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L’origine della capacità di costruire storie dell’Homo sapiens, a partire dalle teorie darwiniane, ha dato vita a diverse ipotesi che provano a spiegare come il comportamento narrativo possa avere avvantaggiato il genere umano tra tutte le specie, fino a farne l’indiscusso signore del pianeta. Il libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Milano, Raffaello Cortina Editore, 2017), nasce in primo luogo dunque nel tentativo di dare una risposta all’interrogativo posto dal titolo, cioè indagare sulle condizioni e le modalità attraverso le quali la narrazione, la fiction e la letteratura possono essere collocate e comprese entro i paradigmi della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive, prendendo le mosse da recenti acquisizioni dell’archeologia cognitiva che mettono in relazione la produzione di utensili e lo sviluppo di capacità narrative.

L’innovativa prospettiva dello studio di Cometa propone, inoltre, una riflessione sul perché la narrazione abbia un ruolo decisivo nella costituzione del Sé e delle sue protesi esterne, e sulle possibili risposte che a questa domanda danno i teorici della mente estesa e della cognizione incarnata, mettendo in evidenza il ruolo fondamentale del corpo nello sviluppo del comportamento narrativo. Un contributo importante riguarda inoltre la dimensione necessaria della letteratura come straordinario dispositivo di contenimento dell’ansia, che è alla base della strategia di sopravvivenza della specie umana.

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Il teschio di Gerico, l’incisione di Dürer raffigurante Erasmo da Rotterdam, gli scatti di Robert Frank sono oggetti d’indagine convenzionalmente attribuiti ad ambiti di studio differenti. Non è così in Antropologia delle immagini di Hans Belting, nel quale vengono posti in relazione, in un percorso testuale e iconografico, statue votive, stemmi, stele funerarie e fotografie in nome della ricerca di un’essenza: il concetto puro di immagine. È la seduzione che ne deriva a stimolare il confronto con ciascuno dei capitoli, nonostante la loro notevole complessità teorica.

Poiché da sempre l’uomo, nel tentativo di interpretarlo e di prenderne possesso, ha compreso il mondo attraverso le immagini, l’autore non mostra alcun dubbio sul fatto che la nozione di immagine non può che essere determinata sulla base di un approccio antropologico. Di fronte a un artefatto (quasi un richiamo al manufatto di longhiana memoria e una presa di distanza dalla connotazione romantica di opera d’arte) la sfida, poco ortodossa, di Belting è liberare l’immagine dall’identificazione con il mezzo che la rende visibile; se il mezzo trasmissivo e la tecnica (così come la percezione) sono inevitabilmente soggetti alla loro storicità, è necessario restituire l’immagine alla sua dimensione atemporale per riuscire a coglierne la natura più intima. Una simile impostazione tradisce l’inadeguatezza del tradizionale metodo storico-stilistico adottato dalla storia dell’arte e, richiedendo un’integrazione di tipo interdisciplinare, pone le fondamenta per una più ampia ‘scienza delle immagini’, una Bildwissenschaft. Non a caso, il volume, pubblicato per la prima volta nel 2001 e tradotto in italiano dieci anni dopo in seguito ad accesi dibattiti, si arricchisce di contributi provenienti dalla filosofia, dalla semiotica, dalla psicologia, dalla teoria dei media, ed è servito come orientamento per il gruppo di ricerca, con membri appartenenti a diversi ambiti scientifici, del corso superiore fondato e diretto da Belting dal 2000 al 2003 alla Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe.

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