2.5. Lo specchio della scrittura. Catherine Spaak e le storie della sua solitudine*

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Là la donna adulta ritrova se stessa bambina e scopre di essere ancora la medesima persona. Tale è il significato del titolo proustiano […]. Lo ricavai da un passo del Tempo ritrovato.

«Ci appartiene veramente soltanto ciò che noi stessi portiamo alla luce estraendolo dall’oscurità che abbiamo dentro di noi… Intorno alle verità che siamo riusciti a trovare in noi stessi spira un’aura poetica, una dolcezza e un mistero, i quali non sono altro se non la penombra che abbiamo attraversato». Così mi appropriai della frase; anzi, della sua parte migliore.

Lalla Romano

 

Avevo molte storie da raccontare, molti aneddoti. Ma della storia che abitava dentro di me, la Cosa, questa colonna del mio essere, ermeticamente chiusa, piena di buio in movimento, come facevo a parlarne?

Marie Cardinal

 

1. Autobiografia come formazione e cura di sé

 

Oggi scrivere è come guardarmi nello specchio […] Vi scopro una me stessa che mi fa paura e che mi affascina. Una persona che potrei essere, che avrei potuto essere o che potrà esserci. Nello scrivere si riflette la mia misteriosissima immagine (Spaak 1993, p. 14) [fig. 1].

 

Nel 1993 Catherine Spaak pubblica Da me, autobiografia basata sull’idea di raccontare senza un ordine preciso frammenti di vita, ricordi, pensieri, con lo scopo di selezionare tutto quello che l’attrice desidera tenere con sé (il ‘da me’ del titolo) e quello che, al contrario, vuole allontanare. Nel testo si susseguono quindi, apparentemente senza coerenza (Spaak 1993, p. 7), avvenimenti e fantasie, persone reali e personaggi inventati, considerazioni sulla letteratura, sull’arte e sul cinema.

In realtà, nonostante la struttura frammentaria e ricca di incisi, Spaak segue un filo preciso, nettamente distinguibile: raccontare le storie della sua solitudine (Spaak 1993, p. 15), ovvero quelle legate all’infanzia e all’ambiente familiare, e ragionare su come queste abbiano influenzato la sua vita e la sua identità, per arrivare infine a elaborarle. Questo processo di interpretazione, ovvero una ri-lettura di sé che mira alla costruzione di un senso, secondo Cambi sta alla base del racconto autobiografico (Cambi 2002), ed è proprio questa accezione dell’autobiografia come metodo formativo che ci pare riesca a inquadrare alla perfezione l’esperienza di scrittura del sé di Spaak.

Il narrarsi, infatti, si configura come un processo di formazione (o autoformazione) in quanto restituisce identità al soggetto: «l’autobiografia si afferma e si chiarisce come “specchio” e “guida” del soggetto, come ritratto di sé necessario a sapere-se-stesso, a ritrovarsi, a riconoscersi, a farsi carico della propria identità» (Cambi 2002, p. 47).

Alla fine di questo processo narrativo il soggetto arriverà a un’identità nuova, meditata, voluta, finalmente propria. In quest’ottica, la cernita che Spaak compie tra ciò che vuole portare con sé e quello che non è più disposta ad accogliere rientra in quelle operazioni di decostruzione, selezione e interpretazione che il soggetto autobiografico attua per ridefinirsi.

Sotto molti aspetti quest’esperienza formativa si avvicina alla pratica analitica: «nel narrarsi, il soggetto si fa carico di se stesso, si “prende cura” della propria costruzione/maturazione, assume la “cura di sé” come proprio compito» (Cambi 2002, p. 85).

In Da me la dimensione della cura ha una posizione di rilievo: il racconto della propria esperienza in terapia occupa significativamente le ultime pagine dell’autobiografia. Inoltre la psicoterapia lega spiritualmente Spaak a un personaggio che viene richiamato continuamente nel testo: Marie Cardinal. Nel suo Le parole per dirlo (Cardinal 1975), Cardinal racconta i suoi terribili sintomi psicosomatici e la sua guarigione attraverso la terapia. Leggendo questo testo Spaak si sente talmente vicina alla scrittrice che arriva a considerarla una sorella: «Io non ho più un padre, non ho mai avuto una madre, ho perso mia sorella per strada. Mia sorella è Marie; mi lega a lei il sangue sofferto condiviso, e non quello genetico» (Spaak 1993, p. 48). Sono infatti i legami familiari e i maltrattamenti subiti nell’infanzia a causare a Catherine Spaak un esaurimento nervoso all’età di ventitré anni; episodio che la spingerà a cominciare la terapia [fig. 2].

 

2. Un dialogo impossibile

Nel 1963 Catherine Spaak è all’apice del successo e al centro dell’attenzione della stampa a causa della sua conversione al cattolicesimo (la famiglia Spaak è tradizionalmente atea), della sua gravidanza e del suo matrimonio con l’attore Fabrizio Capucci. In questo periodo sulle riviste è rappresentata come ragazza ribelle e precoce che non presta ascolto ai consigli dei genitori, e l’intervista condotta da Oriana Fallaci (Fallaci 1963, pp. 149-171) nell’aprile di quell’anno non fa eccezione. Essa, infatti, non solo appare emblematica di un atteggiamento condiviso dall’opinione pubblica, ma risulta anche estremamente interessante per le dinamiche che vengono a crearsi. Più che un dialogo, l’intervista appare una ‘disputa’ tra due generazioni diverse e tra due modi opposti di concepire l’autorità genitoriale. Fallaci accusa duramente Spaak di provare disamore verso i propri genitori: «mi sforzavo di dirle che ai genitori bisogna voler bene comunque, […] anche se non ci capiscono» (Fallaci 1963, p. 153); o ancora:

 

Vanno amati perché ci hanno messo al mondo, perché ci hanno tirato su anche se ci hanno tirato su in un modo che non ci piaceva; del resto anche loro sono stati tirati su dai loro genitori in un modo che non gli piaceva, non per questo si proibivano di amarli (Fallaci 1963, p. 159).

 

L’intransigenza dei giudizi verso la giovane attrice sembra impedire alla giornalista di scorgere, negli «anatemi contro l’uomo e la donna che le hanno dato la vita» (Fallaci 1963, p. 153), una sofferenza profonda causata dall’essere cresciuta in un ambiente completamente anaffettivo. Eppure, tra le righe delle risposte di Catherine Spaak, si riesce a cogliere un dolore già consapevole e pienamente riconosciuto.

Le affermazioni di Fallaci appaiono coerenti con le teorie sull’infanzia della psicoanalisi del periodo, e in particolare con l’idea del bambino colpevole: viene incolpato il bambino per discolpare i genitori. Solo a partire dagli anni Ottanta questa concezione tradizionale viene smantellata grazie agli studi pionieristici di Alice Miller, volti a indagare la realtà infantile. Per Miller, infatti, l’unico amore realmente incondizionato è quello che i bambini provano verso i propri genitori, già dalle prime settimane di vita, e non il contrario (Miller 1996). A nostro parere, il racconto drammatico dell’infanzia di Spaak può essere letto adottando la prospettiva di Miller; in questo modo si potrebbero comprendere meglio le dinamiche del difficile rapporto dell’attrice con i suoi genitori.

 

3. Il dramma dell’infanzia

A distanza di trent’anni dall’intervista di Fallaci, con Da me Catherine Spaak dà a se stessa l’occasione di rispondere, idealmente e in maniera retrospettiva, alle accuse ricevute, descrivendo senza filtri il doloroso rapporto con la sua famiglia [figg. 3-4-5].

Dai racconti emerge come, durante tutta l’infanzia, l’attrice abbia lottato inutilmente, come sua sorella Agnès, per essere presa in considerazione dai propri genitori [figg. 6-7].

Il padre Charles, uno degli sceneggiatori più importanti del cinema francese del periodo, è totalmente preso dal suo lavoro e quasi sempre assente, mentre la madre è concentrata solo su se stessa. Charles, descritto come misogino e «arido» (Spaak 1993, p. 20), si diverte a fare scherzi cinici a tutta la famiglia (Spaak 1993, pp. 13-14; 16-17) e ha l’abitudine di portare a casa le proprie amanti (Spaak 1993, pp. 28-29). Il trasferimento dell’attrice in Italia coincide con il divorzio dei genitori, cosicché essa si ritrova a lavorare gratuitamente perché, essendo minorenne, è il padre a firmare i suoi contratti e a gestire i suoi guadagni quando la ‘vende’ a registi e produttori (Spaak 1993, p. 19).

Spaak tratteggia sua madre come una donna profondamente insicura e infelice che vive solo per mantenere intatta la propria bellezza (Spaak 1993, p. 27), e alla costante ricerca di amore, al punto da arrivare a sedurre i fidanzati delle figlie (Spaak 1993, pp. 74-75).

Tutto ciò si spiega, secondo Miller, se si considera che il disprezzo che un genitore riversa su un figlio è la migliore protezione contro l’emergere dei propri sentimenti di impotenza, gelosia e senso di abbandono. Spesso l’adulto che non ha avuto la possibilità di vivere questi sentimenti in modo consapevole da bambino ne fa esperienza solo attraverso il proprio figlio (Miller 1996, pp. 79-80).

Spaak fa della madre un ritratto lucido e spiega perché, infine, ha deciso di abbandonarla:

 

Si è sempre comportata come fosse ferita, scorticata. […] Si è portata dentro il dolore e la rabbia di chi pensa di meritare molto di più dalla vita e non si rassegna, incapace di gioire mai di nulla né di lottare. Ha aspettato tutta la vita e aspetta ancora che siano gli altri a venirle incontro per risolvere i suoi problemi, prendersi cura di lei. […] con gli anni si è scoperta immatura e troppo fragile per mettersi alla prova: uscire allo scoperto, guardarsi finalmente dentro e riuscire a cambiare. “Da me” purtroppo non c’è posto per lei; è troppo tardi. Mi sarebbe piaciuto; l’ho desiderato intensamente. Peccato (Spaak 1993, p. 37-38).
 

Raccontare il dramma della propria infanzia ha avvicinato Catherine Spaak a una versione più fedele di se stessa. Infatti, qualora un individuo riesca «a fare esperienza del fatto che da bambino non è stato amato per il bambino che era, ma che è stato usato per le sue prestazioni, successi e qualità, e che ha sacrificato la sua infanzia per ottenere quello che credeva fosse amore» proverà «un profondo sconvolgimento interiore» ma sentirà anche «il desiderio di farla finita con tale corteggiamento. Allora scoprirà […] il bisogno di vivere il suo vero Sé e di non doversi più guadagnare l’amore, un amore che in fin dei conti lo lascia a mani vuote, perché si rivolge al suo falso Sé, di cui ha cominciato a disfarsi» (Miller 1996, p. 65). Il processo di liberazione dal falso Sé può avvenire non solo con la terapia ma anche attraverso la scrittura. È anche grazie a essa che Spaak, interpretando il suo vissuto, riafferma la propria identità. Non si tratta di un processo concluso ma la formazione di un’identità sempre in fieri, mai finita. Anche la psicoterapia non viene conclusa: l’attrice decide di terminarla dopo tre anni, pur avendo la consapevolezza di non aver risolto tutto.

 
È cambiata l’idea che ho della solitudine […] quando ho scelto di essere sola non è successo niente di tutto ciò che temevo. Eppure rimane ancora in me questo timore che associo a un grande salto nel buio. Come se non fossi io il mio punto fermo; come se fossi ancora quell’altra […]. Andrò nell’ombra e non ci sarà bisogno di dire niente; sarà evidente che quel giorno avrò vinto anche questo. Da me (Spaak 1993, pp. 216-217).

 

L’immagine di attraversare la penombra e di superarla sancisce l’ultima pagina della sua autobiografia, assegnandole così il valore di una promessa.

 

*Tutte le immagini sono state reperite su www.internetculturale.it.

 

 

Bibliografia

F. Cambi, L’autobiografia come metodo formativo, Roma-Bari, Laterza, 2002.

M. Cardinal, Le parole per dirlo [1975], trad. it. di N. Banas, Milano, Bompiani, 2018.

O. Fallaci, Gli antipatici, Milano, Rizzoli, 1963, ora in edizione digitale, Milano, Rizzoli, 2009, pp. 149-171.

A. Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Riscrittura e continuazione [1996], trad. it. di M. A. Massimello, Torino, Bollati Boringhieri, 2008.

L. Romano, La penombra che abbiamo attraversato, Torino, Einaudi, 1964.

C. Spaak, Da me, Milano, Bompiani, 1993.