4.3. «Accetto di essere chiamata “attrice”, ma con l’aggiunta di qualche altra definizione». Franca Rame si racconta

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All’interno delle categorie paradigmatiche rilevate da Rizzarelli nella sua «cartografia dell’attrice che scrive» (Rizzarelli 2017), Una vita all’improvvisa (2009) [fig. 1] di Franca Rame si colloca nel genere della narrazione autobiografica, scritta quasi a fine carriera (Rame avrebbe compiuto 80 anni pochi mesi dopo l’uscita del volume) e votata «a consacrare l’immagine divistica già affermata e consolidata da tempo» (ibidem). Ne viene fuori un testo in cui interviene anche Fo e in cui emerge una tensione dialogica dettata dal desiderio di cercare il contatto con un ipotetico destinatario, un «lettore privilegiato» (Battistini 2007), che ora è il marito ora è il pubblico che tanto l’ha amata e seguita durante la sua lunga carriera. Un racconto artistico e biografico in forma di affabulazione teatrale con tanto di didascalie per regolare i meccanismi scenografici e registici di un’ipotetica messa in scena (i disegni di Fo accompagnano per immagini questa storia, quasi uno per pagina), che oscilla sul terreno mutevole, «vivente e interpretante della memoria» (Battistini 2007) in cui Rame ripercorre, a balzi ed episodi, la sua vita vissuta «in modo esagerato», a cominciare dagli anni dell’infanzia fino alle prime esperienze d’attrice, apprendendo così «l’arte antica di andar all’improvvisa», ovvero di recitare a soggetto senza seguire integralmente un copione (ecco il titolo del volume), nonché il suo cammino a fianco del marito.

 

1. Il «doppio talento» (Cometa 2014) di Rame si manifesta nel pieno degli anni Settanta, quando le sue capacità d’interprete «si affinano e si palesano su differenti piani stilistici» (D’Angeli 2011), mentre cominciano a emergere i suoi bisogni espressivi svincolati dal magistero di un marito «monumento» (espressione usata da Rame), di cui conosceva qualità e debolezze e per il quale rimarrà comunque e sempre una sorta di editor. Un femminile che «si sottrae al patto del dominio maschile, liberando un’energia indomabile» (Setti 2014) e che diventa rappresentante di una linea di narrazione teatrale volta ai racconti e alle voci dell’altra metà del cielo. È così che come autrice nasceranno opere dedicate alla questione femminile, monologhi per una donna, che potremmo quasi definire delle autobiografie per caso: Parliamo di donne, Tutta casa, letto e chiesa, L’eroina, Grasso è bello!, Lo stupro.

Rame ha sempre negato che le commedie che andava scrivendo e recitando riflettessero la sua vita privata ma da Una vita all’improvvisa affiora il ricordo, sin da bambina, di una mancanza di separazione tra la vita quotidiana e la finzione. Il doppio di Rame riflette le intenzioni di un piccolo coro intermittente e contraddittorio: donne all’apparenza fragili, madri fricchettone o svampite, madri universali come Eva o come Maria.

Pur non rinnegando il ruolo che le dette notorietà negli anni Cinquanta – quello di «bonona un po’ stupida, decorativa e quasi muta» (D’Angeli 2006), un ruolo comunque diverso da quello tradizionale «di ‘soubrettona’, una via di mezzo tra le soubrettes e le soubrettine in slip e reggiseno» (Cappa-Nepoti 1997) – la Rita Hayworth italiana [figg. 2-4], così Rame veniva chiamata, infrange i cliché del mondo dello spettacolo arricchendo di voci e funzioni le donne che interpreta. Silvana di Lo sai che i papaveri di Marchesi e Metz (1952), Diana de Lo svitato di Lizzani (1956) e persino la starlette Barbara di Rascel Fifì di Leoni (1957), contengono già i prodromi di quelle identità femminili che saranno portate da Rame sul palcoscenico: donne che diventano capaci di esprimere, attraverso il riso, la denuncia dei dissesti, degli scandali, degli imbrogli, la condanna delle ingiustizie sociali e delle corruzioni. I suoi ruoli cinematografici riaffiorano in maniera nuova e approfondita, nella chiave pensosa, destabilizzante del fool che, difendendosi sotto la copertura del riso, scopre l’altra faccia della medaglia. Una comicità che ha un fine rivoluzionario e si fonda sulla predicazione e sulla provocazione, con lo scopo di risvegliare nel pubblico l’indignazione (Peja 2009).

L’opera di Rame (e di Fo) trasformerà il personaggio femminile in clown, deformerà la fisicità della donna invecchiandola, imbruttendola, ingrassandola, cambierà il suo ruolo in scena fino a farle assumere la funzione di personaggio primario (d’Arcangeli 1999). È il caso, per esempio, di Settimo: ruba un po’ meno (1964), che non a caso Fo dedica a sua moglie e dove protagonista è un personaggio femminile: Enea, tutt’altro che bella, sempliciotta, semialcolizzata, becchina del camposanto, ha come massima aspirazione quella di diventare una donnaccia, perché per lei questo mestiere significa emancipazione. Nonostante il ruolo da protagonista, scorrendo la rassegna stampa dell’epoca, Rame è a malapena nominata; questa marginalità e la fatica di un lavoro di attrice duro come un qualsiasi altro lavoro (Farrell 2001) la porta, nel 1977, alla decisione di lasciare il teatro. Fo, colpito dalla scelta, in poco più di una settimana scrive per la moglie una nuova ‘giullarata’ al femminile: Tutta casa, letto e chiesa (1977; prova generale a quello che poi sarà lo spettacolo Coppia aperta, quasi spalancata del 1983), in cui, in tutti i personaggi dei diversi monologhi, troviamo rappresentata la condizione delle donne che condividono la «rabbia verso l’impotenza femminile in un sistema di repressione a dominazione maschile» (Mitchell 1984). Adesso sono le figure femminili ad avere bisogno della spalla, hanno finalmente smarrito «i tratti di burattini che servono a dare risalto ad una situazione scenica» (d’Arcangeli 2006), ma è la situazione che accentua la loro importanza e le loro parole assegnando un carattere di universalità.

 

2. Chi è Franca Rame può raccontarlo solo il palcoscenico, ecco perché anche la sua biografia, come dicevamo in premessa, è un po’ spettacolo-monologo-dialogo. Rame si fa «fragile ma vitale organismo diegetico» (Battistini 2007) che scrive di sé e dialoga con i propri fantasmi, ricercando, così come era abituata a fare in teatro, un avvicinamento e un coinvolgimento con il lettore-spettatore. Ecco perché il testo spinge sul versante della scrittura drammaturgica in cui Rame esce dalle pagine del libro come per recitare la sua parte, un testo che, nella sua genesi, le è stato «quasi imposto» (p. 10), in particolare da Fo.

Un giorno Dario, per caso, aprendo il cassetto di un armadio alla ricerca di non so cosa avesse smarrito, incappa in un bustone con sopra scritto “Appunti Franca”. Curioso, di nascosto, si fionda nella lettura: storie che raccontano di me bambina, della mia famiglia, fino ad arrivare ad oggi. Dopo qualche giorno si presenta a me col malloppo, lo sbatte sul tavolo ed esclama: “Adesso provaci un po’ a raccontarmi che non ce la fai a scrivere le tue storie! Queste cosa sono?! […] “E va bene, ci sto! Mi impegno a farne uno scritto di teatro… perfino un libro se vuoi! Però pretendo che tu mi dia una mano pensando alle cento mani che ti ho dato io!” (Rame 2009, pp. 10-11).

È importante soffermarci brevemente sulle parole di Rame: «Mi impegno a farne uno scritto di teatro… perfino un libro se vuoi!». In effetti l’autobiografia sembra quasi una trascrizione di uno spettacolo teatrale, un copione, secondo le modalità a lei così familiari di riscrittura teatrale completa di didascalie e storyboard che illustrano dinamiche e personaggi. Un’autobiografia ‘in movimento’ che supera la cristallizzazione in una forma definitiva e immobile che avviene quanto si registra la vita sulla pagina bianca (Battistini 2007).

La lingua è diretta, dall’apparenza non letteraria ma in realtà meditata; la sua è una parola forte e ironica che il teatro ha sicuramente contribuito ad incidere nel suo patrimonio genetico (la «via comica» sarà per la coppia strumento di fidelizzazione del pubblico). La scrittura, con una sincerità dai tratti spiazzanti, dona al racconto il piacere della chiacchierata tra amici, di quelle dove le gallerie fatte di volti e di ricordi sfumano con naturalezza nelle più intime confessioni. Storie dunque raccontate attraverso gli occhi di Rame, i disegni di Fo e le parole di entrambi: gioie, dolori, battaglie culturali e politiche, il senso vero e profondo di una ‘comunione’ di vita e di teatro.

La narrazione della vita di Rame, il flusso dei suoi ricordi scandito da brevi titoli (manca una suddivisione in capitoli), principia con un «Andiamo a cominciare», come dicevano un tempo gli imbonitori nelle fiere paesane.

All’apertura del sipario appaiono due ampi schermi sui quali sono proiettati un manifesto molto elaborato quasi prezioso e una scenografia classica della commedia dell’arte con due palazzi che s’affacciano ai lati e un palco ricco di statue e così d’acqua. Entra in scena Franca (Rame 2009, p. 9).

Lei, «l’ultima nata della covata teatrale, […] straricca di femmine», un problema per una famiglia di teatranti che «non si poteva risolvere con la messa in scena di sole opere come Le sorelle di Cechov» (p. 15), debutta a solo otto giorni in braccio alla madre. Quando ha tre anni il padre Domenico sentenzia: «è ora che Franca cominci a recitare» (p. 46). Le pagine dell’autobiografia si aprono così al racconto del suo primo ruolo di scena, in cui, vestita da angiolino di supporto dell’angelo Gabriele, doveva ripetere allo zio-Giuda «Pentiti! Pentiti! Giuda traditore che per trenta monete d’argento hai venduto il tuo Signore!» (p. 47), e invece finisce per consolarlo sul palco; o di quando, impersonando Giulietta, si addormenta come un sasso nel sarcofago e il padre la deve svegliare subito dopo il suicidio di Romeo (un giovanissimo Enrico Maria Salerno). Da quelle prime, non felicissime, esperienze teatrali si segna una strada che non avrebbe potuto condurla da nessun’altra parte se non sulle assi di un palcoscenico, unico luogo in cui si trova a proprio agio. Lei, che preferirà ad ‘artista’ il termine ‘artigiana’ – in quanto per tutta la sua vita ha cercato «solo di fare bene il suo mestiere» (Balzola, Pizza 2016) – fin da piccola è «quella del teatro», quella che lo fa, quella che ci vive, ci mangia, ci si riconosce. Proverà a intraprendere un’altra professione, quella di infermiera, ma sarà un tentativo inutile. Ricorda allora quello che diceva lo zio Tommaso: «Si nasce tutti con i cerchioni ai piedi, c’è chi calza ruote da bicicletta, chi da macchina e chi da vettura ferroviaria. Tutti vanno di qua e di là, ma chi si muove sui cerchioni di ferro non può sterzare per altra strada: è costretto dalle rotaie a tirare sempre dritto nella sua unica direzione» (p. 82). E Rame calza le ruote dei carrozzoni itineranti.

Rispetto alle figure maschili (il padre e lo zio), sono molte le figure femminili che popolano la sua infanzia e che trovano ampio spazio nel libro: dalla madre Emilia, di cui inizia a parlare raccontandone la morte, lei che era «di una bellezza sconvolgente» (p. 36), rea di essersi sposata contro il volere della famiglia con un marionettista senza fissa dimora, alle donne del quartiere – la fruttivendola Maria, «più larga che lunga» (p. 60) e la nubile e ricca Giuseppina, che la prende sotto le sue ali – alle sue sorelle che la preparano per quel giorno, quando arriva «quella cosa lì» (p. 71) e lei, che si ritrova bardata con un «enorme pannolino affrancato con una spilla da balia» (p. 72), rimane delusa a vita perché nessuno la festeggia.

Non arrivava la torta, nessuno mi guardava, nessuno mi dava un minimo di soddisfazione. Domani è domenica, certo… la faran domani… a messa grande con tutte le mie amiche che canteranno in coro: «Osanna, Osanna! La bambina è donna! Il frutto è fiorito: sia il benvenuto!». Sarà una bella sorpresa! Niente! Non è successo niente! Tutto quello fuori dalla norma che è avvenuto è che la mia mamma mi ha detto: «Da oggi sei signorina, quando ti siedi tieni le gambe chiuse!» (Rame 2009, p. 72).

Spesso Rame ha ripreso il tema della madre come figura primordiale imprescindibile. Non a caso i titoli dei suoi monologhi più famosi: Medea, Maria alla Croce di Mistero Buffo, La marjuana della mamma è la più bella o episodi di natura autobiografica come Il diario di Eva e Lo stupro sono testi in cui la struttura dell’archetipo materno trova una sua contemporaneità e risonanza grazie a un palcoscenico che si fa trampolino per far sentire la propria voce [fig. 5].

Rame procede attraverso flashback e flashforward per raccontarci il suo incontro con Fo e la nascita del figlio: «Lui non mi guardava per niente, e, come sempre succede, è proprio quello che non ti guarda, che ti interessa più di tutti gli altri. Così un bel giorno, l’ho sbattuto contro un muro, e l’ho baciato sulla bocca. Poi ci siamo sposati…» (p.88). Dopo il matrimonio a Sant’Ambrogio nel 1954, il santo «fanatico del teatro» (p. 96), resta incinta di Jacopo: «Credo che per una donna sia il momento più bello della vita, aspettare un bambino. Che è sbagliato dire “aspettare”. Non me lo porta nessuno. Lo sto facendo! Una lavorata! Nove mesi» (p. 98). Anche il parto è sotto il segno dell’ironia, con lei che grida «etere! Voglio l’etere!» per il dolore e l’infermiera che crede stia chiamando il marito «Calma signora, Ettore arriva subito» (p. 102). La testa «strapiena di memorie» (p. 90) non le consente, come dicevamo, una progressione lineare: «fra tanto marasma mi è difficile trovare l’abbrivio giusto per evocare in modo logico e chiaro la sequenza dei fatti, migliaia di ore vissute in modo “esagerato”, le difficoltà, le meraviglie viste e toccate» (pp. 90-91). Ed ecco che un Jacopo adolescente torna quasi sul finire dell’autobiografia e prima dell’ultima parte, quella dedicata all’esperienza politica di cui il figlio sarà in qualche modo responsabile. «O Jacopino, quanto ti bene ti voglio!» (p. 268): nel libro ricorda i primi approcci alla sessualità di Jacopo come quando trionfante annuncia alla madre di «aver trovato la clitoride» (p. 273) e lei gli chiese dove l’avesse persa: «quando però ho realizzato che per lui era un avvenimento importante… perché siate sincere, donne… per gli uomini è proprio difficile trovarla ’sta clitoride! Quanto ho capito. Gli ho battuto le mani: “Bravo-bravo-bravo!” Alla sera a cena ho preparato una torta: festeggiamo» (p. 273).

Con il suo stile comico affronta, sempre con garbo e sincerità, il tasto delicato della censura durante Canzonissima. Rame racconta che, nei loro spettacoli, i poliziotti erano presenza fissa anche se non invitata e lei, in una di queste occasioni, decise di mettersi tra di loro e di recitare uno stralcio di Michele Lu Lanzone, nel quale interpretava il ruolo di una madre che aveva perso il proprio figlio sindacalista, braccato dalle forze dell’ordine e poi ucciso dalla mafia. Due guitti avevano osato insultare l’onore del popolo siciliano sostenendo l’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia. «Era il 1962 quando fummo letteralmente cancellati dallo schermo televisivo per la bellezza di sedici anni, il che significa, nel mondo dello spettacolo, essere messi al bando per una vita» (p. 132). Ma da questa impasse nascerà un progetto culturale, civile e politico di un teatro come partecipazione condivisa. Le pagine successive dell’autobiografia ricordano pertanto la nascita del teatro ‘viaggiante’ che consentirà loro di raccontare la lotta di classe e toccherà l’apice con Mistero Buffo, recitato nelle case del popolo; un teatro che avrebbe portato lei a diventare senatrice della Repubblica e lui a guadagnare il Premio Nobel per la letteratura. In queste pagine, centrali rispetto all’assetto del volume (si va da pagina 143 a pagina 255), e dove Rame e Fo si alternano nel racconto con l’indicazione delle battute, la scansione teatrale è più evidente poiché si attinge dai racconti che la stessa Rame (e in parte Fo) ha fatto tante volte in palcoscenico. Le didascalie concorrono ancor di più nel rafforzare questo libero gioco teatrale in cui il rapporto si ribalta ed è Fo a fare da spalla alla moglie. Aumentano anche i disegni che, come sappiamo, rappresentavano il canovaccio visivo che aiutava lo sviluppo drammaturgico degli spettacoli [fig. 6]. Un copione di un’ipotetica messinscena; ma è tutto incredibilmente vero.

Come è vero il racconto della violenza subita. Da una scrittura autonoma e da un’esperienza autobiografica nasce, come detto, il monologo Lo stupro, uno dei pochi scritti dalla sola Rame. Lei donna «scomoda e strega, per molti» (Francione 2017), che, come diranno i suoi aguzzini se l’era andata a cercare perché bella, avrà la forza di raccontare a suo modo, con un magnifico travestimento drammaturgico, il feroce sequestro. Qui Rame decide di non aggiungere molto, ha già detto tutto nel suo monologo che è contenuto interamente nell’autobiografia. Lei, attrice fascinosa che avrebbe cambiato pelle più volte lungo tutta la sua carriera, perorerà, con la stessa irruenza fisica che aveva dedicato ai suoi personaggi, le cause in cui credeva fino ad arrivare in Senato durante l’ultimo tratto della sua esistenza che non ha riguardato il teatro. È qui che l’intreccio vita e arte di dissolve e termina la sua autobiografia, non dunque con il racconto di altri spettacoli o di retroscena privati, ma con il Debutto in Senato (questo il titolo emblematico scelto per il racconto di questa fase della sua vita) e con la lunga lettera di dimissioni firmata nel gennaio del 2008, qui inclusa. In qualità di Senatrice trascorre tra il 2006 e il 2008 i diciannove mesi più brutti della sua vita (lo troviamo raccontato anche in In fuga dal Senato, 2015, testo postumo portato in scena da Fo), registrando il senso di impotenza comune a molti intellettuali che approdavano in Parlamento.

Rame, abituata a combattere le sue battaglie civili sul palcoscenico, vive con amarezza e disillusione questa esperienza. La sua resistenza di donna forte è provata sicuramente dai suoi settant’anni ma sostenuta dal suo senso di responsabilità civile. Con le sue dimissioni consegna, in uno dei passaggi più autobiografici, il senso di tutta una vita e la sua eredità: «Non intendo abbandonare la politica, voglio tornare a farla per dire ciò che penso, senza ingessature né vincoli, senza dovermi preoccupare di maggioranze, governo e alchimie di potere in cui non mi riconosco» (Rame 2009, p. 316).

 

 

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