«Il segno più alto della vita». Il ‘nostro’ Sciascia fra letteratura e visualità

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Fotografia di ©Fedinando Scianna

L’8 gennaio 2021 Leonardo Sciascia avrebbe compiuto cent’anni. Il nuovo anno si apre dunque all’insegna di mostre, eventi, pubblicazioni e articoli sui quotidiani dedicati alla celebrazione di questo importante ‘compleanno’. Una parte consistente di queste iniziative commemorative insiste significativamente sui rapporti dello scrittore con le arti visive invitando, proprio chi attraverso lo speculo di questa relazione intermediale si è occupato di Sciascia in passato, a una verifica della fecondità di un metodo che una decina di anni fa era apparso come la migliore via per studiare una delle personalità più affascinanti della letteratura contemporanea, sfuggendo a una serie di ipoteche che sembravano ormai ingabbiarlo dentro un’immagine stereotipica, in primis quella dello scrittore siciliano esperto narratore di ‘cose di cosa nostra’. Si coglie dunque questa importante ricorrenza come occasione per un bilancio delle ricerche e degli studi visuali dedicati a Sciascia, compiuti in collaborazione con studiose, incontrate anche grazie ai comuni interessi sciasciani, che fanno parte della redazione di questa rivista fin dalla sua ideazione (come Mariagiovanna Italia e Simona Scattina) che è nata – ci piace ricordarlo – nel 2013 con un esplicito omaggio alla passione dello scrittore per le arti figurative. Nel primo numero era infatti contenuto un focus intitolato Considerazioni sul mondo visibile. L’alfabeto della pittura di Leonardo Sciascia volto ad offrire una campionatura dei temi e degli artisti su cui si è posato il suo sguardo, inaugurando una rubrica che rimanda sin dal titolo alla frequentazione sciasciana delle gallerie. Il momento della fruizione dell’arte è stato infatti per lui sempre situato in luoghi di ritrovo e di discussione e la dimensione militante che si coglie in molti suoi articoli nasce dall’esperienza in presa diretta degli spazi di elaborazione intellettuale in cui si formano i pittori di cui scrive, come lo studio romano di Bruno Caruso, in via Mario de’ Fiori, e le gallerie palermitane Arte al Borgo, gestita da Eustachio e poi da Maurilio Catalano, o La Tavolozza di Vivi Caruso. Alle gallerie reali, del resto, nel suo immaginario si sovrappongono quelle ideali: non è un caso se la rivista fondata insieme a Mario Petrucciani e Jole Tornelli, da lui diretta a partire dal 1950, sia denominata appunto «Galleria» e dedichi diversi numeri speciali ad artisti come Caruso (1969), Maccari (1970), Guttuso (1971), Migneco (1972), Mazzullo (1972), Clerici (1988).

Si accoglie perciò con entusiasmo la recente pubblicazione della monografia di Giuseppe Cipolla (“Ai pochi felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico, Edizioni Caracol), che, facendo tesoro dell’appassionata ricostruzione bibliografica generosamente offerta in passato da Francesco Izzo e da Antonio Motta (entrambi avevano riservato una specifica sezione agli scritti sciasciani sulle arti),[1] propone un’ampia e analitica rassegna del confronto fra lo scrittore e la critica d’arte, mettendo in rilievo «modi interpretativi, significati, scelte di campo».[2] Le linee di tangenza con i paradigmi interpretativi e il giudizio estetico espresso da personalità come quelle di Arcangeli, Briganti, Cecchi, Longhi, Raggianti – per fare soltanto alcuni dei nomi più noti – vengono evidenziate accanto alle emergenze di uno stile estremamente originale e non catalogabile all’interno di alcuna precisa tendenza della critica artistica. I saggi dello scrittore di Racalmuto vengono esaminati da Cipolla secondo due direttrici: la prima che suddivide l’analisi dei saggi in base alla cronologia individuando due sezioni, la più ampia dedicata alla Sicilia antica e moderna e l’altra all’Ottocento e Novecento; la seconda chiama in causa la distinzione mediale e i saggi sulla Fotografia. Da tale disanima emerge con chiarezza una precisa «linea di orientamento estetico nell’universo sciasciano delle arti figurative, che egli stesso definisce un “sistema di conoscenza”, che va dal fisico al metafisico, sulla base del figurativismo pittorico caratterizzato da due elementi indissolubili: la memoria e la rappresentazione, aspetti che accomunano, per Sciascia, le arti visive alla letteratura».[3] Dispiace dunque che la sezione dedicata alla fotografia appaia troppo breve e sbilanciata rispetto all’analisi dei testi sulle arti figurative: poche pagine non riescono a dar conto della ricchezza e della profondità di sguardo riservata da Sciascia a questo linguaggio visuale e alla relazione intermediale più complessa e appassionata da lui intrattenuta con quella che mi piace definire ‘un’arte senza musa’,[4] citando la boutade dello scrittore che lamentava la mancata consacrazione dell’invenzione di Daguerre a una divinità protettrice delle arti (al cinema sarebbe secondo lui dovuta toccare l’undicesima).

A ulteriore conferma dell’importanza del saggismo critico-artistico di Sciascia, e come segno di riconoscimento dell’originale impronta lasciata dallo scrittore nella sua stendhaliana divagazione nel mondo delle arti contemporanee, può intendersi lo spazio riservato al rapporto da lui intrattenuto con la pittura e la fotografia all’interno della Enciclopedia dell’Arte Contemporanea Treccani, diretta da Vincenzo Trione e i cui quattro volumi verranno pubblicati nei prossimi mesi. La scheda di approfondimento, che la sottoscritta ha avuto il privilegio di curare, compendia le principali esperienze sciasciane a contatto con l’orizzonte del visivo, senza alcuna pretesa di esaustività ma con lo slancio di chi – questo ci pare lo spirito dell’iniziativa enciclopedica – intende mappare avventure liminali capaci di produrre un effetto di lunga durata.

All’insegna dell’appassionato ‘dilettantismo’ fotografico dello scrittore siciliano (un dilettantismo etimologicamente rivendicato sempre citando l’amato motto di Montaigne «non faccio nulla senza gioia») si sono aperte, non a caso, le celebrazioni a Racalmuto dove, nei locali della Fondazione intitolata a suo nome, sono esposti fino al 20 febbraio ventisette scatti fino ad ora mai esibiti in pubblico realizzati da Sciascia in un contesto domestico.[5] Su questa scia si proseguirà, inoltre, con altre mostre, che lasciano presupporre esiti di un certo riguardo: Leonardo da Regalpetra, con inediti ritratti dello scrittore immerso nella vita del suo borgo natale firmati da Pietro Tulumello, e l’esposizione delle foto di scena realizzate da Enrico Appetito sul set del Giorno della civetta di Damiano Damiani nel 1968.

Sebbene meno numerosi rispetto a quelli dedicati alle arti figurative, gli scritti sulla fotografia costituiscono – è bene ricordarlo – un capitolo significativo che contribuisce non poco a definire il rapporto fra Sciascia e il territorio della visualità. Dal 1965 in poi, anno di pubblicazione di Feste religiose in Sicilia, primo dei numerosi testi che accompagnano i libri fotografici di Ferdinando Scianna e che segna l’avvio di un intenso sodalizio umano e intellettuale con il fotografo di Bagheria, egli scrive, infatti, diverse prefazioni, presentazioni, note e saggi introduttivi per cataloghi, album, cartelle e volumi illustrati dagli scatti di Giuseppe Leone, Melo Minnella, Enzo Sellerio, Lisetta Carmi, Mario Percoraino e altri artisti. Si tratta di un corpus di una trentina di libri che costituisce la prova inconfutabile non soltanto della generosa disponibilità ad accompagnare i racconti per immagini realizzati dai fotografi, ma anche della volontà di riflettere a latere sulle peculiarità estetiche e i misteri del linguaggio della camera oscura. La maggior parte di questi testi rappresenta la dimostrazione di quella pratica ermeneutica che Sciascia mette in atto spesso in molte pagine dedicate alle arti visive, un indizio della consapevolezza di un metodo di lettura delle immagini di cui dà prova proprio di fronte ad alcune fotografie e alle fotografie in generale. «Le immagini bisogna saperle leggere: – sostiene guardando gli scatti di Mario Pecoraino – uno dei guai del nostro tempo, e forse il più grande, è di essersi votato alle immagini dimenticando la lettura».[6] Tale monito, che suona oggi più che mai in tutta la sua urgente rilevanza, descrive l’impegno di Sciascia a coniugare la propria scrittura con la lettura delle fotografie che introduce, facendo scorrere le proprie parole su un binario parallelo rispetto a quello delle immagini e perfettamente coerente riguardo al racconto che esse compongono. Come nel caso dell’opera di alcuni pittori, così per i libri fotografici le sue parole sono volte alla ricerca dell’equivalenza verbale del discorso visuale condotto nel libro. Raramente si sofferma a descrivere una singola foto, per lo più appare interessato ad accostare la sua penna con discrezione agli scatti realizzati dall’obiettivo di ciascuno degli artisti da lui più apprezzati mostrando il riserbo e il rispetto più grandi per l’autonomia del linguaggio fotografico, che in tale contesto appare depositario del messaggio preminente. Anche dalla lettura di questi testi è possibile dedurre una chiara opzione nei confronti di una precisa estetica fotografica che, senza alcun timore di contraddizione, tiene insieme Capa, Brandt, Cartier-Bresson e i fotografi siciliani e da cui emerge, ancor più che negli scritti sulle arti figurative, un pensiero dell’acte photographique (diremmo citando impropriamente Philippe Dubois) per il quale la lente del pirandellismo viene adottata per la lettura delle immagini. Basti citare una delle pagine più belle fra queste, contenuta nella presentazione di alcune fotografie siciliane di Enzo Sellerio:

 

E in questo senso la fotografia è la forma per eccellenza: colta in un attimo del suo fluido significare, del suo non consistere, la vita improvvisamente e per sempre si ferma, si raggela, assume consistenza identità significato. È una forma che dice il passato, conferisce significato al presente, predice l’avvenire: identifica cioè di fronte alla storia, di fronte a Dio, di fronte al destino. È la morte, in definitiva: e lo scatto dell’obiettivo è come lo scatto di un’arma micidiale. Queste sedici fotografie sono dunque “forme” di una vita quasi inafferrabile in consistenza e in significato: difficile, contraddittoria, refrattaria a se stessa, in un certo senso. E raccontano e significano la Sicilia con una verità e una fantasia (perché non c’è verità senza fantasia) che s’inseriscono nella migliore tradizione letteraria e figurativa dell’isola.[7]

 

Se utilizziamo le categorie proposte da Barthes nella Chambre claire per classificare la vasta gamma delle possibili relazioni con la fotografia, «le tre pratiche (o tre emozioni, o tre intenzioni): fare, subire, guardare»,[8] possiamo dunque dire che le mostre allestite in questi giorni a Racalmuto con gli scatti realizzati da Sciascia documentano il suo inedito volto di Operator (il soggetto che sta dietro l’obiettivo), con i suoi ritratti aggiungono qualche frammento a quello di Spectrum (l’oggetto di tanti scatti altrui) e completano il quadro del suo intenso rapporto con la camera oscura osservata soprattutto dalla prospettiva di Spectator (lettore attento e rispettoso delle immagini altrui), il cui volto si ricompone nei frammenti di questi scritti sparsi che si auspica prima o poi vengano raccolti in volume e messi a disposizione di tutti.

A rafforzare questa speranza, del resto, si pone l’evento editoriale più propizio del centenario e cioè l’uscita di «Questo non è un racconto». Scritti per il cinema e sul cinema (pubblicato da Adelphi). Si tratta di un libro che merita lo spazio esclusivo di una recensione, ma del quale possiamo già dire qualcosa, grazie alla generosa concessione della lettura della bella Nota al testo di Paolo Squillacioti[9] (che è anche l’appassionato e rigoroso curatore – è bene ricordarlo – dell’opera omnia di Sciascia edita da Adelphi). Nella raccolta di testi inediti e sparsi spiccano i soggetti per due film mai realizzati e un pezzo dalla forma inclassificabile (che si legge in anteprima nello speciale riservato a Sciascia su Robinson il 2 gennaio 2021), costituito da un colloquio immaginario fra uno scrittore e un regista (probabilmente Sergio Leone), la cui collaborazione non si concretizzerà mai, ma il cui incontro ha lasciato una traccia evidente in entrambi. Come nota Alberto Anile, nelle serrate battute di quel dialogo si riconoscono alcuni spunti che verranno sviluppati in uno dei film più famosi di Leone e cioè in C’era una volta in America (1984).[10] Questi scritti testimoniano dunque l’incontro mancato di Sciascia con la scrittura per la settima arte, che – come ricorda Squillacioti – era stato un sogno giovanile di Sciascia concretizzatosi poi soltanto nell’ambito del ‘cinema del reale’. Sebastiano Gesù, in un libro del 2015 edito da 40due edizioni, ha raccolto la trascrizione dei commenti firmati da Sciascia per sei documentari, che risalgono agli anni Sessanta e Settanta e attestano la collaborazione con Giuseppe Ferrara, Gianfranco Mingozzi, Piero Nelli, Massimo Mida, Michele Gandin e Folco Quilici.[11]

Questa silloge, che completa l’operazione di recupero già avviata con Le maschere e i sogni ancora da Sebastiano Gesù quasi trent’anni fa,[12] offre finalmente un quadro completo delle incursioni dello scrittore nei territori della decima musa, ricostruendo i frammenti dello suo sguardo spettatoriale anche in questo caso molto originale, certamente un po’ nostalgico nel rimando al cinema della sua giovinezza e a un modello di audience cronologicamente connotato. Si tratta di quel cinema che «era, si può dire, tutto»,[13] per lui come per un’intera generazione di scrittori del calibro di Calvino, Bufalino o Goliarda Sapienza, al quale Sciascia rimane legato tutta la vita, rinunciando ad un certo punto categoricamente alla frequentazione delle sale e persino alla visione degli adattamenti dei suoi romanzi. Un ‘cinema della memoria’, che ‘a memoria’ si ricorda e che alle intermittenze della memoria rimanda: ai film, agli attori e agli spettatori che hanno alimentato il suo immaginario ancor prima della scoperta della letteratura, nonché a quell’alfabeto delle stelle a cui rimane legato fino alla fine rievocando gli astri della sua mitologia divistica. Fra questi ci piace citare Marilyn alla quale, come sottolinea Squillacioti nella conclusione della nota,[14] Sciascia aveva dedicato un breve articolo nel 1957, in occasione della pubblicazione in lingua italiana della biografia della star firmata da Pete Martin. Un breve testo non incluso nella silloge, che testimonia il fascino provato da Sciascia anche per l’«intelligenza» della diva, che impietosamente legge ancora utilizzando la chiave pirandelliana, in un incrocio di sguardi con le dichiarazioni dell’attrice da cui traspare l’intuizione da parte dello scrittore di quel concetto di star-persona che è il fondamento degli Stardom Studies:

 

Non è escluso – scrive Sciascia – che la Monroe, ormai calata dentro al suo mito, abbia meccanicamente assunto la coerenza di un personaggio creato dalla fantasia erotica dei produttori e del pubblico. E forse in lei è il senso (e un po’ lo sgomento) di trovarsi chiusa in una «forma», una pirandelliana forma: e ha tentato a un certo punto di spezzarla in una fuga verso l’intelligenza – anche se tutto si riduce a un marito intellettuale e a un intellettuale partner.[15]

 

Nel carniere dello Sciascia cacciatore di immagini, di cui parla Belpoliti in un bell’articolo apparso su la Repubblica il 31 dicembre 2020, è contenuta un’iconoteca formata dall’apporto di linguaggi estetici differenti, in cui la fotografia e il cinema hanno un ruolo di primo piano. E parlo di iconoteca non a caso, nell’accezione cioè di uno strumento ‘biologicamente’ votato alla conservazione della vita, che ha origine da un atto volto a esorcizzare paure e a perseguire desideri, un atto insomma che sta alla base degli ‘indisciplinati’ studi di cultura visuale dei quali Michele Cometa ci offre nel suo ultimo libro[16] una sintesi genealogica estremamente affascinante, che tanto avrebbero affascinato anche lo scrittore siciliano, in primo luogo per quel rimando al bìos come fondamento antropologico dell’attitudine a raccontare storie.

Se vale il monito di Antonio Di Grado, «a ciascuno il suo Sciascia»,[17] il nostro è proprio quell’appassionato cacciatore e collezionista di immagini, che continua ad accompagnare le nostre avventure intermediali, offrendoci un modello di interrogazione dei rapporti della letteratura con le arti mai scontato e sempre attento alle specificità dei media e dei linguaggi coinvolti, pur riconoscendo alla scrittura il privilegio assoluto di cogliere «il senso più alto della vita». È all’intera citazione di questo pensiero che affidiamo la conclusione provvisoria di questa rassegna:

 

Nelle arti visive la vena letteraria ha un lungo e vasto corso. Tutte le volte che nel disegno, nella pittura, nella scultura, nel cinema si è voluto esprimere quel che l’uomo ha dentro – sogno, incubo, segreto, ricordo – si è fatta letteratura; e nella nozione in cui la letteratura è il segno più alto della vita, confessione (nel senso proprio della parola) che tutti e tutto coinvolge.[18]

 


1 Cfr. F. Izzo (a cura di), ‘Come Chagall vorrei cogliere questa terra. Leonardo Sciascia e l’arte. Bibliografia ragionata di una passione’, in V. Fascia (a cura di) La memoria di carta. Bibliografia delle opere di Leonardo Sciascia, Milano, Edizioni Otto/Novecento, 1998, pp. 191-257; A. Motta (a cura di), Bibliografia degli scritti di Leonardo Sciascia, Palermo, Sellerio, 2009, pp. 161-180. Su Sciascia e la critica d’arte occorre citare almeno: P. Nifosì, ‘Leonardo Sciascia: la passione di un “incompetente”’, in Id. (a cura di), La bella pittura. Leonardo Sciascia e le arti figurative, Comiso, Salarchi Immagini, 1999, p. 17-24; L. Spalanca, Leonardo Sciascia. La tentazione dell’arte, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 2012; S. Pellegrin, ‘Leonardo Sciascia critico d’arte: note sulla formazione di un metodo e di uno stile’, Arabeschi, I, 2, luglio-dicembre 2013, < http://www.arabeschi.it/leonardo-sciascia-critico-d-arte/ > [accessed 6.01.2021]; M. Rizzarelli, Sorpreso a pensare per immagini. Sciascia e le arti visive, Pisa, ETS, 2013.

2 G. Cipolla, “Ai pochi felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico, Palermo, Edizioni Caracol, 2020, p. 17.

3 Ivi, p. 23.

4 «Bisognava, invece inventare per lei una decima musa, come più tardi si è fatto per il cinematografo, cui – se mai – spettava l’undicesima. E può sembrare una banalità o una boutade (o una boutade banale): ma tutti i guai vengono dal non aver assegnato alla fotografia una musa. La musa che presiede agli istanti che generano la forma e alla forma che genera gli istanti. Una musa che non può non esistere» (L. Sciascia, Fotografo nato [1983], in D. Mormorio (a cura di), Gli scrittori e la fotografia, Roma, Editori Riuniti, 1988 p. 160) . A tal proposito rimando a M. Rizzarelli, Un’arte senza musa, in M. Rizzarelli, M. Italia, S. Scattina (a cura di), Sicilia negli occhi. I libri fotografici di Sciascia dalla A alla W, Acireale – Roma, Bonanno, 2010, pp. 9-14.

5 Per un discorso specifico su questa inedita ‘opera’ sciasciana si rimanda al catalogo della mostra curato da Diego Mormorio (Sciascia e la fotografia) in uscita a gennaio 2021 presso Mimesis. Un’idea dell’occhio fotografico dello scrittore si può intuire dalle foto pubblicate per esempio nella galleria contenuta in ‘Leonardo Sciascia “fotografo”’, Malgrado tutto web, 19 settembre 2020, < https://www.malgradotuttoweb.it/leonardo-sciascia-fotografo/ > [accessed 6.01.2021]

6 L. Sciascia, Nota a G. Salvo Barcellona, M. Pecoraino, Gli scultori del Cassaro, Palermo, IN GRA.NA., 1971, p. 8. Sciascia torna a parlare di ‘lettura delle immagini’ anche in altre occasioni come per esempio in ‘Per «volta face» di Fabrizio Clerici’ (inedito datato 1980, Galleria, fascicolo dedicato a Fabrizio Clerici, a cura di I. Millesimi, XXXVIII, 1-2, maggio-agosto 1988, pp. 137-139), dove distingue il «tempo di lettura di un sonetto», che è facilmente calcolabile, dal «tempo di lettura di un’immagine» che appare assolutamente imponderabile.

7 L. Sciascia, Presentazione a 16 fotografie siciliane dell’archivio di Enzo Sellerio, Torino, Tipografia Torinese Editrice, 1969, s.n.p..

8 R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, trad. it. E. Guidieri, Torino, Einaudi, 1980, pp. 11.

9 La nota, per gentile concessione di Adelphi edizioni, si legge anche nelle pagine di questo numero di Arabeschi: cfr. P. Squillacioti, ‘Nota al testo’, in L. Sciascia, «Questo non è un racconto». Scritti per il cinema e sul cinema, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2021.

10 «Nel progetto per Leone […] Sciascia rumina temi e struttura di un film riconoscibile per quello che dodici anni dopo diventerà il celebratissimo C’era una volta in America» (A. Anile, ‘Lo scrittore che amava “Nuovo cinema Paradiso”’, Robinson – la Repubblica, 2 gennaio 2021, p. 5).

11 Cfr. S. Gesù, Oltre lo sguardo la memoria. Leonardo Sciascia e il cinema documentario, Presentazione di Carlo Tagliabue, Prefazione di Antonio Di Grado, Postfazione di Maria Rizzarelli, Bagheria (PA), 402 edizioni, 2015.

12 Le maschere e i sogni. Scritti di Leonardo Sciascia sul cinema, a cura di S. Gesù, Catania, Maimone, 1992.

13 L. Sciascia, ‘Qui un siciliano ritrova i Viceré’ [1983], in Opere, II: Inquisizioni - Memorie – Saggi, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2019, tomo II, pp. 884.

14 Cfr. P. Squillacioti, ‘Nota al testo’, p. 160.

15 L. Sciascia, ‘Vite di Marilyn’, Lavoro, X, 15, 14 aprile 1957, p. 14. Ringrazio Paolo Squillacioti per avermi regalato questo ritaglio di giornale.

16 Cfr. M. Cometa, Cultura visuale. Una genealogia, Milano, Cortina editore, 2020.

17 A. Di Grado, ‘Sciascia, L’uomo in rivolta’, Siciliamag.it, 4 gennaio 2021 < https://www.sicilymag.it/sciascia-luomo-in-rivolta.htm?fbclid=IwAR2xAe4lyFXRElVfdlxlz1OSR_PEGfZstGlcXeF2ftOrWJvRpQY4Oybu0Ok> [accessed 4.01.2021].

18 L. Sciascia, ‘Prefazione’ a F. Meloni (a cura di), L’opera grafica di Alberto Martini, Milano, SugarCo, 1975, p. VI.