritrice, spaventosa e maestosa, sciamanica, di cui si diceva in apertura) composta assemblando il pupazzo e una delle strutture luminose.

Duda Paiva si illumina il viso con una pila, crea un gioco d’ombre nel quale la gonna diventa schermo, viene sollevata e si fa lampadario sul quale ingigantiscono le parti anatomiche. Le ombre hanno la stessa valenza dei bubboni: fantasmi, ossessioni (ma questi lampadari circolari sospesi ricordano anche dei bulbi oculari, fluttuanti come l’Occhio mongolfiera di Redon).

Il ritmo si fa più serrato, tribale, la voce si inabissa, la parola pulsa in formula rituale (un territorio di riferimento è la cultura afrobrasiliana Yoruba). L’umano espelle da una delle protuberanze la piccola creatura, rimane a guardarne l’involucro, poi la prende a calci. Il venire alla luce ci ricorda la sofferenza del creaturale nell’assumere una forma. Poi la tensione si distende in toni buffi: Duda raggomitola la creatura e la dà in braccio ad una spettatrice. Quindi ‘partorisce’ una seconda figura, femminile e tenerissima.

La danza ‘sciamanica’ con la guaritrice, dalla quale siamo partiti, è a nostro avviso il centro di questa creazione: lei si libra, prende il volo avvolta dal vuoto della gonna. Dal vortice nasce un corpo a corpo tra le presenze, che si placa nel buio improvviso. Coperto dalla gonna-telo, il corpo lascia ancora fuoriuscire arti disarticolati. La gonna si fa culla di un organismo smembrato. Duda Paiva nasconde il capo con la maglietta e poi dagli ultimi pezzi, staccati, compone una figura che prende in braccio ed esce. Siamo rapiti. Miracolo della vista che sollecita il cuore.

 

http://dudapaiva.com/en/portfolio/blind/

 

Visto al Teatro Verdi di Milano, Teatro del Buratto, il 27 aprile 2018, dove dal 26 al 30 aprile Duda Paiva ha tenuto il laboratorio The Object Score

http://www.teatrodelburatto.it/homepage/events/blind-duda-paiva/

 

ideazione Duda Paiva, Nancy Black; regia Nancy Black; coreografia/figure/performer Duda Paiva; musica/sound design Wilco Alkema; light design Mark Verhoef; figure Evandro Serodio, Duda Paiva; insegnante Yoruba e antropologia teatrale Patrick Oliveira; consulenza drammaturgica Nienke Rooijakkers; materiali scenici e costumi Machtelt Halewijn/Atty Kingma; realizzazione scenografia Daniel Patijn.