Motus, Nella Tempesta

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Se si pensa che dopotutto un battello è un frammento di spazio galleggiante, un luogo senza luogo e che è affidato al contempo all’infinità del mare e che, di porto in porto, da una casa chiusa all’altra, si spinge fino alle colonie per cercare ciò che esse nascondono di più prezioso nei loro giardini, voi comprendete perché il battello è stato per la nostra cultura non solo il più grande strumento dello sviluppo economico, ma anche la riserva più grande dell’immaginazione. Il naviglio è l’eterotopia per eccellenza. Nelle civiltà senza battelli i sogni inaridiscono, lo spionaggio rimpiazza l’avventura, e la polizia i corsari.

Michael Foucault, Dits et Écrits

 

Nella Tempesta è il ‘terzo movimento’ del ciclo teatrale AnimalePolitico Project dei Motus, dopo The Plot is the revolution (2011) e W. 3Public Acts (2012).

Lo spettacolo, di matrice brechtiana e metateatrale, si struttura per cambi repentini di scena, a cui danno vita performers che si presentano sia con la loro stessa identità biografica (alcuni rivelando i loro reali nomi) che nelle spoglie dei personaggi shakespeariani, innescando un cortocircuito drammaturgico fra La tempesta di Sheakespeare e la rivisitazione postcoloniale di Aimé Césaire. I personaggi che danno vita alla scrittura scenica sono Ariel, spirito libero e scatenatore di azioni; la razzista Miranda che si scaglia contro lo straniero Calibano, the cannibal o X; l’albanese Glen (unico caso di coincidenza fra attore reale e personaggio fittizio); la feconda Power e lo sterile e tirannico the Master Prospero, impersonato da una rotante testa mobile led che, come Dio, dona e sottrae la luce a suo piacimento. Al centro dell’attenzione è la tragica condizione attuale del profugo animalizzato e reietto, esaminata nei suoi più brucianti e contraddittori aspetti sociali ed etico-politici. Lo spazio scenico è astratto e ricrea un’isola su cui approdare per assemblarvi fulminei ed effimeri frammenti di rappresentazione, composti e decomposti secondo un serrato ritmo narrativo. Sin da prima dello spettacolo, mentre alcuni attori ammassano le coperte ricevute, un quadrante proiettato su un pannello apre uno squarcio su quanto accade in simultanea nel foyer, opera di un’invisibile telecamera (correlativo esterno del sempre presente Prospero), con conseguente effetto straniante sullo spettatore. I lati del palco sono coperti da tendoni neri; in alto – sia a sinistra che a destra – c’è una coppia di proiettori, mentre al centro quattro coperte termiche riflettenti.

Gli spazi diventano eclettiche eterotopie che Foucault, in Le parole e le cose, distingue dalle illusorie utopie, designandole come luoghi del tutto reali aperti su altri luoghi, la cui funzione è mettere in comunicazione fra loro spazi diversi: nel nostro caso platea e palcoscenico. La quarta parete, difatti, è del tutto infranta, a tal punto che il palco (e il teatro in generale) diventa centro della polis e prolungamento della stessa.

La messinscena si affida ad un problematizzante corpo a corpo tra frammenti di fonti diverse, dall’Odissea a Robinson Crusoe; dalla Politica di Aristotele (da cui i Motus traggono ispirazione anche per il titolo del loro intero ciclo) al De cive di Hobbes, in cui si introduce la locuzione homo homini lupus inerente all’egoistico stato di natura umano; da Huxley, che indaga la seduzione del potere, a Orwell, che ne mostra le derive più devianti. Quello verso i testi non è un approccio citazionistico, ma stimolante e ossessivamente sfuggente al controllo della parola prestabilita, dell’unico gesto e dell’unica visione registica, emblematicamente figurati dal demiurgico Prospero, che incarna il panopticon foucaultiano di Sorvegliare e punire, ovvero il Potere invisibile e pervasivo. La regia lavora con i testi, non per i testi, generando inneschi capaci di catalizzare l’attenzione su temi – viaggio e teatro, potere e schiavitù, alterità e clandestinità – e motivi: in primis la coperta e la tempesta.

Sin da subito, gli attori ammassano le coperte che il pubblico ha portato da casa: una volta sfruttate per la costruzione plastica e corale delle scenografie, saranno donate ad associazioni di soccorso per i senzatetto. Con le coperte si plasmano scogli, case, abiti, persino scritte come la conclusiva domanda Is this island us? Le coperte conferiscono una sensazione di difesa, necessaria per proteggersi dalle tempeste dell’esistenza, quelle stesse che la voce registrata di Judith Malina invita ad affrontare. Il concetto di tempesta è richiamato musicalmente da Riders On The Storm di Morrison e dalla Sonata No. 17 di Beethoven proposta con ritmi e in versioni differenti. I Motus si mostrano degni ereditieri della poetica e del pensiero anarchico del Living, nonché dell’artaudiano ‘teatro della crudeltà’, i codici espressivi spaziano dalla parola al video, dal canto al suono, dal gesto alla danza, dalla manipolazione degli oggetti in metamorfosi (ad esempio un alberello reciso che, nel modo in cui è trasportato da Ariel, cita il fiore de La sequenza dei fiori di carta di Pasolini) all’elaborata mimica, potenziata dall’eterogenea partitura di ombre e luci, che frammentano o definiscono i corpi. Marcato, poi, è il coinvolgimento del pubblico: da un lato emotivo, attraverso immagini vitali come la trasfigurazione di Ariel in tigre o in Cristo sulla croce, oppure desolanti come quelle mostrate nel filmato girato a palazzo Saalam (fatiscente sede romana di clandestini in attesa dei permessi di soggiorno); dall’altro più concreto, ad esempio quando l’allegoria del potere buono, la brillante Power, interpella il pubblico perché reagisca alle sue sollecitazioni, oppure al termine dello spettacolo, quando gli spettatori sono accerchiati da attori forieri di lampade portate a mano, luce del libero arbitrio contrapposta a quella fissa e arcigna emessa da Prospero.

Può allora l’uomo decidere di testa propria, assumersi responsabilità svincolandosi da un Dio inibente e stritolatore del libero arbitrio? La risposta dei Motus sembra essere affermativa.

 

NELLA TEMPESTA

uno spettacolo di Motus

2011>2068 AnimalePolitico Project

Ideazione e regia: Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

con Silvia Calderoni, Glen Çaçi, Ilenia Caleo, Fortunato Leccese, Paola Stella Minni

Drammaturgia: Daniela Nicolò

Assistente alla regia: Nerina Cocchi

Ambiente sonoro: Enrico Casagrande

Luci, suono e video: Andrea Gallo e Alessio Spirli (Aqua Micans Group)

Disegno “Moltitudini” di Marzia Dalfini

Graphic design: Maddalena Fragnito

Comunicazione Web: Emanuel Balbinot, Sara Giulia Braun, Camilla Pin, Diego Weisz

Organizzazione e produzione: Elisa Bartolucci

Logistica: Valentina Zangari

Comunicazione e promozione: Sandra Angelini

Promozione e distribuzione estera: Lisa Gilardino

Sviluppo del progetto e distribuzione estera: Ligne Directe / Judith Martin - www.lignedirecte.net