2.6. Le confessioni di CC

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Nel 1995 Claudia Cardinale dà alle stampe un’autobiografia (Io Claudia, tu Claudia), firmata con la giornalista Anna Maria Mori, frutto di un anno di incontri, che solleva un velo su alcuni misteri legati alla sua vita privata e alla sua immagine pubblica. In questo ‘romanzo di una vita’ la diva di origini tunisine si mette a nudo, mentre la coautrice garantisce la sincerità delle confessioni raccolte e trascritte. In assenza del principale imputato, Franco Cristaldi, morto nel 1992, i racconti di Cardinale restano l’unica fonte possibile per ricostruire in profondità lo scandalo che la travolse nel 1967 ma soprattutto per conoscere più approfonditamente i modi di produzione dello star system italiano nell’epoca d’oro del nostro cinema. Dieci anni dopo la prima autobiografia, in Francia esce un nuovo libro, ancora redatto a quattro mani (con Danièle Georget) ma firmato da sola, Mes étoiles, in cui la biografia viene ripercorsa da capo, ma la finalità appare sostanzialmente diversa: far pace con il mestiere di attrice, da lei non progettato ma scelto, giovanissima, per fuggire le conseguenze di una violenza sessuale raccontata solo quarant’anni dopo, nel libro precedente. Ne Le stelle della mia vita (titolo dell’edizione italiana, uscita un anno dopo Mes étoils) il cinema appare un luogo di rivelazioni, il mezzo che ha offerto alla star la possibilità di incontrare alcune grandi personalità cui intende rendere omaggio, ma anche interpretare tanti tipi di donna. Cambia il tono, il racconto assume una pacatezza assente nel primo libro e Cardinale pare rappacificarsi con la sua vita professionale. Bilancio esistenziale articolato in due tempi, attraverso centinaia di pagine a stampa, questa particolare tipologia di scrittura del sé rappresenta il luogo ideale dove l’attrice può riflettere sulla propria vita e sul proprio lavoro, ma anche il mezzo con cui ha potuto ridefinire in pubblico la propria identità di donna e di artista.

 

1. Divismo cinematografico e scritture del sé

È noto che l’autobiografia, in Occidente, trova un modello insuperato ne Le confessioni di Sant’Agostino. Nei tredici volumi del padre della Chiesa l’interlocutore è un Dio invocato, con cui il soggetto intesse una sorta di colloquio informale che ha, alla base del patto narrativo, la sincerità e la ricerca della verità. L’incedere drammatico, diseguale, libero della prosa agostiniana resta ancora esemplare nel maggiore contributo primonovecentesco, la Recherche proustiana, e perfino, in Italia, nei romanzi autobiografici di scrittori come Croce, Slataper e Papini. Omesso l’interlocutore divino, l’autobiografia novecentesca si contamina con il romanzo e l’esperienza del soggetto si dissolve nella fiction, pur mantenendo solida, nel patto implicito con il lettore, la tensione verso la sincerità. Nel secondo Novecento l’autobiografia diventa uno strumento di affermazione, ricerca e cura dell’identità ma soprattutto esce dai confini letterari: non sono più i soli scrittori a dedicarvisi, le celebrità assai presto si misurano con questo “genere” mentre la letteratura, avviandosi verso il XXI secolo, procede a una perfetta ibridazione tra le vicende personali e la riflessione sul loro racconto.

Qui ci occuperemo non di scritture letterarie ma di autobiografie come ritratto d’artista, come le ha denominate Antonio Costa in un suo pionieristico contributo che indaga questa sorta di “genere nel genere” appuntando l’attenzione al solo ambito cinematografico e alla nozione di autore. Mi pare si possano tracciare, all’interno di questo particolare segmento della produzione editoriale contemporanea, delle coordinate di ordine generale: l’autobiografia divistica, anzitutto, cioè le autobiografie delle star del cinema, costituiscono un particolare tipo di scrittura del sé che, pur conservando l’anelito alla verità raccontata in prima persona dal suo depositario, non rinuncia a falsificare e demistificare l’immagine costruita dai media: la precisa, la smentisce, dialoga con essa. Perciò è arduo assumere l’autobiografia della celebrità cinematografica come fonte: la star riferisce il proprio discorso a un più ampio discorso pubblico circolare - del sé e dei media - che nella contemporaneità deflagra in mille altre direzioni e viene costantemente rilocata. Claudia Cardinale, ad esempio, ha attiva una pagina Facebook (Claudia Josephine Rose Cardinale - CC) dove i suoi ammiratori postano immagini del passato e brani dei film da lei interpretati all’apice della gioventù e del successo internazionale, ma anche colleghi e amici pubblicano foto che la mostrano dal vivo in eventi pubblici com’è adesso, a ottantun anni spavaldamente portati. La pagina ospita anche alcuni post che sembrano provenire direttamente da lei.

Questo per dire che Claudia Cardinale, in arte CC (in riferimento alle iniziali con cui era stata lanciata Brigitte Bardot, BB), oggi è una star internazionale a suo agio con la propria immagine divistica e ancora amata dai fan, anche se i tempi sono molto cambiati da quando Longanesi ne pubblicava le lettere, a cura di Giovanni Grazzini, in un libro autocelebrativo e promozionale del culto divistico cardinaliano nel lontano 1966.

In Cara Claudia. Lettere dei fans, l’attrice firmava una prefazione di tre pagine, molto interessanti ai fini di comprendere meglio a chi sarà idealmente dedicata l’opera autobiografica a venire. Gli ammiratori sono il suo pubblico, scrive.

 

Si rivolgono un po’ a Claudia Cardinale e un po’ a Aida, a Mara, a Fedora, a Bianca, a Sandra, tanto per non citare che alcuni dei miei personaggi […]. Tutte le lettere che ricevo, e sono ormai migliaia, le tengo gelosamente conservate. Mio padre le raccoglie in un archivio, suddivise per anni, regolarmente numerate; in calce a ogni lettera, anche quelle che si limitano a chiedere la sola fotografia con o senza autografo, c’è segnata la risposta con la data (…). Quelle che si limitano a chiedere la fotografia […] vengono smaltite a parte […]. Tutte le altre, tutte, nessuna esclusa, le leggo io.

 

E conclude con un détournement: «Ecco qualcosa che nessuno, né lei né altri, caro Grazzini, avrà mai. Le lettere di Claudia Cardinale ai suoi ammiratori». Sono senza dubbio questi fan, che per Cardinale coincidono con il pubblico tout-court, i destinatari di Io Claudia, tu Claudia e del successivo Le stelle della mia vita: ciò non toglie che i due volumi risultino di diversa concezione. Dal 1995 al 2006 il “romanzo di una vita” è in movimento e continua a scriversi. Nella forma editoriale, l’autobiografia consta dunque di due parti che si possono considerare un dittico, o una riscrittura. Perché vi si racconta, ma con diversi accenti e diverso uso e omissione dei particolari, la stessa storia.

Prima che Cardinale scrivesse il primo libro, nel 1995, si registrano molte interviste, ma poche confessioni. Neanche quella rilasciata ad Alberto Moravia, per la sua natura paradossale, può essere ascritta al registro della sincerità, cioè alla rivelazione della verità su di sé. Al contrario, la modalità dell’intervista, non all’attrice ma al suo corpo, le permette di mascherarsi perfettamente. Ma nel 1976, in un breve articolo pubblicato su «Playboy» a firma Costanzo Costantini intitolato Un caffè da Freud…, si legge riguardo alla sua adolescenza: «Per liberarmi delle mie frustrazioni scrivevo, scrivevo. Io ho sempre scritto tanto». Il giornalista la incalza: «Claudia Cardinale, perché non hai fatto la scrittrice?». «Perché? Vorrebbe dire che come attrice sono una cagna? (…) Ho sempre strappato tutto quello che scrivevo». All’improvviso Costantini le chiede se fu per vendicarsi dei suoi genitori che «si lasciò sedurre da un uomo più grande di lei e divenne ragazza-madre».

Più che una seduzione fu una violenza. Fui praticamente violentata. Ma è certo che volevo vendicarmi dei miei genitori. Infatti mi rifiutai di abortire. Con il bambino in grembo piantai tutto e tutti e me ne venni in Italia, con l’intenzione di stabilirmi, poi, in Francia. Volevo affermare la mia indipendenza, dimostrare che potevo affrontare la vita da sola.

Sarà anzitutto questa la verità dolorosa sottratta agli occhi del pubblico che l’attrice, ormai matura, deciderà di rivelare in Io Claudia, tu Claudia attraverso una confessione in prima persona lunga centinaia di pagine. Nel 1976 ne anticipa alcuni temi, ad esempio che lo stupro le ha lasciato una forte diffidenza nei confronti degli uomini che si è manifestata, come gesto di autodifesa, anche nella scelta di vivere da sola, fin dai tempi in cui era divenuta moglie del suo pigmalione, il produttore della Vides Franco Cristaldi.

L’immagine divistica di Claudia Cardinale, vista dalla nostra altezza cronologica, risulta coerente, ed è quella di una donna forte e risolta, di un’attrice che affronta la vecchiaia con spirito autenticamente battagliero misurandosi con i palcoscenici teatrali (regie di Scaparro, Squitieri, Liberovici e Philippe Adrien), continuando a girare film - in Italia ma soprattutto in Francia - e ottenendo in cambio, nel 2017, la celebrazione della propria icona vitalistica nel manifesto di Cannes 70. Ma in realtà è piena di fratture: il costrutto della fidanzata d’Italia, cucito su di lei dalla Vides, frana nel 1967 quando, a causa di violente incursioni giornalistiche nella sua vita privata, è costretta a rivelare di aver tenuto segreto un figlio nato da una relazione clandestina. Franco Cristaldi ripara e ne fa sua moglie dando il proprio nome al figlio illegittimo dell’attrice, Patrick. La seconda svolta, nel 1975, segna la fine del lungo rapporto professionale di Cardinale con la casa di produzione Vides. A causa della sua relazione con il regista Pasquale Squitieri, Cristaldi fa terra bruciata intorno a lei e al regista, che non trova più produttori disposti a finanziare i suoi film. A quarant'anni arriva la seconda maternità, stavolta desiderata.Io Claudia, tu Claudia si trattò di un equivoco generato da un periodo di tensione). Altra frattura, la trasferta stabile a Parigi dal 1989. Nel 1992 muore Cristaldi e nel 1995 esce la prima autobiografia. Nel 2000 Cardinale, già attiva per i diritti delle donne e madrina di un'associazione per la lotta contro l’AIDS, diventa ambasciatrice UNESCO. Nel 2003 si separa da Squitieri. Nel 2005 esce la sua seconda autobiografia.

Senza questa cronologia non si può comprendere a fondo la natura dei due volumi presi in esame. Un dittico, si è detto. I volumi autobiografici si collocano il primo dopo la morte di Cristaldi, il secondo dopo la separazione da Squitieri. Pur raccontando (quasi) gli stessi eventi biografici, sono figli di due diverse stagioni di bilanci esistenziali. Ma in entrambi la scrittura si fa confessione.

 

2. Io, Claudia, tu, Claudia

Per più versi il “romanzo di una vita” si può ricondurre al modello agostiniano dell’interlocuzione: Anna Maria Mori non si limita infatti a trascrivere la lunga intervista. Firma l’introduzione (in forma di lettera), chiosa il sesto capitolo aggiungendo un 6 bis di suo pugno per raccontare come ha raccolto le dichiarazioni sulla relazione di Cardinale con Squitieri. Dopo aver raccontato il primo incontro professionale con l’attrice, nel 1962, la giornalista precisa: «Non mi sono assolutamente meravigliata quando hai cominciato, molti anni dopo, a parlare, e a parlare forte: a prendere posizione, in maniera anche scomoda per te, nelle battaglie per il divorzio, l’aborto, la libertà delle donne». E più avanti: «Nonostante questo libro, tu sei riuscita ai miei occhi a conservare intatto il tuo mistero […]. Claudia e il suo doppio, insomma: Claudia ribelle e Claudia obbediente, Claudia donna quotidiana e quasi qualunque, e Claudia con il guizzo della star […]. L’unica cosa della quale, oggi, sono proprio sicura, è la tua sincerità: questo che abbiamo scritto insieme è un libro assolutamente sincero». Assolto l’obbligo di autenticità, che abbiamo visto far parte del patto narrativo della confessione, il racconto in prima persona procede in ordine cronologico da Tunisi verso l’Italia, fino all’approdo in Francia, ma smentisce ordinatamente il discorso pubblico che negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta veniva intessuto su di lei dai media. Quell’io/tu racconta lo stupro subito in Tunisia minorenne e la scelta precipitosa di trasferirsi in Italia per non abortire. Firmò il contratto con la Vides (per I soliti ignoti di Monicelli, 1958) senza informare Cristaldi della gravidanza, fu lui a trasferirla temporaneamente in Gran Bretagna dove Patrick, il figlio, nacque. Poi crescerà con lei e la sua famiglia di origine a Roma, ma credendola sua sorella. Per tutti Cardinale è nubile, senza figli. Nel 1967, si è detto, un primo scandalo rivela l’esistenza del figlio tenuto nascosto e illegittimo, ma solo in Io Claudia, tu Claudia l’attrice riferisce in dettaglio lo stupro subito. Le pagine dedicate a questa rivelazione costituiscono una sorta di resoconto neutro ma non sono meno drammatiche di quelle in cui racconta come trascorreva la sua vita privata nei giorni in cui girava i grandi film della sua carriera e di come si sia sempre sentita un’intrusa sul set.

 

Alla Vides non volevano che si sapesse che Patrick era figlio mio, lui stava lì con noi, e noi, diciamo che abbiamo fatto credere che fosse l’ultimo nato di mia madre, suo figlio, e mio fratello. La cosa tremenda è che gliel’abbiamo fatto credere anche a lui: al bambino […]. Ed ero ancora più sola, sul set, dopo la nascita di Patrick: lavoravo, sorridevo ai fotografi, e coltivavo il dolore segreto di questa cosa grandissima e segreta… Un figlio da nascondere: da amare, ma di cui vergognarsi.

 

Le confessioni del terzo capitolo gettano una luce straniante sul resto del racconto, e soprattutto su una delle sequenze più toccanti della sua produzione giovanile, quella de La ragazza con la valigia (Zurlini 1961) in cui la protagonista, Aida, confessa di tenere un figlio nascosto: «Non riuscivo a recitare quel pezzo di copione […] sullo schermo dura sette minuti: sette minuti in cui io racconto e, insieme, mangio, rido, piango». Attrice per caso e per forza, legata alla casa di produzione da un contratto rinnovato dal 1958 fino al 1975. Cristaldi emerge dal racconto complice, benefattore e padrone, poi amante geloso che le mette al fianco il press agent Fabio Rinaudo perché la sorvegli. È così, con l’addetto stampa al fianco, che Cardinale compare a Guido in 8 e ½ (Fellini 1963) nelle vesti di Claudia, l’attrice che all’improvviso subentra al personaggio fantasma nella fantasticheria del regista. Di rivelazione in rivelazione la galleria delle donne incarnate da Cardinale come star, in almeno tre decenni di cinema italiano e internazionale, si ricompone in un ritratto più intimo di giovane donna realmente, come scrive Anna Maria Mori, divisa in due. Anche la copertina del volume asseconda tale dualismo: giovane, inferocita e selvaggia davanti, donna matura, elegante e sorridente, dietro.

Ha ragione Claudia Ugolini che, nel celebrare l’ottantesimo compleanno dell’attrice ripercorrendo le pagine di Io, Claudia, tu, Claudia, nota: «Sembra il manifesto di #MeToo». Il libro, si è detto, spostando l’accento sulla confessione della vita privata, viene citato e menzionato come ‘fonte’, sia dalla stampa che dagli studi su di lei, soprattutto in relazione ai modi di produzione del cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta. Evidentemente è molto altro, soprattutto il racconto di come un’attrice priva di formazione sia diventata una delle dive italiane più acclamate e significative della generazione successiva a quella di Loren, Lollobrigida, Mangano. E una corsa a perdifiato dentro una carriera complessivamente sbalorditiva.

 

3. Le stelle della mia vita

Il pieno compimento della scrittura del sé si ha con Mes étoils. L’edizione italiana, che porta in copertina il suo luminoso sorriso di ragazza e sulla quarta il suo famoso sguardo fuori campo (in entrambi i casi giovane e con le chiome lunghe, arruffate), presenta il volume così: «Sono stata una principessa, una puttana, una santa: ho avuto centocinquanta vite in una. Ero una selvaggia e il cinema mi ha salvato». Questa volta Cardinale firma il racconto e lo dedica a Squitieri e ai due figli, Patrick e Claudia. Conclude la prefazione: «Ho avuto molta fortuna. È giunto il momento di ringraziare chi si è trovato sul mio cammino». Stavolta dunque non è più il “romanzo di una vita” il piatto forte del racconto ma il cinema visto e vissuto da Claudia Cardinale: il destinatario ideale sono le persone che ha incontrato, esibite al pubblico degli ammiratori. Adesso parla l’attrice. Per quanto casuale e sempre convinta di non essere all’altezza, Cardinale è lì, sul set, al centro delle magie di Visconti e di Fellini. Formata, creata, plasmata passo per passo da queste straordinarie esperienze. Come scrive Jane Gaines nel suo ultimo saggio, la chiave per comprendere la presenza nel cinema delle donne, molto prima che essa venisse acclarata, certificata e studiata, risiede in quell’‘esserci’, nel calcare il set. Cardinale c’era, nella stagione d’oro del cinema italiano, e nel 2005 lo racconta a partire dalla parola tunisina mektoub, corrispondente al latino fatum. Così sia. Se Dio lo vuole. Fatalità. «La nostra volontà conta poco, tutto è scritto», premette. Il libro, senza trascurare il piano della confessione, rivela l’attrice, la sua recitazione, la sua scrittura gestuale, la sua concentrazione maniacale: sempre, al fianco, la paura di essere inadeguata e di aver usurpato un ruolo, non quello di star ma l’altro, quello di attrice. Nel secondo capitolo, «Non si sfugge al destino», precisa come la violenza sessuale si sia trasformata in una relazione con rapporti frettolosi e sgraditi che la lasceranno incinta. In «Fatti bella e taci», titolo del terzo capitolo, racconta la sua obbedienza alla Vides, la mancanza di preparazione e la necessità di imparare a «recitare a intermittenza», la borsa di studio vinta per la categoria «temperamento», Gassman e Mastroianni che le facevano la corte, il consiglio sarcastico di Monicelli: «“Sai, Claudia”, mi ha detto con dolcezza, “al cinema si fa sempre finta”». Poi scorre la galleria dei «professori», mentori in quello che definisce il suo «cinema a catena». Germi, Bolognini, Zurlini, Fellini. Svetta Visconti, ritenuto, su tutti, il maestro. È lei che racconta ma che anche definisce e giudica, in base alla propria esperienza, l’operato dei grandi. E, così facendo, permette di cogliere l’autorevolezza della sua carriera artistica. Tanti incontri di così alto profilo permettono alla star di mantenere inalterata nel tempo la sua fama, anche quando vengono a mancare i successi professionali. Mentre riordina, Cardinale oltrepassa le fratture – l’autobiografia come autoterapia – e procede verso una ricomposizione identitaria. La musa del cinema d’autore italiano, mentre racconta, si fa autrice.

Il secondo segmento del dittico pare dunque a pieno titolo ascrivibile alla categoria dell’autobiografia come scrittura d’artista. Nella prima grande stagione del cinema italiano, il periodo muto di cui si occupa Costa, l’autobiografia serve a rivendicare l’autorialità di chi scrive, sia un regista come Méliès o una diva come Francesca Bertini. Ma a partire dagli anni Sessanta la concezione dell’autore, titolo riservato in esclusiva ai soli grandi registi, impedisce, frena una diversa accezione ed estensione di tale inamovibile e sacralizzato concetto. Quando Cardinale scrive la seconda autobiografia, invece, lo fa per riconsiderare, in relazione agli autori-‘professori’ che non ci sono più, la sua professione di star.

 

Ero una ragazza moderna alquanto bizzarra. Apparentemente molto libera, ma costantemente sorvegliata dallo sciame di impiegati che la Vides mi faceva ronzare attorno. Una piccola principessa della seconda metà del ventesimo secolo che incarnava l’incredibile prosperità di quegli anni di euforia, eroina di un’epoca in piena crescita dove il miglioramento dei destini collettivi e individuali era possibile.

 

 

4. Fratture e ricomposizioni

Ristabilire la verità, attraverso due confessioni, permette a Claudia Cardinale di rinvigorire il proprio mito, quello di una bellezza solare e notturna, limpida, misteriosa e inquietante, come l’ha definita Gian Piero Brunetta. Come altre attrici della sua generazione (Monica Vitti, Stefania Sandrelli, Catherine Spaak, Carla Gravina, Rosanna Schiaffino, Virna Lisi, Sylva Koscina e Sandra Milo), sia nella vita pubblica che in quella privata ha incarnato un nuovo modello femminile di donna volitiva e battagliera, desiderosa di essere libera e indipendente, per quanto ostacolata dalla storia. Scrive Brunetta: «Nonostante i non pochi sforzi la domanda di autonomia, parità e piena emancipazione dal dominio e dalla tutela maschile urta contro ostacoli pressoché insormontabili».

Il dittico propone il racconto della vita privata come scrittura della vita pubblica, con le battaglie civili anticipate dallo status di Cardinale donna abusata e ragazza madre prima, poi celebrità e attivista dei diritti delle donne. Però non è solo questo. È un’artista che afferma la proprietà di sé ed aspira ad un ruolo paritario nelle relazioni affettive e professionali. Lo dimostra l’identità oggi autocertificata dal nome cui è intitolata la pagina Facebook, «Claudia Josephine Rose Cardinale (CC)». Una nuova storia di sé, dove il rapporto con il pubblico appare finalmente biunivoco e, per così dire, diretto. Non sono più i fan che chiedono foto, ma il suo profilo che le ospita: i suoi splendidi ritratti, i magnifici saggi di cinema della durata di pochi minuti, una quotidiana rilocazione digitale della sua immagine orchestrata da ammiratori e amici sotto l’identità digitale da lei scelta per sé.

 

Bibliografia

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C. Ugolini, ‘Claudia Cardinale, gli ottant’anni della ragazza “che non voleva fare cinema”’, La Repubblica, 13 aprile 2018.