Pier Paolo Pasolini, Calderón, per la regia di Fabio Condemi

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In occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Roma, 1975), il direttore di ERT Valter Malosti ha ideato insieme a Giovanni Agosti, storico dell’arte e docente presso l’Università Statale di Milano, il progetto intitolato Come devi immaginarmi per la stagione teatrale 2022/2023 con il proposito di sondare come le nuove generazioni riescono ancora ad ‘immaginare’ l’opera di Pasolini. Infatti, il titolo dell’intero progetto è tratto da quella sorta di trattatello pedagogico che è la sezione ‘Gennariello’ delle Lettere luterane, la raccolta di saggi pubblicata postuma nel 1976. L’ambizioso obiettivo del progetto è stimolare un confronto diretto con il teatro di Pasolini, evitando di ricalcare le categorie critiche già stabilite e promuovendo interpretazioni innovative e originali. È la prima volta che in una sola stagione teatrale viene messo in scena l’intero corpus dei sei testi teatrali pasoliniani (grazie all’autorizzazione concessa da Graziella Chiarcossi), scritti tutti, com’è noto, nel giro di pochi mesi nella primavera del 1966 durante la convalescenza per una dolorosa ulcera allo stomaco, sebbene alcuni rielaborati in seguito.

L’aspetto ancora più rilevante di Come devi immaginarmi, tuttavia, è il fatto che le registe e i registi coinvolti, perlopiù giovani, siano stati invitati a rielaborare il teatro di parola pasoliniano attraverso nuove sperimentazioni espressive che consentano di avvicinarlo alla sensibilità contemporanea, ben diversa da quella della platea borghese degli anni Sessanta (qui la programmazione completa). Si tratta di un progetto volto non solo a far conoscere ad un pubblico giovane l’opera teatrale di Pasolini – di ardua ricezione allora come oggi – ma soprattutto a verificare la tenuta della lezione etica della parola pasoliniana attraverso le rielaborazioni proposte da compagnie molto diverse tra loro, che portano sulla scena istanze artistiche assai disomogenee. Si coglie un esplicito intento pedagogico da parte degli ideatori del progetto, proprio sulle orme del Pasolini ‘luterano’ che si rivolge a un ragazzino partenopeo, Gennariello, nella speranza di trasmettergli la stessa viscerale passione con la quale egli ha tentato strenuamente di mantenere viva la forza autentica della tradizione popolare difendendola dall’aggressione dell’omologazione neocapitalista.

Calderón, foto di scena @Luca Del Pia

Il primo spettacolo in programmazione, che ha debuttato nel giorno della morte dello scrittore, è stato il Calderón affidato al regista Fabio Condemi (Ferrara, 1988), Premio Ubu 2021 per la miglior regia per lo spettacolo dedicato a La filosofia nel Boudoir di de Sade, presentato nel 2020 alla 48° edizione della Biennale teatro di Venezia. Non è la prima volta che Condemi incontra il teatro di Pasolini: infatti, nel 2015 si è diplomato al corso di regia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma presentando la sua versione di Bestia da stile (portato poi a teatro l’anno successivo); sempre nel 2015, in occasione dell’anniversario dei quarant’anni dalla morte dello scrittore, ha curato la riduzione radiofonica del Manifesto per un nuovo teatro; nel 2019 invece ha diretto l’attore Gabriele Portoghese nel monologo Questo è il tempo in cui attendo la grazia, collage di testi poetici e di brani dalle sceneggiature di Pasolini per delineare una sorta di biografia onirica. In questo caso, si è dovuto confrontare con l’unico testo teatrale pubblicato dall’autore in vita, nel 1973: una tragedia in versi ispirata a La vita è sogno (1635), il capolavoro del drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de la Barca, e al famoso dipinto Las Meninas (1656 circa) di Diego Velázquez, ma ambientata nella Spagna del 1967, divisa tra crudeli logiche del potere e speranze rivoluzionarie. Pasolini fa risvegliare la sua Rosaura in tre contesti sociali completamente diversi nella reazionaria società spagnola del franchismo (figlia di un ricco possidente terriero madrileno; prostituta in un lurido bordello catalano; madre di famiglia in un contesto piccolo borghese), con l’obiettivo non di scandalizzare tutta la borghesia italiana ma soprattutto di mettere in crisi le certezze dell’élite culturale di sinistra, attraverso una strategia paradossale – come ha sottolineato Oliviero Ponte di Pino: «Pasolini si rivolge a un’avanguardia progressista all’interno della società; tuttavia il suo teatro, dal punto di vista del linguaggio e della grammatica scenica, rinnega esplicitamente ogni tentazione avanguardistica» (O. Ponte di Pino, Il teatro è come un’ulcera, prefazione a P.P. Pasolini, Calderón, Affabulazione, Pilade. Il Teatro 1, Milano, Garzanti, 2016, p. 17).

Oltre alla difficoltà di confrontarsi con il testo originale, Condemi ha dovuto tenere conto anche della storica prima rappresentazione della tragedia presso il Teatro Metastasio di Prato nell’aprile-giugno 1978 per la regia di Luca Ronconi (scene progettate da Gae Aulenti e costumi realizzati da Gian Maurizio Fercioni), nella quale – come ha ricordato Giovanni Agosti durante la presentazione dello spettacolo all’Arena del Sole – il forte valore politico veniva esplicitato nel finale con la comparsa di grandi bandiere rosse a riempire la scena. Fin dalle prime battute, le scelte di Condemi appaiono votate ad una doppia adesione filologica: da un lato, alle precise indicazioni sulla messa in scena fornite dal personaggio dello Speaker, che compare all’inizio di ogni stasimo; dall’altro lato, all’impostazione scenica di Ronconi. Si tratta di una soluzione apprezzabile da un punto di vista pedagogico, poiché consente anche ad un pubblico più giovane di fare esperienza della poetica di due grandi maestri del secondo Novecento, ma allo stesso tempo rischioso, perché il confronto con questi maestri può risultare soverchiante per una rielaborazione veramente innovativa del testo.

Il regista è riuscito ad amalgamare con equilibrio gli elementi riconducibili al teatro ronconiano e gli elementi di novità legati alla propria personale poetica. In particolare, il gioco di specchi che si viene a creare tra i tre sogni di Rosaura (interpretata di volta in volta da tre diverse giovani attrici) viene sottolineato dall’elemento comune del letto, che identifica l’indecidibilità tra veglia e sogno: «Non ho sognato niente, perché questo è un sogno», afferma Rosaura nel I episodio. Anche se di volta in volta cambia il contesto (il salotto dell’aristocrazia franchista, la baracca del sottoproletariato urbano, la casa della piccola borghesia spagnola), il letto rimane il rifugio di Rosaura dalla società che la circonda e che le impedisce di vivere l’amore con Sigismondo, nel tentativo di trovare un’impossibile libertà nei sogni in cui dissolve la propria identità. Il destino di Rosaura è già segnato: non potrà svincolarsi dalla propria condizione sociale, qualunque essa sia, perché suo padre Basilio ordina continuamente ai suoi servi, Leucos e Melainos (in questo caso interpretati con grande efficacia da due persone affette da acondroplasia), di svegliare la ragazza dai sogni nei quali sta cercando rifugio, trasformandoli in incubi caratterizzati dal tema dell’incesto (l’amore per il padre o l’amore per il figlio).

Calderón, foto di scena @Luca Del Pia

L’altro elemento che contraddistingue la tragedia è il riferimento iconografico al quadro Las Meninas di Velázquez, scelto da Pasolini come una sorta di ‘consapevole contraddizione’ nella sua idea di Nuovo teatro; come afferma lo stesso autore attraverso la voce dello Speaker all’inizio del II Stasimo: «è un’ispirazione di qualità misteriosa, che non comporta nostalgia per il vecchio teatro, ma adopera il vecchio teatro, mescolato alla pittura, come un elemento espressivo dal senso incerto». Nella messa in scena di Condemi, i due livelli dialogano molto bene tra loro, sottolineando i riferimenti metateatrali presenti nel testo originale tra la Spagna seicentesca di Calderón e la Spagna franchista di Pasolini, grazie alla realizzazione di un tableau vivant che moltiplica i piani interpretativi: infatti, tutti i personaggi del dramma, indossando abiti di carta che simulano lo stile del barocco spagnolo, interpretano tutti i personaggi presenti nel quadro di Velázquez ma compressi dentro un’unica cornice, come dietro una grata che imprigiona i loro destini, le loro illusioni. In tutte le sue varianti, l’elemento della gabbia torna insistentemente sulla scena, in qualità di stanza del manicomio dove è internata Rosaura-ricca figlia impazzita, di baracca dove è costretta a svolgere la sua attività Rosaura-prostituta, di casa borghese in cui Rosaura-donna borghese vede svanire tutte le speranze di una vita diversa, di lager nazista dove infine viene reclusa Rosaura-vittima della storia. Nel finale le bandiere rosse arrivano sulla scena, come pesanti tende che cadono dall’alto facendo da sfondo all’ultimo dialogo tra Rosaura e il padre Basilio, che annienta anche l’ultima speranza della figlia di una imminente rivoluzione proletaria, affermando con lucida ironia (che oggi suona ancora più drastica): «Ma, quanto a questo degli operai, non c’è dubbio: / esso è un sogno, niente altro che un sogno».

A quasi sessanta anni dalla stesura di Calderón e a oltre quaranta dalla sua prima rappresentazione, la regia di Condemi riesce a mettere bene in evidenza quanto il teatro di Pasolini risulti allo stesso tempo ‘invecchiato’ e sempre attuale. Per un verso, infatti, la parola teatrale pasoliniana risulta ostica sia per il pubblico contemporaneo sia per i giovani attori e attrici che la portano in scena, perché eccessivamente involuta, autoriflessiva e resa assai statica e innaturale dai riferimenti alla contingenza storica dell’autore, specie quando non è accompagnata da un movimento scenico e coreografico che le dia una forza corporea (come nell’episodio della riunione di famiglia nel II Stasimo). Per altro verso, però, il valore etico dei testi si sprigiona ancora con forza sulla scena e risulta altamente attuale, denunciando quanto il pericolo di un potere ‘fascista’ sia da ricercare non tanto dove viene sbandierato apertamente (come nel dibattito pubblico odierno), ma soprattutto dove si annida in maniera occulta e si manifesta in tutta la sua banale crudeltà, ovvero le discriminazioni sociali a cui assistiamo ogni giorno nel contesto familiare, nei luoghi di lavoro, nelle sedi istituzionali. Lo scandalo di questa tragedia – lo ha ben colto il regista di questa nuova versione – non risiede nella tentata fuga onirica di Rosaura ma nel valore di svelamento che può avere il sogno in una società ottusamente omologata in tutti gli strati sociali.

 

Spettacolo visto il 2 novembre 2022 presso il Teatro Arena del Sole (Bologna): prima assoluta introdotta dal direttore di ERT Valter Malosti e dallo storico dell’arte Giovanni Agosti, ideatori del progetto Come devi immaginarmi dedicato a Pier Paolo Pasolini.

Spettacolo Calderón, testo originale di Pier Paolo Pasolini (1966); regia, ideazione scene e costumi Fabio Condemi; attori/attrici Valentina Banci, Matilde Bernardi, Marco Cavalcoli, Michele Di Mauro, Carolina Ellero, Nico Guerzoni, Omar Madé, Caterina Meschini, Elena Rivoltini, Giulia Salvarani, Emanuele Valenti; scene, drammaturgia dell’immagine Fabio Cherstich; costumi Gianluca Sbicca; luci Marco Giusti; disegno del suono Alberto Tranchida; assistente alla regia Angelica Azzellini; produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura; in collaborazione con Associazione Santacristina Centro Teatrale; scene costruite presso il Laboratorio di Scenotecnica di ERT; costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro D’Europa; foto di scena Luca Del Pia; documentazione video Lucio Fiorentino; in collaborazione con Acondroplasia Insieme per crescere Onlus.