Tomaso Binga. Profilo

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Il tono sarcastico di Bianca Pucciarelli Menna si rivela pregnante e femminista già a partire dagli anni Sessanta quando decide, in maniera critica e creativa, di prendersi gioco del sistema dell’arte e sceglie di ribattezzarsi al maschile usando il nome di Tomaso Binga. L’artista salernitana, classe 1931, confessa che nella scelta del nome ha rubato una emme a Tommaso Marinetti, un gesto radicale di radice futurista che denuncia anni di discriminazione sessuale e di privilegi accordati al genere maschile.

Dentro questa ambiguità di genere, giocosa ma seria, l’ironia di Binga mostra fin dai suoi esordi un doppio registro linguistico, un lessico che chiama in causa la parola scritta che diventa immagine, e l’immagine che ha la forza dialogica della parola. A ricordare questo tratto distintivo sono già i suoi primi lavori sulla scrittura verbo-visiva e sulla poesia visiva, in forma anche di performance; pratiche dell’arte come scrittura, che frequenta a partire dagli anni Settanta e che accompagneranno tutto il suo percorso artistico.

Tomaso Binga, Specchio Infranto, 1972

Dentro le norme che decodificano scrittura e immagine l’artista ha sempre incluso la sua stessa corporalità, una dimensione presente come ‘lingua-corpo’, che le ha consentito di riscrivere la sua vita attraverso uno sguardo femminile protagonista e critico.

Uno dei recenti innesti tra immagine, scrittura e corpo, a sostegno di una sorellanza sempre più necessaria, sempre più ritrovata, è stata la collaborazione con Maria Grazia Chiuri, fashion designer della maison Dior, che ha scelto per la sfilata prêt-à-porter della stagione autunno-inverno 2019-2020 di affiancare alle modelle le ‘donne lettere’ di Tomaso Binga, prelevate direttamente dalla serie Scritture Viventi del 1976 e dall’Alfabetiere Murale del 1977. Esibite all’interno degli spazi della sfilata, le sagome del corpo femminile nudo che mimano le lettere dell’alfabeto, s’incarnano per dar corpo alle parole, nell’intento di rigenerare ancora quel diritto, sempre meno sopito, dell’apparire e dell’essere donna, che la moda concede come gesto di rivolta e liberazione.

A questi lavori sulla parola e l’identità che segnano apici espressivi di grande interesse estetico e valore sociale, si affiancano altri progetti che indagano l’universo della verbo-visualità. Basti pensare alla Scrittura Asemantica o Desemantizzata del 1974, presentata a Roma alla Galleria l’Obelisco ed esposta l’anno dopo a Milano, nell’ambito della mostra Lettere liberatorie. In questa occasione, ad accompagnare le sperimentazioni di Binga sul segno e sul significato, è una lettera-testo di Giulio Carlo Argan, un commento critico sulla visione dell’artista che riflette sui cambiamenti in atto della scrittura apportata dai nuovi media.

Tomaso Binga, dalla serie Lettere Liberatorie, 1976

La prospettiva poetica di Binga è, pertanto, contenuta in nuce già a partire da queste sue prime operazioni visuali. Conosce e frequenta gli artisti fiorentini Ketty La Rocca, Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini e i napoletani Stelio Maria Martini e Carlo Alfano e dentro quel contesto così denso e stimolante Binga trae le sue intuizioni che la porteranno a un vero azzeramento linguistico. Dalle prime opere (i Polistirolo, i Ritratti analogici, i Paesaggi) l’artista arriva a esiti radicali ed estremi che confluiscono nella nuova scrittura detta Dattilocodice presentata, l’anno stesso della sua ideazione, 1978, all’interno della Biennale di Venezia, alla mostra Materializzazione del Linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio. Da questi nuovi segni che diventano icone, scardinando letteralmente le idee di scrittura e di significato, si irradiano altre esperienze linguistiche che dichiarano apertamente l’indirizzo della poetica di Binga: una commistione entro la quale parola e immagine giocano sempre un ruolo protagonista.

Il sodalizio con la fotografa Verita Monselles permette a Tomaso Binga di lavorare nel campo della performance dal 1976. Ispirate al femminismo le opere del 1977 Litanie Lauretane, Poesia Muta, Ti scrivo solo di Domenica, Io sono una Carta da Parato, erano state anticipate da atti performativi legati esclusivamente al gesto (Vista zero, 1972) o al gesto accompagnato dalla scrittura (Nomencaltura e Ordine Alfabetico, 1973-74). Questo nuovo percorso di forte impatto poetico e politico rinuncia alla sola dimensione visuale per affidarsi alla sonorità della parola e denunciare le problematiche sociali legate alle discriminazioni di genere. Sono anni di mostre collettive e personali, che spronano Tomaso Binga verso nuove iconicità, nuove operazioni verbali, come la mailing art, e verso nuove tipologie di scritture che lei stessa definisce subliminali. Anni di collaborazioni e sodalizi con molti autori affermati nel panorama della critica e dell’arte contemporanea: Mirella Bentivoglio, Giulio Carlo Argan, Girlo Dorfles, Elverio Maurizi, Lamberto Pignotti, Renato Barilli si fanno interpreti e portavoce della qualità poetiche di Binga, certi nelle loro riflessioni, che è avvenuta una piena identificazione tra l’opera e la creatrice.

Tomaso Binga. Poesia Muta, 1977

Gli anni Ottanta si rivelano per l’artista ancora ricchi di esperienze poetiche e di sperimentazioni linguistiche. La dimensione della scrittura verbo visiva e della poesia sonoro-performativa, la desemantizzazione degli anni Settanta e l’utilizzo del corpo come medium espressivo, diventano formule esperite all’interno di vari gruppi di poesia sonora e performativa come Paso Doble (1982), AvanPoesia (1982) e Trio Phoesia (1989). Vanno indicate dentro questo specifico contesto di sonorità e performatività, assieme ad altre significative manifestazioni in Italia e all’estero, Poesia Erotica all’Istituto italiano di cultura di Rio de Janeiro nel 1987, Poesia femminile e femminista italiana a Glasgow nel 1990.

Agli anni Ottanta appartengono i nuovi lavori di scrittura/oggetto (Tre fiori, Cubi, Quadri di cinta) e tutta una serie di esperienze che rimettono in gioco il valore del sovvertire, del contaminare il significato e il funzionamento dell’immagine e della parola. La serie Biographic (1985) con la quale l’artista partecipa alla XI Quadriennale di Roma nella sezione Arte come Scrittura, è un dichiarato ritorno alla pittura. Qualche anno dopo nel 1987 presenta la retrospettiva Storie di ordinaria Scrittura 1970/87. Sempre lo stesso anno partecipa alla mostra Pittura-Scrittura-Pittura curata da Filiberto Menna, Fulvio Abbate e Matteo D’Ambrosio, e nel 1988, a Milano, i suoi nuovi lavori di scrittura/oggetto sono presentati all’interno della personale Binga si mangia la coda e poi si eleva.

L’armistizio tra scrittura e pittura, così come ama definirlo Tomaso Binga, attuato all’interno del progetto Biographic viene sciolto negli anni Novanta, allo scoppio delle Guerra del Golfo, anno in cui l’artista propone Riflessioni e puntate, evento epistolare sonoro, della durata di un anno, atto di denuncia, critica sociale e riflessione sulle vicende drammatiche causate dalla guerra.

Sempre negli anni Novanta Binga partecipa a varie mostre ed eventi all’interno dei quali trova occasione per riflettere ancora sulla funzione energetica e liberante della grafia. Partecipa nel 1991, a Gallarate, alla mostra Parola Immagine a cura di Vincenzo Accame, Luciano Caramel, Luciano Caruso, Eugenio Miccini e nel 1994, a Spoleto, alla collettiva Disgregante Aggregante. Nel 1997 è a Roma con Giovanni Fontana e Lamberto Pignotti, alla mostra La poesia è un gioco dello sguardo, dove espone i Diari 1985/1995, opera che vede Binga confrontarsi con antichi manoscritti ritrovati.

Accanto ai volumi pubblicati, ai libri oggetto, in copia unica e numerata, e alle performance, Tomaso Binga è attiva anche all’interno di trasmissioni radiofoniche e televisive che discutono di poesia e sonorità. Nel 1992 prende parte a Audio Box per Radio Rai Tre, a cura di Pinotto Fava, nel 1997 sempre per la Rai, idea e partecipa a Come Cometa ovvero Poesia in Contumacia, insieme a Vito Riviello, e nel 1998, a Follia e Poesia insieme a Maria Roccasalva. Nel 2000 è invitata a L’Ombelico del mondo, per Rai Educational, curato da Nanni Balestrini, Franza di Rosa e Lello Voce. Lo stesso anno partecipa a una mostra al femminile dal titolo Care Nemiche, presso l’Istituto italiano di cultura di Rabat, l’anno successivo è a Padova ad esporre con opere degli anni Settanta nella grande mostra (S)criptaturae. Le scritture segrete delle artiste tra linguaggio e immagine con curatrice e testo in catalogo Mirella Bentivoglio. Nel 2001 ritorna alla Biennale di Venezia con Bunker Poetico, una poesia-oggetto di critica sociale, ma vanno anche ricordati, tra le varie occasioni che danno visibilità all’artista, la retrospettiva Autoritratto di un matrimonio (2005) a cura di Simonetta Lux e Maria Francesca Zeuli, l’antologica Scritture Viventi (2013) a cura di Antonello Tolve e Stefania Zuliani e la mostra-installazione Per gli involontari di guerra (2014).

Le espressioni artistiche degli anni Settanta e Ottanta di Tomaso Binga riemergono stratificate e dense nella contemporaneità, attraverso l’impegno che l’artista mantiene vigile nei confronti della verbo-visualità e dei nuovi media e, senza mai rinunciare al tono sovversivo, ironico e paradossale, Binga si impegna ancora per la causa femminista, proiettandosi con attuali desemantizzazioni verso il principio e il diritto in lei sempre presente di riscrivere ancora la vita.

Tomaso Binga, Lettera rossa, 1974