4.5. Il Pinocchio noir di Zaches Teatro

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 Zaches Teatro, compagnia toscana attiva dal 2007 che prende il nome da un racconto di E.T.A. Hoffmann del 1819 (Klein Zaches, genannt Zinnober), ha codificato la sua cifra stilistica lavorando con le maschere, le marionette e altri generi di figure che sin dall’inizio hanno trovato spazio e impiego nelle sue produzioni (One reel, 2006; Faustus Faustus, 2009), ed è a oggi una delle compagnie (ricordiamo anche Riserva Canini e Teatrino Giullare) che più ha sperimentato, in Italia, il teatro di figura, o meglio ‘delle figure’, in tutti i suoi aspetti.

Il teatro russo e i suoi maestri sono stati modello e fonte d’ispirazione per i membri della compagnia. Prima quello fisico dei russi Derevo (compagnia fondata nel 1992 e tuttora diretta da Anton Adasinskij), caratterizzato da un mix di teatro e danza, di pantomima e butho, di performance e arte povera, di clownerie e folclore, che oscilla sempre tra grottesco e visionario; poi quello di Nicolaj Karpov, grande maestro della biomeccanica teatrale. Su questa scia, il lavoro di Zaches, come si legge nella presentazione del gruppo, è «spinto a indagare il connubio tra differenti linguaggi artistici: la danza contemporanea, l’uso della maschera, la sperimentazione vocale, il rapporto tra movimenti plastici e musica/suono elettronico dal vivo». La compagnia risulta pertanto compatta e trasversale allo stesso tempo: ne fanno parte Luana Gramegna (coreografa e regista), Francesco Givone (scenografo, costruttore di maschere e light designer), Stefano Ciardi (compositore, musicista e sound designer) e Enrica Zampetti (dramaturg e interprete).

Nel 2013 Zaches si misura con uno dei personaggi più famosi di sempre, che con il suo naso lungo di bugie e la sua inesauribile vitalità si è imposto nell’immaginario di grandi e bambini: Pinocchio. Senza rinunciare alla cura estetica e drammaturgica nella scena, così caratterizzante in tutti i loro spettacoli, l’universo di Collodi apre per Zaches delle possibilità espressive nuove, una tra tutte l’uso della parola, avendo a che fare con un testo letterario che, a differenza per esempio del Faustus Faustus in cui i precedenti letterari venivano appena evocati al fine di raccontare il mito, viene qui mantenuto e seguito con un certo rispetto. La prima versione dello spettacolo, Пинокио-Pinocchio, nasce su commissione per il teatro uralico di Ekaterinburg, e già contiene quel taglio noir che manifesta molti punti di contatto con la scrittura collodiana e che sarà poi ripreso e ampliato nella versione italiana del 2013-2014.

Con il loro Pinocchio ci troviamo «all’interno del teatrino ottocentesco di Mangiafuoco, con l’unica differenza che qui gli attori si fanno marionette (nel testo recitavano marionette vere), dando vita con i loro corpi e le loro voci alle maschere realizzate da Givone» (Monaco, 2014). Lo spettatore è chiamato ad accomodarsi direttamente sul palcoscenico. In questa particolare configurazione in cui palco e platea si fondono in un luogo unico (alla mente sovviene la poetica del tréteau), chi assiste allo spettacolo sente ancora di più di far parte di quella finzione che è il grande gioco del teatro. Il primo personaggio che entra in scena è la Fata turchina (Enrica Zampetti), un’inquietante bambola meccanica che, come in un carillon, si muove sulle note del Piano Trio no. 2 di Schubert. Ha il volto coperto da una bellissima maschera di cartapesta, una cuffietta e delle lunghissima trecce turchine [fig. 1] e, come manovrata da un burattinaio, racconta quello a cui lo spettatore assisterà, consentendo così l’entrata in scena di Pinocchio.

In realtà il burattino è già sul palcoscenico, dentro una grande cassa di legno, resa ancora più realistica dal suono di cigolii registrati. Da lì prende forma un Pinocchio acrobata (una straordinaria Giulia Viana), dalla voce squillante e dalla risata contagiosa [fig. 2]. I buoni propositi che declama vengono quasi subito dimenticati quando si lascia ‘catturare’ dal richiamo del Gran Teatro dei burattini e, nonostante gli avvertimenti della Fata, dal piano stravagante del Gatto e della Volpe (i bravissimi Gianluca Gabriele e Enrica Zampetti) [figg. 3-5]. L’incontro, poi, con Lucignolo (presenza muta in scena) conduce il burattino al Paese dei Balocchi e alla trasformazione in ciuchino, fino a quando la Fata turchina lo trae nuovamente in salvo.

Sono solo tre gli attori in scena e, ad eccezione di Viana, gli altri due interpreti si alternano ricoprendo i ruoli degli antagonisti che Pinocchio incontra sulla sua strada, con cambi repentini di maschera e di abito e con passaggi da un registro vocale a un altro (che li vedono giocare anche con l’italiano e il dialetto), generando un interessante cortocircuito tra elemento umano e marionetta. Anche per questo motivo lo spettacolo, della durata di circa un’ora, non poteva includere tutti i personaggi nati dalla penna di Collodi: mancano ad esempio il terribile Mangiafoco, e soprattutto il grillo parlante e Geppetto. Il grillo in realtà compare come una voce fuori campo mentre alle spalle di un disperato Pinocchio viene proiettata l’ombra della Fata, dea ex machina delle sue peripezie. Geppetto è invece solo evocato e invocato dall’inizio alla fine dello spettacolo; la sua mancanza, però, si riveste di un che di sinistro, e la casa in cui il burattino ‘non vuole tornare’ potrebbe essere il luogo in cui lo aspetta qualcuno di cui diffidare. La storia del celebre burattino diventa così la storia di un’iniziazione, di un desiderio legittimo di conoscenza del mondo che non può prescindere, però, dal rapporto con la morte (e con il suo superamento) e che può essere vissuto anche senza le figure degli adulti, che qui sono infatti assenti [fig. 6]. La Fata, vera burattinaia dello spettacolo, accompagnata dalla musica dello stesso carrillon che ha aperto lo spettacolo ripone un Pinocchio esanime nuovamente all’interno della cassa e, in un ultimo e silenzioso gesto che è quasi una carezza, gli sfila la maschera dal volto [fig. 7]. Ecco che un personaggio come Pinocchio può sorprenderci ancora grazie all’adattamento di Zaches Teatro, che ci restituisce la forza primigenia dell’originale di Collodi con un finale carico di futuro in cui ogni maschera è destinata a cadere.

 

Пинокио-Pinocchio (co-produzione 2013 tra Zaches Teatro e Teatr Kukol’ di Ekaterinburg – Ministero della cultura della regione di Sverdlovsk – Russia): premio ‘Miglior Scenografia’ a Francesco Givone alla vii edizione dell’International Festival Great Petrushka di Ekaterinburg (Russia) – 2014; ‘Miglior Spettacolo’ per il Premio Arlekin di San Pietroburgo (Russia) – 2015; Premio ‘Miglior lavoro scenografico’ a Francesco Givone al Festival Nazionale di Teatro di Figura (Russia) – 2016.

Pinocchio (produzione 2013/2014): premio ‘Miglior allestimento scenico’ a Francesco Givone e ‘Miglior attrice protagonista’ a Giulia Viana (nel ruolo di Pinocchio) al xxii International Festival of Children’s Theatres di Subotica (Serbia); finalista al premio ‘In-Box 2015’.

Foto di Guido Mencari.

La presentazione della compagnia si legge sul sito https://www.zachesteatro.com

B. Monaco, 'Il côté noir delle fiabe', Vespertilla, anno XI, n. 5, settembre-ottobre 2014.