Oltre la soglia. La nuova radice del cinema italiano

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Poco più di un anno fa Costanza Quatriglio scriveva un intenso pamphlet* in cui poneva al centro della sua lucida riflessione la forza (e la necessità) di un ‘cinema dell’attenzione’, capace di superare i vincoli e le censure di produttori e case di distribuzione. Riproponiamo oggi quel testo per ribadire l’urgenza di un cambio di rotta delle logiche di produzione e per rivendicare uno spazio di libertà e d’azione che consenta agli autori di costruire una sempre più convincente ‘drammaturgia della realtà’.

*“Oltre la soglia. La nuova radice del cinema italiano” di Costanza Quatriglio, saggio apparso sulla rivista di studi «Cinema e Storia» n. 2/2013 (Rubbettino) nella sezione Stile libero.

In Italia, negli ultimi dieci anni, è fiorito un cinema che mi piace definire il ‘cinema dell’attenzione’. È quel cinema fortemente legato al sentimento del nostro tempo, che fa dell’ascolto la sua forza, dell’esperienza il proprio fondamento. Nel cinema dell’attenzione la restituzione è qualcosa di più del risultato di un procedimento di analisi e sintesi; ha a che fare con l’interpretazione e con la scelta del punto di vista, quello attraverso cui ogni cosa ha valore perché fa parte di un disegno organico, coerente, di bellezza e necessità, che è la drammaturgia.

È un cinema capace di raccogliere le istanze di comprensione del presente, di cittadinanza, di partecipazione. Usa l’esperienza come veicolo per raccontare storie importanti, che ci riguardano, per proporre personaggi che siano davvero nella Storia, capaci di cogliere le trasformazioni e interpretare il proprio tempo. È sorprendente trovarsi nel mezzo della Storia e capire che puoi esserci, devi esserci. Perché le tue storie e i tuoi personaggi sono radicati nel loro tempo e portano con sé il futuro, perché le vicende che li riguardano parlano di tutti noi, di chi siamo e di cosa diventeremo.

È il cinema che si interroga sul linguaggio, che non ha paura di mescolare il documentario con la finzione, che non si considera sperimentale quando usa entrambi i linguaggi, perché entrambi i linguaggi li ha praticati, assimilati.

È il cinema in cui la vitalità creativa si scontra con l’asfissia del sistema produttivo, per intenderci quello dell’immaginario al ribasso.

La vita produttiva del cinema italiano è un’altra cosa. Nella dura realtà questo cinema è fin troppo residuale, fa una fatica bestiale e si scontra contro un muro di gomma che chiamerei autocensura: un sistema consolidato e ormai introiettato per cui in Italia si è rinunciato a progettualità, investimento, rischio, assunzione di responsabilità. Un sistema che ha favorito storie normalizzate, personaggi addomesticati, allo scopo di intrattenere un pubblico sempre più abituato a forme edulcorate di svago. Il filtro di un sistema bloccato in cui non esiste concorrenza.

Oggi in Italia il mercato bisogna costruirlo riuscendo a intercettare il bisogno di cittadinanza e di comprensione di ciò che ci accade. Le persone vogliono capire, chiedono di esistere. Viviamo le grandi trasformazioni, i nuovi equilibri globali, le nuove forme di cittadinanza.

È la schizofrenia del nostro paese: da un lato un sistema destinato a non avere futuro, dall’altro un cinema che ha trovato nella forma documentaria il territorio della libertà.

Il cinema documentario è sempre stato capace di raccontare la complessità andando oltre l’osservazione e la mera riproduzione della realtà laddove nella nostra cosiddetta industria cinematografica la complessità spaventa e viene vista come una forma di debolezza. C’è sempre, però, una soglia oltre la quale è spesso difficile andare; è data dal pudore, dal dolore, da ciò che chiamiamo realtà quando questa si dispiega davanti ai nostri occhi per offrirci l’esperienza da elaborare e trasformarsi, così, in narrazione. Fermarsi sulla soglia capita a volte; per dire l’indicibile si ricorre alle testimonianze, alla memoria che ricostruendo interpreta e interpretando fa rivivere fatti e situazioni attraverso ciò che rimane, laddove comprendere è difficile e intuire fa paura. Per oltrepassare la soglia il cinema documentario prende a prestito la ricostruzione, la messa in scena; l’esperienza si fa così narrazione allo stesso modo di una ripresa del tempo di mezzo tra ciò che era e ciò che è: il divenire e lo scorrere degli eventi.

Troppe poche volte la nostra cinematografia riesce a oltrepassare la soglia.

Penso a Miele di Valeria Golino, che si è permessa di raccontare storie di dolce morte nonostante fosse scoraggiata da tutti.

Diaz, di Daniele Vicari: centinaia di ore di filmati da parte dei cineasti di tutto il mondo non hanno potuto varcare la soglia dell’orrore di quella notte del luglio 2001 durante il G8 di Genova. 

 Oppure ancora a Il Divo di Paolo Sorrentino su Giulio Andreotti.

È evidente che chi vorrà in futuro raccontare l’Italia degli ultimi vent’anni troverà nel cinema documentario una fonte preziosa. Dal punto di vista antropologico i film realizzati ‘dentro il sistema’ saranno lo specchio di una società col freno a mano, regredita rispetto alle istanze di libertà espressiva del grande cinema italiano e complice del grave deficit di narrazione del nostro paese.

Succederà ciò che è accaduto con i grandi documenti etnografici del passato in cui i registi, a fronte di una immensa produzione che pretendeva, attraverso la propaganda, di costruire un immaginario collettivo funzionale al potere, riuscivano a raccontare davvero le contraddizioni di un paese in bilico tra modernità e arcaicità.

E se il cinema documentario, negli ultimi dieci anni, si è addestrato a interpretare le istanze di comprensione del presente, è con il sempre più diffuso utilizzo dei materiali di repertorio che si è affrancato del tutto dal timore reverenziale nei confronti dell’immenso patrimonio iconografico custodito negli archivi ufficiali. Andare oltre la cronaca per proporre narrazioni capaci di reinterpretare la storia d’Italia e mettere le mani nella coscienza collettiva costruendo un legame diretto tra lo spettatore e il materiale stesso, è una delle sfide più interessanti. È un modo per compiere un viaggio di andata e ritorno: ciò che l’archivio ci offre non è ciò che ci viene restituito, perché oltrepassa la soglia tutte le volte che alle immagini d’archivio si attribuisce un senso ulteriore che va oltre l’immagine stessa, in quanto frutto dell’elaborazione di quella relazione pregressa che costituisce la memoria visiva di ogni singolo spettatore.

Ma se davvero essere liberi significa avere possibilità di scelta, anche nel cinema documentario, nonostante sia indiscutibile territorio dell’indipendenza produttiva, bisogna fare i conti con l’oppressione insita nel fatto che indipendenza produttiva significa sempre – tranne rarissimi casi – low budget.

Negli ultimi dieci anni è stato molto comodo relegare al documentario il ruolo di film ‘fai da te’. Esaltando la produzione low budget di fatto si sono scaricate le responsabilità: quella di costruire un mercato vero, fatto di domanda e offerta, di pluralismo, capace di trovare le regole per un sistema di mercato competitivo.

Se non ci rendiamo conto di questo continueremo a dirci bugie. Non solo: significa anche ridurre la possibilità per i cineasti di costituire delle squadre di lavoro. Il cinema è un mestiere che si impara facendolo, tanto che i cineasti che dimostrano continuità e coerenza nel loro percorso professionale sono quei pochi che hanno alle spalle case di produzione che hanno avuto la lucidità di investire sul talento e di scommettere sul futuro.

La nostra generazione è il frutto della discontinuità e della mancanza di lungimiranza. A dispetto di questo, negli ultimi dieci anni la produzione documentaristica è aumentata esponenzialmente. Complice l’appropriazione dei mezzi di produzione, i cineasti si sono sperimentati e sono cresciuti sobbarcandosi l’onere di raccontare il presente, di proporre storie e linguaggi degni del più grande cinema europeo.

È questa la nuova radice del cinema italiano.

Al contrario della letteratura, che non si esime dall’affrontare le istanze di comprensione del presente, il cinema vive nella paura. Non si tratta di puntare il dito verso questo o quello, si tratta piuttosto di mettere il dito nella piaga. Questo deve fare lo scrittore e questo deve fare il cineasta. Sporcarsi le mani con gli umori del proprio tempo, attraversare il territorio impervio dei sentimenti difficili da raccontare, cangianti, non semplificati. Essere espressione della pluralità dei punti di vista: penso alle donne che nel cinema non sono ancora riuscite ad avere quel diritto di parola che nella letteratura è ormai acquisito per sempre, alla letteratura migrante.

L’Italia è un paese paralizzato dalla paura; non si prendono decisioni, non ci sono linee editoriali riconoscibili; si fa passare il tempo in attesa che qualcosa cambi senza fare davvero niente perché questo avvenga.

Quando l’Italia si libererà dalla paura smetterà di essere il paese dei giovani registi. Quelli che rimangono giovani per decenni, quelli che non arriveranno mai alla piena maturità artistica perché troppo indaffarati a competere in un’arena che non è un mercato ma una gabbia in cui si gira spesso a vuoto smettendo di interrogarsi sulla cosa più preziosa: il linguaggio, il senso delle storie, la meraviglia del fare.

Non sarà più un paese sempre in ritardo su tutto.

E, soprattutto, non sarà più soltanto il paese dei grandi maestri, del cinema del passato. C’erano un tempo intellettuali che avevano qualcosa da dire, si interrogavano, si confrontavano, si scambiano opinioni, idee, punti di vista. Hanno costruito una grande cinematografia sulle macerie della guerra, del fascismo, del conformismo, diventando essi stessi il paradigma del progresso in un paese che doveva fare i conti con la cattiva e la buona sorte, riuscendo a dare valore a ogni singolo sforzo.

Oggi in Italia quando si pensa al progresso si pensa al passato. È paradossale perché mentre non ci può essere progresso senza una cinematografia solida, basata su un sistema di mercato in cui domanda e offerta siano in grado di intercettare il bisogno di un’offerta plurale, nel cinema – come nella letteratura – non può esserci progresso tout court perché la grande letteratura come il grande cinema è un divenire continuo e libero, preso alla vita e restituito alla vita.