3.3. Una diva fragrante. L’immagine divistica di Sophia Loren nei libri di ricette

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1. L’insalata di Pantagruel

In una delle immagini che accompagnano il primo libro di ricette pubblicato da Sophia Loren, In cucina con amore (1971, riedito poi nel 2014 sempre da Rizzoli), Tazio Secchiaroli ritrae la diva in una posa bizzarra: il volto incorniciato da due enormi posate da insalata di legno con il manico scolpito con figure di animali, come fossero una sorta di padiglioni auricolari grandi quanto il volto della donna [fig. 1]. Tornerò su quest’immagine in chiusura; per il momento ricordo solo la didascalia che la accompagna, «Sophia sta pensando a un’insalata degna di Pantagruel?», a richiamare, accanto all’ovvio rimando al cibo, i motivi della sovrabbondanza e dell’eccedere, in una dimensione domestica della cucina che si tinge al contempo di toni meno rassicuranti. Emerge da subito un movimento tensivo che allontana il testo dalle immagini, a segnalare una distanza tra lo spazio letterario, dove la diva parla in prima persona, e il territorio del visivo, dove è osservata da uno sguardo altro; ed è questo disequilibrio che vorrei esplorare qui.

 

2. «Con le mani sporche di farina»

 

Il campanello continua a suonare, mentre finisco di impastare gli ultimi struffoli. Corro ad aprire la porta con le mani sporche di farina, pulendole come posso sul grembiule. Il fioraio, dietro una gigantesca stella di Natale, abbozza un sorriso. “È per lei, signora Loren. Mi fa un autografo?” (p. 7).

 

Le prime parole del racconto di sé di Sophia Loren, Ieri, oggi, domani. La mia vita, edito nel 2014, mescolano con sapienza – come in un impasto ben amalgamato – gli ingredienti di un’immagine divistica composita nel desiderio di dare corpo a una figura familiare e impalpabile insieme, ovvero la stella del cinema, splendente di bellezza, che sa altresì indossare il grembiule e governare padelle fumanti; e certo il ricorrere nella narrazione autobiografica dello spazio della cucina rappresenta l’«unica traccia dell’impronta della soggettività dell’autrice», come rileva Maria Rizzarelli (Rizzarelli 2017). Ma già nel 1971 il gesto del cucinare rappresentava uno dei luoghi centrali nella cartografia divistica di Loren: in quell’anno, difatti, appare In cucina con amore, libro di ricette che vede la diva rimboccarsi le maniche, tirare la pasta e sporcarsi le mani di farina [fig. 2], con le memorie che lievitano in una cucina reale e immaginaria insieme, a dar forma a un’immagine divistica giocata sui canoni di italianità più appetitosi, la bellezza e il buon cibo.

Del resto, il cibo partecipa al disegno dell’immagine divistica di Loren fino dal primo ruolo importante, la pizzaiola seducente e fedifraga di L’oro di Napoli; poi gli anni Cinquanta ne modellano un’immagine che intesse la napoletanità esuberante disegnata dai ruoli interpretati nei film italiani (oltre a L’oro di Napoli, Peccato che sia una canaglia, La fortuna di essere donna, Pane, amore e…, e così via) con la figura di «indigena sensuale» evocata dai film hollywoodiani girati in quel torno d’anni (Il ragazzo sul delfino, Timbuctù, Orchidea nera, e altri) che ne configurano l’allure di star internazionale, icona del procedere del Paese verso la modernità. E proprio a Hollywood, nel 1960, si affaccia una prima declinazione dell’intrecciarsi del motivo canonico dell’italianità, la buona cucina, con l’appartenere di Loren allo stardom hollywoodiano: appare già nel 1960, quando nell’album Pete and Sophia l’attrice e Peter Sellers interpretano la canzone Bangers and Mash, tutta giocata sugli stereotipi delle differenze tra cucina anglosassone – il puré e le salsicce del titolo – e i macaroni di gusto italiano.

Si delinea allora una ‘star persona’ giocata sul bilanciarsi dei motivi tradizionali – i tratti regionali, il cibo e la bellezza italiani – con temi meno rassicuranti come l’erotismo sfolgorante e poco rispettoso dei canoni morali e familiari, sia nelle figure incarnate per lo schermo che nell’apparire pubblico − la relazione con Carlo Ponti, più anziano di lei e già unito in un altro matrimonio; a incombere poi su quell’immagine, la minaccia del corrompersi di un’identità nazionale, che si voleva «naturale» e «spontanea», a contatto con la modernità aggressiva dei set internazionali.

Il premio Oscar per l’interpretazione di Cesira in La ciociara, nel 1962, avvicina Loren all’ombra protettiva del neorealismo (con De Sica, Moravia, Zavattini a modellare il film) autorizzandone in qualche modo il talento e la statura divistica nel nome dei padri fondatori del cinema italiano; mentre le movenze disinvolte del celebre spogliarello di Ieri, oggi, domani (1963) ripropongono al pubblico il piglio provocante dell’attrice, accanto ad altri ruoli notevoli (l’episodio La riffa di Boccaccio ’70, Matrimonio all’italiana, C’era una volta, la chapliniana Contessa di Hong Kong, e così via) che ne dipanano lo stardom lungo il filo sottile dell’appartenere a un’italianità confortevole e però venata di un erotismo che appare sfuggire a ogni controllo, riproponendo un’immagine divistica divisa tra affabilità familiare e postura seduttiva.

Poi, in quello stesso giro di anni le ricadute del legame con il produttore – il matrimonio per procura in Messico, l’accusa di bigamia per lui, la cittadinanza francese per ottenere il divorzio − screziano quell’immagine sbilanciando un equilibrio già instabile tra eros e domesticità, e facendo di Loren una figura osteggiata dalla Chiesa e dalla parte più tradizionale della società giacché segno di corruzione morale legata a una modernità sentita come pericolosa e trasgressiva, in una campagna denigratoria che culmina nella minaccia di scomunica (Masi e Lancia 1985). È in questo momento, dunque, che l’attrice e il press agent Enrico Lucherini immaginano una campagna di stampa dedicata a ridisegnare l’immagine di Loren per riaccostarla al sentire di molta parte del pubblico, giocando sul motivo visivo e narrativo della maternità fino a progettare una copertura battente da parte dei media della effettiva e difficile gravidanza dell’attrice nell’inverno tra il 1968 e il ’69, in una costellazione di figure disposte in modo da intiepidire l’immagine divistica di Loren e addomesticarne l’erotismo riportandola a posture più familiari e meno minacciose (Lucherini 1984).

 

3. «Mio marito è un involtino»

I testi di In cucina con amore sono intesi dunque ad ammorbidire i toni più spigolosi dello stardom dell’attrice, riportandola nei confini conosciuti e ben controllati delle mura della cucina. Il libro è costruito secondo i canoni dell’editoria del settore culinario negli anni Settanta, con il prevalere netto della scrittura sull’immagine. Alle ricette si alternano pagine che commentano temi legati comunque alla tavola (l’apparecchiatura, la scelta del vino) o che – e sono i luoghi che più interessano – intessono alle ricette ricordi e aneddoti personali.

La scelta delle ricette amalgama piatti dai nomi esotici e dagli ingredienti più sofisticati (aragosta al porto; chateaubriand marinata; insalata di granchi con le mele, e così via) a ricette della tradizione italiana (pizza fritta, fagioli con le cotiche, supplì, zeppole…), nel tentativo di conservare il glamour internazionale dell’attrice e insieme di depotenziarlo per via di una retorica antidivistica – la diva è prima di tutto una donna che cucina le ricette della tradizione –, che qui affiora nelle scelte narrative e nel tornare costante del motivo della maternità.

Così Sophia incarna la fiaba del successo a Hollywood – e ne incarna anche gli stereotipi, che siano apparsi sugli schermi o nelle pagine dei rotocalchi – quando Cary Grant le offre l’aragosta a un cocktail, quando assaggia l’avocado nella villa di Charles Vidor a Beverly Hills o gusta il méchoui marocchino tra le dune del deserto «sotto una luna che pareva a portata di mano, seduti sotto le tende, su tappeti meravigliosi» (Loren 1971, p. 179) in compagnia di uno sceicco e di John Wayne, oppure suggerisce piatti per «amichevoli party in piscina o cocktail raffinati» (p. 24); ma è felicemente tradizionalista nel rifiutare i fast food e i cibi surgelati e – soprattutto – quando impasta le preparazioni tradizionali alla maternità e ai ricordi d’infanzia.

Il libro, confessa l’attrice, ha preso forma nei mesi della gravidanza, «giorni di ansia dopo i quali è nato Carlo junior, la più grande felicità della mia vita» (p. 13), in una retorica accogliente quanto abusata che accosta la cura per gli alimenti alla maternità, funzionale al disegno di una diva che si vuole donna di casa e madre prima di ogni altra cosa. Allora Loren apprezza il «cibo genuino» perché porta a «creare con le nostre mani piccoli capolavori» che nascono «dall’amore che ci si mette, dalla simpatia, dal senso familiare di queste cose» (p. 60), e giacché «una donna che sa fare la pasta a regola d’arte ha un prestigio che resiste anche oggi a qualsiasi altro richiamo dei tempi» (p. 63).

E le preparazioni sono quelle dell’infanzia, che riportano la diva ai giorni di bambina: così, continua Loren, «quando sono in giro per il mondo e mi prende nostalgia di casa faccio le frittatine farcite, le napoletanine» (p. 29); dalla pasta affiorano i ricordi d’infanzia («quand’ero bambina, il gesto di versare il latte nel guscio e poi nella farina mi affascinava, sembrava il compimento di un rito propiziatorio» (p. 64); e una lunga pagina rincorre il ricordo del latte di capra bevuto appena munto, nei giorni oscuri della guerra:

 

In un certo posto bivaccava un capraio, fra le grotte, e mia madre si dirigeva furtivamente là, spiandosi intorno, perché nessuno le rubasse la sua scoperta. Là il capraio, che mi guardava con pietà come guardasse un povero agnello rinsecchito, mungeva un bicchierone di latte e me lo porgeva caldo caldo. Quel sapore è certo che non lo dimenticherò più. Rimane unico nella mia vita. Vivido, ristoratore, vitale. La buona tavola mi piace, e qua e là per il mondo, alle tavole più sontuose e fiabesche, ho mangiato cose squisite, con tanti sapori immediati o lontani, sapientemente elaborati da secoli di arte gastronomica e da ore e giorni di lavoro. Ma nessun sapore mi riporterà mai più quella certezza di benessere che ogni mattina mi dava quella ciotola di latte appena munto (p. 145).

 

In questo intrecciarsi di ricordi di povertà e fame con un presente di abbondanza e pietanze raffinate credo si intraveda una parte non piccola dell’immagine divistica di Sophia Loren come figura di una storia d’Italia mitizzata nel segno della rinascita e della rigenerazione del dopoguerra – e non a caso il paesaggio di questa pagina rammenta gli spazi aridi e minacciosi di La ciociara, in un immaginario cinematografico che si sovrappone all’esistenza (narrata) della diva, fino a ricalcarla, nello snodo fondante del divismo. Ma il passaggio che dà il segno a tutto il libro è un altro:

 

Nel corso di alcune conversazioni con scrittori o giornalisti occupati a raccontare la mia vita, più volte mi sono trovata a parlare di una mia vecchia quanto innocua mania: quella di dare alle persone cui voglio bene, o che m’interessano, il soprannome di un cibo. Da tanto tempo, per esempio, chiamo Carlo Ponti, mio marito, «involtino» (e nelle pagine di questo libro troverete quanto questo piatto mi piaccia!) (p. 262).

 

E così Carlo Ponti è un «involtino»: quel soprannome casalingo è quanto di più lontano ci sia dalla passione trasgressiva narrata dai rotocalchi e messa all’indice dai più conservatori, giacché rimanda piuttosto agli aromi di soffritto di un pranzo della domenica in famiglia, seduti intorno al tavolo di cucina. La trasgressione appare definitivamente addomesticata.

 

 

4. Dismisura

Allora il testo di In cucina con amore parrebbe riuscire ad annacquare il richiamo erotico e di ribellione che Loren aveva incarnato in molto ruoli: dalla pizzaiola di L’oro di Napoli, che perde l’anello regalatole dal marito a casa dell’amante e finge di averlo fatto cadere nell’impasto della pizza, a Filumena Marturano che riesce a sposare il suo amante con un sotterfugio e – nella sequenza centrale di Matrimonio all’italiana – lascia esplodere il desiderio di rivalsa e la ribellione all’autorità di lui mangiando e bevendo con foga, come a riaffermare il diritto a una dismisura che rifugge dal controllo maschile (Reich 2004).

Ma, a ben guardare, le immagini a corredo delle ricette disegnano un tema figurativo che, a dispetto dei testi, riporta l’immagine di Loren, con sottile testardaggine, verso territori meno confortevoli, e che si snoda per l’appunto intorno al motivo della dismisura.

In effetti gli scatti di Secchiaroli, a partire dall’immagine vista in apertura, giocano sovente sul motivo dell’eccesso. Loren appare circondata da cumuli di verdure colorate, forme di parmigiano enormi e rotonde, distese di tortellini [figg. 3, 4, 5, 6]. Il corpo dell’attrice diviene un corpo dell’abbondanza, segno di una femminilità esuberante ‘squadernata’ allo sguardo e pronta per essere gustata. L’attrice appare come una forma della natura tra le altre, frutto carnoso e seducente offerto al gusto di chi guarda; essenza di femminilità assoluta viva solo nella dimensione erotica. Non è difficile riconoscere qui i tratti della formazione culturale dell’esotismo, intesa a raffigurare le figure femminili come parte di un paesaggio ‘primitivo’, vergine e privo di storia, affascinante quanto inerte, da conquistare e colonizzare.

C’è però una differenza, ovvero il fatto che qui l’immagine della diva – seppur disegnata come essenza del femminile − possiede comunque una storia e una memoria che le derivano da una star persona innervata per l’appunto dai caratteri dell’eros e della dismisura. Dunque l’immagine che vorrei chiamare ‘africana’ di Loren – giacché il legno intagliato dei manici delle grandi posate allude ai manufatti in legno che colorano l’immaginario legato all’arte di quel continente – e le altre che la accompagnano nel segno della naturalità e della dismisura ‘esotiche’ appaiono restituire un colore sensuale all’immagine della diva, poiché il tratto ‘primitivo’ allude a un erotismo spontaneo e irregolare che finisce poi per recuperare la tensione sensuale insubordinata di molte sue figure sullo schermo. Così il richiamo aperto alla sensualità che sgorgava dalle immagini delle passeggiate, le sequenze dove Loren era ripresa camminare in strada, fiera della sua bellezza e ammirata da mille occhi dentro e di conseguenza fuori lo schermo, riaffiora prepotente nelle illustrazioni delle ricette nel motivo visivo dell’eccedere, di una sovrabbondanza di merci che si fa dismisura e licenziosità, fino a rimandare al motivo della unruly woman (Rawe 1995), la donna irregolare e sregolata che fa dell’appetito incontenibile un gesto di ribellione, apparso nella sequenza di Matrimonio all’italiana ricordata sopra. Torna allora l’immagine rabelaisiana evocata dalla didascalia: l’insalata di Pantagruel indica con decisione un mondo grottesco, carnevalesco, dove il rovesciamento della scala delle proporzioni diviene sovvertimento di ogni norma.

Mi pare allora che l’intento di imbrigliare Loren in un’immagine divistica annacquata dei sapori più decisi che corre lungo i testi di In cucina con amore sia in qualche modo resa meno efficace dalle immagini, che sfuggono ai codici socialmente ammessi della domesticità e della maternità per assumere una postura più indisciplinata, a far riaffiorare un umore irrispettoso delle regole, insofferente alle mura della cucina e ai vapori delle pentole e desideroso di alludere ad altri piaceri, altrettanto intensi ma decisamente meno accettabili dalle convenzioni familiari borghesi.

 

Bibliografia

S. Loren, Ieri, oggi, domani. La mia vita, Milano, Rizzoli, 2014.

S. Loren, In cucina con amore, Milano, Rizzoli, 1971.

S. Gundle, ‘Sophia Loren, Italian Icon’, Historical Journal of Film, Radio and Television, 3, 15, 1995, pp. 367-385.

E. Lucherini, M. Spinola, C’era questo, c’era quello, Milano, Mondadori, 1984.

S. Masi, Sophia Loren, Roma, Gremese, 1985.

K. Rawe, The Unruly Woman: Gender and the Genres of Laughter, Austin, University of Texas Press, 1995.

J. Reich, Beyond the Latin Lover: Marcello Mastroianni, Masculinity, and Italian cinema, Bloomington, Indiana University Press, 2004, pp. 105-139.

M. Rizzarelli, ‘L’attrice che scrive, la scrittrice che recita. Per una mappa della ‘diva-grafia’’, in L. Cardone, G. Maina, S. Rimini, C. Tognolotti (a cura di), Vaghe stelle. Attrici del/nel cinema italiano, Arabeschi, n. 10, luglio-dicembre 2017, pp. 366-371, ˂http://www.arabeschi.it/13-/> [accessed 10.10.2019].

P. Small, Sophia Loren. Moulding the Star, Bristol-Chicago, Intellect, 2009.