4.7. A casa, dopo il parto: il vissuto “mediatizzato” degli spazi domestici nel periodo perinatale*

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  • [Smarginature] «Ho ucciso l'angelo del focolare». Lo spazio domestico e la libertà ritrovata →
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Negli ultimi anni vi è stato un aumento delle forme di rappresentazione mediale della maternità e del diventare genitori sui visual social media (Das, 2019). Un tema poco studiato è la modalità con cui l’esperienza della genitorialità viene rappresentata nello spazio domestico nel periodo perinatale. Temi rilevanti sono: a) la modalità di negoziazione della propria intimità fra dimensione privata, pubblica e mediatizzata; b) la gestione degli spazi domestici, a partire dalle esigenze personali e dalle indicazioni che provengono dal proprio network e dai media c) la raccolta di informazioni utili in un’ottica di tutoring e caring; d) il rapporto con l’immagine dell’“angelo del focolare” e della madre perfetta, che diverse narrazioni dal basso stanno ora provando a scardinare (Cino, 2020). Il paper si basa sui risultati di una ricerca empirica: interviste a neo-mamme e analisi visuale (Rose, 2016) di un corpus di profili social focalizzati sul vissuto dei neogenitori. Il paper si collega ai progetti Opinion Leader 4 Future e Health Communication Monitor attivati da Almed, Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

In recent years there has been an increase in the forms of medial representation of motherhood and parenthood on visual social media (Das, 2019). A little-studied issue is how the experience of parenthood is represented in the domestic space in the perinatal period. Relevant issues are: a) the way in which one negotiates one's intimacy between private, public, and mediatized dimensions; b) the management of domestic spaces, starting from personal needs and indications coming from one's network and the media c) the gathering of useful information from a mentoring and caring perspective; d) the relationship with the image of the "angel of the hearth" and the perfect mother, which several narratives from below are now trying to disrupt (Cino, 2020). The paper is based on the results of empirical research: interviews with new mothers and visual analysis (Rose, 2016) of a corpus of social profiles focused on the experiences of new parents. The paper links to the Opinion Leader 4 Future and Health Communication Monitor projects activated by Almed, Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo of the Università Cattolica del Sacro Cuore.

  1. La maternità: il vissuto informativo e mediale

La contemporaneità è caratterizzata dalla diffusione e dall’accessibilità di molti saperi differenti che spesso si sovrappongono in modo non sempre armonico. In particolare, con la diffusione di internet e dei social media, si è creato un panorama composito di propagazione dell’informazione che può generare un più facile e diretto accesso alle fonti informative ma al contempo anche causare la diffusione di fake news, notizie non verificate o fuorvianti (misleading information) e di panico morale conseguente. Il settore della salute, in modo esteso, è stato al centro di tali trasformazioni sin dalla prima decade degli anni Duemila con una brusca accelerazione durante la pandemia di Covid-19. La ricerca ha messo in luce aspetti positivi e negativi di questo processo.

Da una parte, fenomeno dell’apomediation (Eysenbach 2008), ovvero della consultazione diretta di notizie di salute senza la mediazione di un professionista della salute, è stato riscontrato a proposito di internet e social media nella misura in cui le persone si affidano a ‘Dr. Google’ (Lee et al. 2014) per individuare diagnosi e terapie. Dall’altra parte, internet e i social media rappresentano validi spazi per il supporto sociale, la diffusione di notizie controllate, la creazione di reti sociali legate a tematiche specifiche (Moorehead at al. 2013). Negli ultimi anni si è inoltre verificato un fenomeno di ulteriore intermediazione dal momento che anche i professionisti della salute hanno iniziato a usare i social media come spazi di promozione della propria attività libero-professionale e/o di divulgazione (Locatelli 2021).

Tali rappresentazioni contribuiscono a entrare anche nel vissuto dei neo-genitori e nelle forme di discorsivizzazione e rappresentazione della propria esperienza.

A un primo sguardo appare che media e social media abbiano un ruolo nel proporre narrazioni e contronarrazioni che spaziano fra due grandi poli opposti: quello della rappresentazione, eterogenea, inclusiva, non giudicante, e quello della stereotipizzazione che rischia di cristallizzare i ruoli materno e paterno all’interno di cliché ormai non più aderenti con la realtà. Questo punto è particolarmente evidente nel periodo perinatale, ovvero immediatamente successivo alla nascita, in cui si scontrano vissuti, esperienze, aspettative e rappresentazioni in modo non sempre coerente. Tale processo viene definito da Das (2019) la «mediazione» del periodo perinatale.

Due esempi di narrazioni che si scontrano sono per esempio la mamma perfetta (organizzata, senza fatiche, pronta a soddisfare ogni bisogno del figlio) e la mamma imperfetta (alle prese con le vicissitudini quotidiane, stanca, disordinata) oppure l’idealizzazione e la drammatizzazione della gravidanza e del parto (una gravidanza senza problemi, lineare vs un percorso difficile, magari segnato da problematiche di salute).

Il processo di «mediazione» del periodo perinatale si lega fortemente al vissuto domestico, ambientazione principale del racconto social delle neo-mamme, ma anche collettore e filtro dei diversi flussi informativi. Si tratta di un tema poco esplorato soprattutto nel panorama italiano.

Per comprendere appieno il legame esistente tra maternità, media ed esperienza domestica si è deciso quindi di intraprendere una breve ricerca pilota, articolata in due nuclei di lavoro. Il primo comporta l’analisi e la mappatura di venti profili di influencer e creator da poco diventate madri e profili di professionisti che si rivolgono al medesimo target (medici e mediche, ostetrici e ostetriche, psicoterapeuti e psicoterapeute, ecc). Mentre il secondo nucleo consiste in un’indagine di taglio qualitativo ed etnografico, rivolta a raccogliere il vissuto e le esperienze di un piccolo gruppo di madri, attraverso un percorso a più step, che prevede l’osservazione dei loro profili e momenti di confronto diretto con i ricercatori. Nei paragrafi a seguire andremo a dettagliare i primi risultati di questa indagine, partita nell’estate 2022 e ancora in corso.

  1. Il supporto online: tra bisogno di rappresentarsi e bisogno informativo

Come già affermato, i social media rappresentano uno spazio particolarmente interessante nella gestione del periodo perinatale, poiché si presentano come spazi di narrazione e autorappresentazione, ma anche come spazi sempre più caratterizzati dalla presenza di divulgazione e di informazioni anche ufficiali (basti pensare al fatto che oggi le ASL hanno profili ufficiali sui social media dove erogano costantemente indicazioni anche in ottica di prevenzione). Per gli e le utenti, quindi, i social media possono svolgere una duplice funzione, in particolare rispetto a questi aspetti: la modalità di negoziazione della propria intimità fra dimensione privata, pubblica e mediatizzata; la gestione degli spazi domestici, a partire dalle esigenze personali e dalle indicazioni che provengono dal proprio network e dai media; la raccolta di informazioni utili in un’ottica di tutoring e caring e il rapporto con l’immagine dell’‘angelo del focolare’ e della madre perfetta, che diverse narrazioni dal basso hanno iniziato a scardinare.

    1. Neo-mamme influencer e vissuto domestico

Il periodo perinatale si presenta come un momento particolarmente delicato per gli equilibri famigliari e soprattutto per quanto riguarda le neo-mamme. Si tratta, infatti, di imparare a gestire un neonato, di fare i conti con cambiamenti del corpo e dell’umore, di gestire situazioni nuove a livello personale e famigliare.

In questo contesto i social media si prestano come spazi di racconto e di condivisione di vissuti, sin dalle origini del blogging (Masullo Chen 2009). Tali racconti spesso vengono realizzati all’interno dello spazio domestico e inseriti nel vissuto quotidiano. I visual social media come Instagram, in particolare, si prestano alla condivisione dell’esperienza e degli spazi in cui tale esperienza avviene perché consentono di unire racconto testuale e insieme audiovisuale. Non sono solo utenti comuni a raccontare la propria esperienza ma anche i cosiddetti influencer digitali od opinion leader, che hanno un notevole seguito e che, semplificando, tendenzialmente hanno un approccio professionale a questi spazi in quanto sono la loro fonte di ricavo personale. Ci sono almeno due categorie di neo-mamme influencer: la prima è costituita dalle influencer già consolidate e che diventano mamme, scegliendo di integrare nello storytelling già costituito il racconto della gravidanza e della maternità (come è stato per Chiara Ferragni o Paola Turani per esempio); la seconda è rappresentata da coloro che sono già mamme-influencer e raccontano nei loro profili un orizzonte tematico specifico tutto dedicato alla maternità (ad esempio, fra le altre, disperatamentemamma - Julia Elle).

Rispetto al tema della casa, al modo in cui è vissuto e rappresentato lo spazio domestico e la relazione fra ambito pubblico e ambito privato, gli aspetti maggiormente discorsivizzati sono:

 

  • La relazione fra spazio pubblico social e intimità privata: le influencer scelgono di condividere momenti molto intimi raccontando fragilità e momenti di difficoltà, ma anche di gestire la relazione fra pubblico e privato con momenti di disconnessione che vengono poi a loro volta messi a tema nei racconti pubblici (es. la decisione di abbandonare il telefono per qualche ora per dedicarsi alla famiglia). Negli account che raccolgono testimonianze di più mamme (Cino 2020), lo spazio domestico emerge come uno spazio ‘conteso’ fra la ricerca di intimità della neo-mamma, la richiesta di aiuto ma anche l’esigenza di non avere troppe persone per casa (es. famigliari che vengono in visita).

  • La relazione tra spazio domestico e ospedaliero: lo spazio domestico viene avvertito come più confortevole rispetto a quello ospedaliero, stante anche il persistere in alcuni ambiti delle norme Covid che inibiscono almeno in parte le visite.

  • La riorganizzazione degli spazi: la casa viene adattata alle necessità del neonato, anche ritraendo spazi e oggetti (es. culla, box) e chiedendo supporto alla propria community per pareri su alcune questioni (es. marche o oggetti specifici).

  • Il racconto della giornata tramite la rappresentazione degli spazi.

  • La cura personale: la rappresentazione della neo-mamma oscilla a livello visivo fra un’immagine curata e quasi idealizzata, in cui non appaiono segni di fatica, e una rappresentazione invece più ancorata al reale, dove c’è spazio per la fatica, la stanchezza e la complessità del momento. A livello visivo questo passa dalla pubblicazione di foto senza trucco, con abiti normali, in un contesto domestico che viene ritratto come tale (es. disordinato). La propria giornata si racconta anche mostrando gli spazi della casa, alcuni condivisi (es. il salotto o la cucina) ma talvolta anche spazi estremamente privati come la camera da letto e il bagno.

    1. Social e periodo perinatale: la casa rifugio, salotto e palcoscenico

Spostando l’attenzione dai creator/influencer alla loro potenziale audience, si possono delineare, a partire dalla nostra indagine pilota su un piccolo panel di neo-mamme, alcune ricorrenze a livello di gestione dello spazio domestico, ma anche a livello di pratiche mediali ed informative.

Appena arrivate a casa, dopo il parto, le madri si trovano a gestire il loro nuovo ruolo, tenendo conto delle indicazioni che provengono da una molteplicità di fonti. Sono al centro di una fitta rete di flussi informativi, tra loro ridondanti e spesso sovrapponibili: il sapere della scienza e dei suoi professionisti («L’ha detto il mio medico/l’ha detto l’ospedale»), individuale (in relazione alla sfera emotiva e istintiva, «una mamma lo sa»), familiare (i saperi tramessi dal proprio network di vicinanza), sociale e popolare («si è sempre fatto così», «abbiamo allattato tutte») e infine mediale.

In questo contesto di sovrabbondanza informativa i social possono funzionare come strumenti di diffusione di un sapere facile, semplificato e immediatamente accessibile, coprendo una pluralità di attese che oscillano da una dimensione primariamente emotiva di condivisione e potenziamento del proprio vissuto ad una invece più pragmatica, finalizzata alla ricerca di strumenti per risolvere le tante sfide della nuova quotidianità. A questi aspetti se ne aggiunge un altro di carattere più estetico, che porta a vivere le pagine social come vetrine da cui prendere ispirazione, per personalizzare la propria abitazione e renderla più adatta all’accoglienza del nuovo nato. L’acquisizione di modelli estetici interessa anche le modalità di auto-rappresentazione: attraverso i social si diffondono etichette e stilemi di rappresentazione della maternità e il fotografarsi diviene una delle attività dei primi giorni trascorsi in casa, dopo il parto.

Da sottolineare è poi anche l’aspetto comunitario. La comunità online come risorsa relazionale, a cui affidarsi in un momento di ‘rimodellamento’ della propria quotidianità. Si entra a far parte di una rete al femminile, che genera senso di appartenenza e possibilità di confronto paritetico e diretto. Questa dimensione acquisisce ancora più importanza per le madri che non possono appoggiarsi a un network relazionale di vicinanza (amicale o familiare) e che si trovano ad affrontare ‘quei primi giorni’ da sole [fig. 1].

Lo spazio domestico agisce da ricettore, ma anche da filtro rispetto ai flussi informativi provenienti dai social e in generale dai media digitali. Lo stile di gestione dell’intimità domestica sembra infatti riflettere l’atteggiamento e l’apertura della madre verso gli stimoli esterni.

In alcuni casi l’abitazione diviene un rifugio, in cui ritirarsi per vivere in totale tranquillità la particolarità di quei giorni. Si limitano al minimo le visite, ci si concentra sulle proprie emozioni e sensazioni, senza costringersi a ‘fare troppo’. Anche le piattaforme digitali vengono vissute come potenziali elementi di disturbo: si fanno poche telefonate, si dedica poco tempo ai social e si preferisce lasciare spenta la tv. Per orientarsi nel nuovo ruolo, si sceglie di allinearsi alle indicazioni ricevute dai professionisti (dal medico, dall’ostetrica e dagli operatori dell’ospedale), lasciando però molto spazio anche al proprio istinto. Per altre madri, la casa è invece da intendersi come salotto, aperto alla propria cerchia familiare e amicale, in un’ottica di celebrazione e condivisione della nuova nascita. Ogni ospite è portatore delle proprie esperienze e ogni ospite offre consigli, contribuendo alla creazione di un sapere comune, che possa guidare e supportare la neo-mamma. Nella ‘casa salotto’ le piattaforme digitali e i social acquistano maggiore rilevanza rispetto alle ‘case rifugio’, perché i diversi momenti di incontro vengono immortalati, commentati e socializzati online. Infine, la casa può divenire un palcoscenico attraverso cui mostrare e valorizzare la neo-maternità. Si dedica così molto tempo all’organizzazione degli spazi, all’arredamento e agli elementi di decoro e i social divengono strumento di racconto in tempo reale, ma anche spazio di condivisione della propria esperienza. I creator celebri, ma anche le altre mamme social vengono ascoltate, in un’ottica di scambio tra pari e di sostegno reciproco [fig. 2].

Il consumo mediale, comunque, trasversalmente alle diverse modalità di approccio allo spazio domestico, sembra configurarsi per le madri in periodo perinatale come un’esperienza interstiziale, che si inserisce nelle pieghe delle attività di cura del bambino e che non può essere in alcun modo pianificata né regolata.

Per queste ragioni risulta difficile distinguere tra pratiche fruitive time spending e time investing: sessioni di fruizione nate come semplice momento di sosta possono protrarsi nel tempo con un forte coinvolgimento da parte della madre; al contrario, il desiderio di investire tempo nella lettura di uno specifico contenuto può essere improvvisamente negato da un’incombenza non prevista.

Più specificatamente la fruizione dei contenuti social avviene secondo due distinte modalità: quella a ‘a valanga’ e quella ‘a balzi’. Nella modalità ‘a valanga’ si parte da un post o da un reel e poi se ne fruiscono molti altri a questo correlati (perché appartenenti allo stesso profilo o perché proposti in sequenza dagli algoritmi delle stesse piattaforme), lasciandosi guidare passivamente dal flusso. Nella modalità ‘a balzi’, invece, si passa velocemente da un contenuto all’altro, senza seguire una specifica logica (né tematica, né temporale).

In entrambi i casi si tratta comunque sempre di una lettura o visione molto superficiale, veloce e poco focalizzata, da cui deriva il successo dei contenuti di immediata e facile comprensione. Reel, foto, card, gallery – anche con elementi testuali – sono tra i prodotti più seguiti. Si scelgono soprattutto contenuti fruibili senza audio, perché considerati più immediati e meno invasivi rispetto alle logiche domestiche.

L’attrattività dei contenuti non soltanto si lega ad aspetti formali, ma anche alle caratteristiche e competenze attribuite ai creator. In primo luogo vi è l’aspetto del privilegio conoscitivo, generato nel caso delle madri influencer dal vissuto diretto; mentre nel caso di professionisti, come medici e mediche, ostetrici e ostetriche, l’attrattività è costituita dal sapere scientifico. Quest’ultimo, tuttavia, sembra necessitare sempre più di essere ‘scaldato’ dal vissuto personale e dalla vicinanza emotiva; da qui, il successo in termini di seguito e popolarità dei professionisti disposti a raccontarsi anche come ‘madri’ e ‘padri’ e porsi in una dinamica di ascolto tra pari.

Tuttavia, la competenza in sé non è sufficiente, se non si lega alla presenza di effettive doti comunicative e retoriche, attraverso cui trasformare un’esperienza comune in un’esperienza esemplare. Saper comunicare efficacemente, significa anche saper affrontare le diverse questioni in maniera completa, organica e coerente, proponendo al contempo soluzioni e letture propositive. Le madri nel periodo perinatale appaiono infatti alla ricerca di informazioni facili, subito spendibili e applicabili alla loro nuova realtà. E tanto più sono impegnate, indaffarate e concentrate, tanto meno hanno tempo da spendere in letture troppo complesse.

 

Un ultimo aspetto che sembra accumunare i profili con più seguito tra le neo-mamme è l’espressività: la capacità e la volontà di esprimere in maniera diretta, senza filtri il proprio stato emotivo, sfruttando l’emotività come leva comunicativa e di ingaggio: la commozione, la stanchezza, l’ansia da prestazione, il nervosismo divengono canali per alimentare il rapporto fiduciario con la community.

  1. Conclusioni

Il periodo perinatale appare un momento delicato e ancora da esplorare ulteriormente per comprendere le relazioni fra processi di acquisizione dell’informazione, rappresentazioni mediali, vissuti individuali e sociali. La relazione fra media ed esperienza della maternità pare essere sempre molto complessa e appaiono diverse tendenze, soprattutto nei social media, che puntano a dare una rappresentazione più sfaccettata e aderente alla realtà della maternità, rifuggendo a facili dicotomie o stereotipizzazioni.

Partire dall’analisi della rappresentazione della domesticità dopo il parto si può rivelare un punto di accesso interessante perché consente di far esplodere una serie di tematiche correlate, estendibili all’intere audience femminili: in particolare emerge la centralità di un approccio grounded

TAG: Health Communication, Social Network, Maternità, Narrazioni del sé, Visual Culture

*Il paper si collega ai progetti Opinion Leader 4 Future e Health Communication Monitor attivati da Almed, Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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