John Berger, La Cataratta

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©Selçuk Demirel

È di questi primi mesi del 2015 la pubblicazione, da parte dell’editore Gallucci di Roma, della traduzione italiana di Cataract (2011), uno degli ultimi testi dell’ecclettico critico d’arte, scrittore e intellettuale John Berger (Londra 1926), con il commento a china del disegnatore di origine turca Selçuk Demirel (Artvin 1954), collaboratore di giornali quali Le Monde e The New York Times. Dedicato al Centre Hospitalier National d’Ophtalmologie di Parigi, il libretto nasce da un’occasione specifica, ma contiene riflessioni il cui valore va ben oltre: gli interventi di asportazione delle cataratte, prima dall’occhio sinistro e circa un anno dopo, nel 2010, da quello destro, sono per Berger l’«esperienza che ha trasformato il mio modo di guardare», da cui ricava che «la superficie di tutto quel che guarda è coperta da una rugiada di luce».

La fine tessitura del testo fonde un’esile narrazione autobiografica a spunti saggistici, ma a prevalere sono le registrazioni degli accadimenti di natura visiva, non prive di intonazioni poetiche, il cui senso è amplificato dal doppio codice adoperato: sulla pagina di sinistra quello verbale, di Berger, sulla pagina di destra l’interpretazione figurativa di Selçuk, essenziale e sorridente. Lettura e visione procedono così unite, gli occhi possono cominciare dal disegno oppure dalle parole, e passare da queste a quello più volte.

©Selçuk Demirel

Due operazioni chirurgiche divengono così l’opportunità per un ulteriore esercizio di osservazione da parte di uno degli autori che più hanno indagato e scritto sull’arte di guardare ed esprimere ciò su cui si posa lo sguardo: Questioni di sguardi (1998), Modi di vedere (2004), Sul disegnare (2007), Sul guardare (2009), Capire una fotografia (2014), sono soltanto alcuni dei suoi libri, diversi dei quali tradotti da Maria Nadotti, che è la traduttrice anche di Cataratta.

Un inconveniente diviene dunque feconda possibilità: come nel romanzo di Berger Da A a X. Lettere di una storia (2009), la perdita di contatto col reale dell’ergastolano Xavier permette il rinnovarsi del miracolo della scrittura, che restituisce alla vita attraverso le lettere di Aida, così qui l’oscurità parziale, la diversità di capacità visiva, divengono lo spunto per una «metafisica» della luce che «rende possibile la vita e il visibile». Al di là di ogni dimensione temporale, infatti, ciò che rende «nuovo» l’oggetto osservato non è la sua età, ma la luce, «continuo eterno principio», «che cade su di esso e ne è riflessa», restituendogli ogni volta la sua «purezza originaria», la sua «primità». Proprio la «grata» (è questo il significato di ‘cataratta’ secondo l’etimo greco, ricordato dallo stesso Berger), che ostruisce l’ingresso alla luce, rende possibile questo studio.

Oltre che sulla luce in sé, Berger esprime considerazioni sui suoi effetti: il senso della distanza, ad esempio, poiché lo spazio, riempiendosi di luce, diviene più visibile e consente allo sguardo di avventurarsi all’esterno; l’occhio prigioniero della cataratta, invece, resta sempre «in interni». Per la stessa ragione la luce potenzia anche il senso della lateralità, della larghezza, favorendo la coscienza di più direzioni e consentendo quindi l’accesso a una dimensione che non è più solo oggettiva: «invita a immaginare (come succede da bambini) una moltitudine di orizzonti alternativi [...] in tutte le direzioni». Assieme alla percezione della luce, per contrasto aumenta anche quella dell’oscurità, che diviene più buia, ma anche dei colori, naturalmente, sempre declinati al plurale: i blu, i bianchi, i neri. Vi sono anche due disegni di Berger fra queste pagine, due viole del pensiero, effigiate prima e dopo l’operazione all’occhio destro: nel secondo disegno risplende «l’intimità» dei colori, che «si sono denudati» davanti ai suoi occhi.

©Selçuk Demirel

L’asportazione delle cataratte è insomma realtà e simbolo della «rimozione di una particolare forma di smemoratezza», relativa sia alla vista, che troppo spesso si dà per scontata, sia al mondo che essa letteralmente illumina: così, «i dettagli [...] riacquistano un’importanza dimenticata» e «la familiare eterogeneità dell’esistente è meravigliosamente tornata. I due occhi, tolta di mezzo l’inferriata, non si stancano di registrare la continua sorpresa».

La luce, ci ricorda Berger, è «la prima cosa che avete visto» (anche nella lingua italiana, non a caso, si dice ‘venire alla luce’): il recupero della visione completa è dunque una «specie di rinascita visiva» (sarà anche per questo che Cataratta ha quasi l’aspetto di un libro per bambini).

L’accostamento immagine (cosa)-parola è esplicitato verso la fine, dove il dizionario è metafora della vista che consegna non solo la «precisione» della «cosa in sé», ma anche del suo «posto fra le altre cose», delle relazioni che formano il ‘mondo’. Si tratta di un parallelo sostanziale, quello fra immagine e scrittura, come suggerisce l’ultimo dittico (le ultime due pagine): ad occhi chiusi è come se le cose non esistessero, non ci sono nemmeno le parole, svanisce la scrittura, la letteratura.