5.3. L’attrice e il torero: storia di Lucia, in arte Bosè

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1. Venere in bikini

Lucia Borloni ha solo sedici anni quando, nel 1947, vince Miss Italia. Il ‘racconto’ di Lucia, che muta di lì a poco il cognome in Bosè, è quello della ‘stella che nasce’: notata da Luchino Visconti nella pasticceria Galli in pieno centro a Milano, il concorso di bellezza la espone agli sguardi degli italiani e delle italiane della Ricostruzione. Cresciuta in una fattoria fuori Milano, con un corpo che esibisce curve mediterranee ma che si muove con l’eleganza di una sofisticata mannequin, Lucia viene considerata la giusta interprete di una Italia in transizione, alla ricerca di una nuova identità ancora fluttuante tra tradizione e modernità. La giovanissima italiana si trova infatti ad incarnare un nuovo corso di rinascita economico-sociale insieme ad una rinnovata immagine della nazione che passa, come tante volte nella nostra storia, attraverso la rappresentazione della donna e del suo corpo. Proprio in quell’anno, si registra un passaggio dall’attenzione per la bellezza del volto a quella per le grazie del corpo: nel ’47 il concorso per eleggere la più bella delle italiane si americanizza e le misure di seni e fianchi acquisiscono maggiore importanza, scalzando la centralità avuta l’anno precedente da un viso intenso ma acqua e sapone, indice di modestia e purezza. Insieme alle altre concorrenti, Lucia viene ammirata con indosso un costume due pezzi e viene fotografata in questa tenuta a più riprese [fig. 1]. Alla premiazione accorre tutta la stampa nazionale, a testimonianza della repentina esposizione mediatica di cui è oggetto la sedicenne. Un fotografo la ritrae in una posa molto provocante che finisce sui giornali provocando scalpore [fig. 2]. Sul Corriere della sera appare la lettera di un lettore indignato, in realtà scritta da Leonardo Borgese, per come Lucia è ritratta «seminuda e peggio che nuda, addobbata secondo la moda delle prostitute, le labbra verniciate spudoratamente; e dalle labbra penzola la Lucky-Strike e fra le dita il “lighter” acceso […]» (Villani 1957, p. 94). La «bambina stravolge gli occhioni»: se Lucia viene rapidamente etichettata come moderna, incarna anche una lolita sexy, conturbante e scandalosa.

Sfogliando la stampa periodica ci si accorge che se la forma degli occhi e delle labbra, la bellezza complessiva del suo volto, vengono associate a quelle delle Madonne rinascimentali, il corpo di Lucia è però ‘contemporaneo’, adatto a indossare la moda nostrana, la «figura ideale che i sarti sognano», come leggiamo in Hollywood nell’aprile del ’48. Lucia, che inizia ad essere una celebrità, vuole però entrare nel firmamento cinematografico e diventare attrice, non accontentandosi di essere, sfruttando la sua straordinaria bellezza, una pin up. Così, dopo la delusione di non aver partecipato a La terra trema di Luchino Visconti (1948) e dopo aver perso l’occasione di debuttare in Riso amaro di Giuseppe De Santis (1948), svestirà i panni glamour dei sarti milanesi per indossare quelli umili di una contadina in Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis (1950) pur di dimostrare ai registi e al pubblico le sue intenzioni e le sue capacità artistiche. In un trafiletto di La Settimana Incom illustrata del febbraio del 1950 si dice che la sua fortuna cinematografica, iniziata proprio quell’anno con il film di De Santis, è stata tardiva. Il parallelo è con altre bellezze nostrane, il cui passaggio dalla passerella allo statuto di dive è stato più rapido. E in effetti il vero successo arriva per Lucia con Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni, film che esce nelle sale alla fine del 1950. Lucia compie così il passo da generica celebrità a stella del cinema e incarna sempre di più le due anime dell’Italia di allora: due immagini pubblicate, tra l’aprile e il giugno del 1951, in riviste popolari come La Settimana Incom illustrata e Oggi, la mostrano, da un lato, in tenuta regionale alla Fiera Campionaria di Milano, ammirata dal Presidente Luigi Einaudi; dall’altro, in tenuta sportiva, con berretto da baseball all’americana, allo Stadio dei Marmi a Roma.

Nel frattempo l’attrice incrocia un cinema italiano che dà molto spazio ai personaggi femminili. Nel 1974 (e la cosa non appare casuale) Vittorio Spinazzola ha chiaramente indicato la centralità di personaggi femminili ‘in azione’ nel cinema del periodo e, nel corso dei decenni, le ricerche in tal senso sono state proficue. Quella raccontata dal cinema italiano è una donna che si fa corpo pulsante delle tante contraddizioni interne alla società italiana della Ricostruzione. Dalla rubrica di impronta zavattiniana L’Italia domanda presente sulla neonata Epoca ai servizi presenti nella edizione Rusconi di Oggi a partire dal luglio del 1945, il destino e il ruolo della donna italiana del Dopoguerra sembrano essere una preoccupazione condivisa, che ritroviamo all’interno dei film.

Con Luciano Emmer, ad esempio, Lucia ha l’occasione di interpretare altri ruoli interessanti, anche se diversi da quelli proposti da De Santis e Antonioni. La Minì di Parigi è sempre Parigi (1951) e la Marisa di Le ragazze di Piazza di Spagna (1951) si muovono tra mondo piccolo-borghese e mondo operaio e confermano come la natura divistica di Lucia Bosè, frutto di una intermedialità e di una intertestualità complesse, sia «l’immagine stessa di una mobilità geografica e sociale che trasforma il soggetto in una stratificazione di provenienze e appartenenze. Una stratificazione particolarmente connessa all’equazione bellezza-lavoro […]» che enfatizza l’appartenenza a mondi, come quelli della moda e del cinema, fondati «sull’uso dell’immagine e del corpo» (Grignaffini 1996, p. 381). Bosè incarna un soggetto femminile estremamente mobile e che fa fatica a sottrarsi al desiderio di quella merce di cui sembra essere costretto a farsi corpo, come accade quando l’ormai diva interpreta il ruolo di Clara Manni, la signora senza camelie che resta pericolosamente in bilico tra realtà e finzione, sospesa tra la formazione di un nuovo soggetto femminile e la costruzione di un’immagine divistica che si avvale di sistemi mediatici sempre più complessi. Tutto ciò nel contesto di un’Italia che sembra iniziare a tirare in barca i remi della corsa ad una modernità civile e dei diritti, che dunque non si traduca solo nell’avanzamento del benessere e del consumo neocapitalistico, proprio quando, nel 1953, la meta star Clara Manni appare sullo schermo, poco prima che Lucia abdichi al ruolo stellato e in qualche modo eversivo della Bosè per assumere quello ben più canonico della Signora Dominguín.

 

2. Lucia Dominguín

L’11 giugno del 1952 appare nel rotocalco Settimo giorno una intervista alla madre di Lucia Bosè. Ancora incredula quando vede sullo schermo la sua bambina, afferma:

Mi sembra un sogno. Dal giorno in cui Lucia ha vinto il concorso di Miss Italia, è successo una specie di terremoto in casa nostra. Pensi, il nome della mia bambina, io la considero ancora tale, ripetuto a caratteri di scatola su tutti i muri della città. Eppure mi pare ancora di vederla uscire col suo vestitino dal portone di Via Ampola 20. Se non avesse aderito all’invito di presentarsi al concorso di Stresa, la mia Lucia sarebbe ancora commessa di negozio e forse non avrebbe neppure un fidanzato. Sarebbe stato forse meglio? Chi lo sa, almeno avrebbe avuto una vita più tranquilla. Comunque non mi lamento. Il sogno mio e di mio marito però resta quello di diventare presto nonni.

Quando viene pubblicata l’intervista la ‘bambina’ forma con Walter Chiari la coppia degli «eterni fidanzati del cinema» [fig. 3], e i due ‘convivono’ a Milano da quando Lucia è diventata vicina di casa dell’attore (Oggi, 11 febbraio 1954). Alla fine del 1954, a successo ormai raggiunto, l’attrice sembra avverare il desiderio materno perché conosce e poi sposa Luís Miguel Dominguín, machissimo torero la cui celebrità è internazionale. Lo spoglio di una rivista popolare come Oggi mostra come, anche in questa fase di passaggio da un ruolo pubblico all’altro, l’immagine di Lucia appaia in transizione. Il primo incontro con Dominguín è raccontato tutto dal punto di vista di Lucia, che ha 23 anni: moderna e anticonformista decide di partire per la Spagna per lavorare con Bardem contro il parere della famiglia e dell’allora fidanzato Walter Chiari; sola a Madrid, frequenta il bel mondo e si guadagna subito la fama di essere un po’ pazza perché fuori dagli schemi; si sposeranno negli Stati Uniti ma Lucia sogna il rito religioso in una piccola e intima chiesetta spagnola (Oggi, 03 marzo 1955). Celebrazione che si terrà qualche mese dopo e che verrà opportunamente documentata da Oggi (27 ottobre 1955).

I primi tempi di questo matrimonio italo-spagnolo vengono raccontati nel segno di Cenerentola: il servizio a Villa Paz [fig. 4], dimora dei coniugi, mostra una residenza principesca, documentata da un ricchissimo corredo fotografico (Oggi, 08 dicembre 1955). Alla fine del decennio le voci di una crisi sono state già molteplici. Il sodalizio tra l’attrice e il torero – come pare si chiamassero tra loro marito e moglie – ha inevitabilmente inciso sull’immagine divistica di Bosè, anche perché il marito avrebbe preteso la rinuncia alla carriera di attrice [fig. 5]. Il ‘racconto’ dell’attrice proposto da rotocalchi e interviste oscilla [figg. 6-7] tra il cedimento alla richiesta del torero e la scelta di una sposa modello di dedicarsi esclusivamente all’uomo che ama e ai figli (Oggi, 10 gennaio 1957; Oggi, 05-dicembre 1957). Oscilla, ancora, tra una rinuncia imposta e a senso unico e una scelta paritaria, visto che anche l’uomo non avrebbe più toreato per assecondare un desiderio della moglie. Sta di fatto che, tra rinunce alla libertà di lei, relazioni continue di lui con altre donne, che richiamano l’attenzione della stampa internazionale (la più nota è quella con Lauren Bacall), il ‘matrimonio’ infelice tra lo stile di vita moderno e anticonformista ricercato da Bosè e la rigidità del sistema patriarcale e cattolico spagnolo appare come lo specchio domestico delle contraddizioni di una fase di assestamento e rilancio delicatissima per l’Europa intera. L’immagine e la storia di Lucia Bosé sono esemplari di quel cortocircuito tra liberalizzazione dei costumi e dibattitto sul ruolo della donna nella società che interessa il difficile cammino verso la modernità proprio degli anni Cinquanta.

 

 

Bibliografia

S. Bellassai, La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta, Roma, Carocci 2006.

L. Cardone, «Noi donne» e il cinema. Dalle illusioni a Zavattini (1944-1954), Pisa, ETS, 2009.

G. Grignaffini, ‘Il femminile nel cinema italiano. Racconti di rinascita’, in G.P. Brunetta (a cura di), Identità italiana e identità europea nel cinema italiano dal 1945 al miracolo economico, Torino, Franco Angeli, 1996, pp. 357-387.

S. Gundle, Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana [2007], trad. it. di M. Pelaia, Roma-Bari, Laterza, 2009.

D. Villani, Come sono nate undici Miss Italia, Milano, Editoriale Domus, 1957.