Roberto Bacci, Quasi una vita. Scene dal Chissàdove

di

     

Questa pagina fa parte di:

«Dario, amore mio, ti ho amato tanto però non sapevi

fare niente. Ecco le istruzioni per sopravvivere []»

 

 © Roberto Palermo

Giovanna Daddi accoglie il pubblico nel corridoio fra saluti informali e baci calorosi, da buona padrona di casa che dà inizio ad una serata nella propria abitazione, Dario Marconcini all’interno della sala porta avanti i convenevoli, graditi e non inutili, iniziati dalla moglie poco prima: potrebbe sembrare il principio di una cena nella loro casa-museo, se non fosse che siamo nella Sala Cieślak del Teatro Era di Pontedera. Entrambi ben vestiti, di un’eleganza educata che contraddistingue due persone signorili che vivono, circa, il terzo quarto di secolo, si muovono con disinvoltura all’interno del raccolto luogo che è diventata la sala: lo spazio attoriale e quello spettatoriale sono uniti più del solito da una vaporosa ed ampia tenda color sabbia che mette in comunicazione l’uno con l’altro. È come se fossimo immersi in una bolla d’aria all’interno dello scorrere del tempo, uno spazio sospeso, il Chissàdove appunto, che poggia però su un terreno di sabbia tinta di «sanguigno». Nel mezzo di questo ‘luogo non luogo’ è stata posizionata una porta, incombe una porta con un battente e due cornici, simile all’opera di Duchamp per la Biennale di Venezia del 1978.

 

 © Roberto Palermo

 

Stefano Geraci, drammaturgo e dramaturg di lunga data del Teatro di Pontedera, afferma nelle note allo spettacolo:

Se fosse stato cinema, questo spettacolo si sarebbe potuto ascrivere al genere biopic […].
La preparazione, almeno, è stata analoga. Abbiamo raccolto e registrato i racconti biografici di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, attori e amici di lunga data con una intensa storia di teatro e vita in comune lunga quasi sessant’anni.

E quello che ci saremmo aspettati sarebbe potuto essere un lavoro tendente all’agiografia o alla mitografia; ma al contrario la regia di Roberto Bacci ha messo in scena una soluzione, direi, opposta: ha mantenuto uno stretto rapporto con l’aspetto umano, materiale, caduco. Nello spettacolo, infatti, Daddi e Marconcini non hanno né nomi fittizi di personaggi né indumenti di scena: si chiamano fra di loro e vengono chiamati dagli altri abitanti dello spazio semplicemente Giovanna e Dario e, aspetto altrettanto importante nella struttura delle creazioni identitarie, sono vestiti con i propri abiti, distinti e di buongusto, ma pur sempre i propri abiti: lei in lungo nero, lui con un completo antracite e camicia bianca.

 © Roberto Palermo

Se Daddi e Marconcini in scena sono Giovanna e Dario, gli altri interpreti – Cuppini, Pasello, Puleo, Torrini – sono personaggi: secondo la struttura del testo, la coppia costituisce il vortice, eterogeneo e composito, centrale e ‘reale’ dello spettacolo – perché appunto sulla scena restano Giovanna e Dario; gli altri sono attori, entrano ed escono dal turbinio della coppia come spalle, con monologhi, con dialoghi a due, fino a conquistare completamente la scena. Tale divisione è realizzata innanzitutto con la differenziazione dei costumi e un'evidente suddivisione degli spazi: i quattro attori-personaggio indossano vestiti di colore molto chiaro e di stoffa svolazzante e consistente – Cuppini e Pasello abito con gonna e maniche lunghe, Puleo e Torrini vestito con camicia e scarpe marroni. Il palcoscenico è stato poi diviso per la larghezza al fine di avere una metà verso gli spettatori ed un’altra verso il fondoscena: Daddi e Marconcini utilizzano principalmente il centro ed il proscenio, gli altri risiedono perlopiù in prossimità delle quinte e del fondoscena.

Su queste scelte visuali si sviluppa il testo, che è un atto unico in cui più scene si susseguono, senza tagli netti, ma cercando il più possibile di mantenere una fluida continuità che rispetta però anche la gerarchia delle presenze in scena. Il principio, come il prologo, è metateatrale:

Giovanna: Quanti credi che siano stasera?
Dario: Non contare. Ecco uno dei piaceri della vita.
Giovanna: Cominciamo …C’era una volta una ragazza […] con i capelli neri a caschetto, gli occhi vivi… No, non così…
 © Roberto Palermo

In seguito, il testo si sviluppa liberamente fra testi originali e riscritture di spettacoli di Marconcini e Daddi. Notte di Pinter è la prima ‘citazione’ utilizzata, anche se non è così immediato decifrarne il senso; sulla scena la coppia racconta del loro primo incontro:

Giovanna: Era notte e mi aspettavi davanti alla porta della mia casa, ricordo il montgomery bianco, la cenere incandescente della tua sigaretta nel buio. Mi sfiorasti con la mano la vita.
Dario: Parlo di quella volta lungo il fiume
Giovanna: Quale volta?
Dario: La prima volta, sul ponte.
Giovanna: Non riesco a ricordare
Dario: Incominciò sul ponte
Giovanna: È la tua storia?
Dario: È la nostra storia.

Potrebbe sembrare che Daddi e Marconcini stiano parlando di un episodio di vita pre-matrimoniale e, come è ancora più verosimile quando marito e moglie ricostruiscono insieme un avvenimento sessanta anni dopo, l’insieme è opaco e i dettagli incerti; ma una delle mire dello spettacolo è proprio questa: sovrapponendo i confini tra reale e fittizio, fra ‘terreno’ e teatrale, quindi mescolando la vita comune e quella della scena, ricondurre questa coppia di teatro a quel particolare che la accomuna a tutti noi spettatori: l’essere umani. Il testo nella sua totalità risulta così quasi una sinusoide dove nei punti di massimo e di minimo sono inseriti i corpora, composti sia da trasposizioni di episodi di vita personale e familiare del nucleo Marconcini-Daddi – morte dei genitori, malattie particolarmente gravi, viaggi – sia da citazioni di Il Funambolo di Genet, Amleto di Shakespeare, il Doctor Faustus di Mann e Theandric di Beck. I collegamenti fra le scene dell’unico atto non sono sempre chiarissimi e a volte finanche forzati; ma complessivamente, con la loro opera di giunzione, collaborano anch’essi alla dimensione metateatrale del testo, come si nota nel passaggio fra la citazione pinteriana e l’inizio della seguente, tratta dal Faust:

Francesco: Complimenti!
Elisa: Eccoli, mi sono detta, sono proprio loro.
Dario: Grazie amici. È la nostra scena! Abbiamo mai veramente avuto la nostra scena? [...]
Dario: Questa sera ho avuto l’impressione che dopo tanti anni.. Dio mio! Quanti? Cinquanta? Sessanta? Beh, insomma, volevo dire, ci hanno anche preso per dilettanti, come dice Chaplin “Non si vive abbastanza per essere di più”.
Tazio: Vuoi dire quella sensazione come se qualcuno ti guardasse e ti dicesse: va bene, lasciamo che ci creda, che male fa?
Dario: Ecco, proprio così

 

Drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci

Regia, scene e costumi Roberto Bacci

Con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello,Francesco Puleo, Tazio Torrini

Interventi sonori a cura di Ares Tavolazzi

Luci Valeria Foti

Aiuto regia Silvia Tufano

Assistente Costumi Chiara Fontanella

Allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni, Fabio Giommarelli

Scenografa pittrice Chiara Occhini

Foto di scena Roberto Palermo

Realizzazione costumi SabrinAtelier

Si ringraziano Augusto Timperanza, Associazione Teatro di Buti, Marilù Mazzanti, Dana Castellucci

Produzione Fondazione Teatro della Toscana

Debutto Teatro Era, Pontedera, 18-22 aprile 2018