1.1. Straniera in terra straniera. La controversa storia di Marcella Albani, attrice, scrittrice e giornalista nel Ventennio*

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1. La fragilità dei ricordi

Molte vite cadono nell’oblio e le impronte lasciate su questo pianeta non sono indelebili. Se poi tali impronte sono state lasciate sullo schermo argentato di un vecchio cinema o sulla fragile carta di un quotidiano di cento anni fa, è ancora più raro che ne siano rimaste tracce evidenti. Alcune di quelle vite dimenticate hanno avuto un tempo di gloria, in cui la celebrità deve essere parsa immensa e senza fine. Sono state acclamate e amate, e hanno riempito i loro bauli di ricordi. Proprio da uno di quei bauli estraggo una foto e un ritaglio di giornale. Sono supporti fragili, che rischiano di sbriciolarsi fra le dita, ma testimoniano l’esistenza di una vita che è stata vissuta. Nella foto c’è una donna giovane e sorridente; posa in un abito elegante, la testa leggermente reclinata e il busto girato di tre quarti. Si chiama Marcella, e anche se quello non è il suo vero nome, è così che si firma nell’articolo. Ci sono altre foto e ritagli di giornale, lettere, programmi di sala e documenti di produzione, alcuni scritti in tedesco. Fragilissimi fogli che parlano di lei o sono stati scritti da lei. Nelle foto è in posa, elegantissima, o in scena in costumi improbabili da odalisca o vestita da sci. Infine ci sono dei libri. Le copertine – disegnate con una grafica razionalista tipica degli anni Trenta – presentano titoli come Innamorata o Straniera.

Tutti questi documenti irrompono con forza nel presente e restituiscono narrazioni contraddittorie, in cui le donne cercano l’amore ma anche la libertà, gli uomini sono virili, possono sembrare attraenti ma anche deludere le aspettative femminili; il cinema è un’arte nuova, dove il lavoro è duro, a tratti pericoloso, e le attrici sono sottoposte a mille pressioni; la narrativa ha lo scopo di intrattenere ma anche di educare le masse.

Marcella Albani torna alla luce portando con sé un mondo che non esiste più, che non è facile interpretare con gli occhi dell’oggi, che reca con sé l’aura scura e triste del fascismo, del razzismo e della tragedia delle Guerre Mondiali, ma anche le luci e le risate di un’epoca più ingenua, a tratti spensierata, libera e spregiudicata come gli anni Venti e i primi anni Trenta sono anche stati. Luci che forse l’hanno abbagliata, al punto tale da non farle scorgere tutte le contraddizioni.

 

2. Tessere una biografia

Marcella Albani nasce come Ida Maranca ad Albano Laziale nel 1899. Inizia a fare l’attrice alla fine degli anni Dieci, dopo avere studiato recitazione presso l'Accademia di Santa Cecilia a Roma. Fin dagli esordi lega la sua carriera cinematografica a quella di Guido Parish, un personaggio oscuro e contraddittorio, con cui realizza alcuni film a Roma e poi all’Ambrosio di Torino. La crisi del cinema italiano spinge Marcella a continuare la sua carriera a Berlino nel 1922, sempre accompagnata da Parish (anche se per lui le ragioni potrebbero essere di natura politica). Nella capitale tedesca i due fondano la casa di produzione Albani Film. L’attrice lavora con registi e attori di fama internazionale, come Whilhelm Dieterle e Paul Wegener. Gira film anche in Francia (L'évadée, 1928), Austria (Das Weib am Kreuze, 1929) e Cecoslovacchia (Hricy Lasky, 1929); e per altre case di produzione. Nel 1928 è diretta da Mario Bonnard nello spettacolare film di montagna Der Kampf ums Matterhorn (1928) con Luis Trenker. Nel 1929 partecipa a una pellicola di produzione tedesca con la regia di Guido Brignone, che l’anno dopo la riporta in Italia per Corte d’assise, opera molto reclamizzata, sia perché si tratta di uno dei primi film sonori, sia per il ritorno dell’attrice.

Sul piano sentimentale il ritorno in Italia segna la separazione definitiva da Parish. A Berlino, infatti, Marcella aveva conosciuto lo scrittore e giornalista Mario Franchini, con il quale si sposa a Venezia nel 1931. Franchini è molto coinvolto con il regime fascista e la coppia pertanto gode di diversi onori e di una posizione privilegiata nel panorama culturale dell’epoca. Lo dimostrano gli articoli a loro dedicati sulla stampa coeva e la loro intensa attività lavorativa come corrispondenti per alcune testate giornalistiche, quasi sempre di stampo prettamente fascista.

Il 1932 è forse l’anno dell’apice per la carriera di Marcella Albani: recita di nuovo per la Cines in Non son gelosa di Carlo Ludovico Bragaglia; esce il suo romanzo L’amata (co-firmato con Margy Franchini, sorella del marito); scrive assiduamente per riviste e quotidiani; partecipa, insieme a Mary Pickford, Kay Francis e Brigitte Helm alla 1ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Tuttavia, in Italia quello che pare meno valorizzato è proprio il suo ruolo di attrice, forse perché molte altre interpreti si sono affacciate alla carriera dopo l’avvento del sonoro e stanno emergendo come volti nuovi, forse perché gli anni all’estero l’hanno resa una ‘estranea’. In ogni caso le sue ultime prove attoriali avvengono di nuovo grazie alla sua attività imprenditoriale: Marcella e il marito riesumano la Albani film e girano Ritorno alla terra e La città dell’amore nel 1934, entrambi con la regia di Franchini.

La carriera come attrice termina con alcuni cameo in Stradivari, 1935 e in Il principe di California, 1936, film che vinse la Coppa Mussolini a Venezia. Nel 1944 la coppia torna a vivere in Germania, stabilendosi a Bonn. Nel dopoguerra Marcella scrive ancora ma all’ombra del marito, come sua ghostwriter, mentre lui è corrispondente dalla Germania Federale per alcune testate giornalistiche italiane. Muore a Bonn nel 1959.

 

3. Penne gentili

«Le 10 del mattino in un letto tutto sete e merletti: dorme profondamente la diva». Inizia così un suo articolo pubblicato su Cosmopoli nell’agosto del 1928, in cui l’attrice descrive una ipotetica giornata della diva fra «manicure, pedicure, coiffeur, massaggi», nonché «inchini di qui, riverenze e baciamani di là», per concludersi infine in una «fantasmagoria di luci, di pellicce, di brillanti, di champagne, di musica». Si tratta però di pura illusione, perché nella realtà la diva non è altro che «un povero essere che sta là in mezzo, inondato da mille luci feroci». Marcella descrive una diva costretta a sottostare a ritmi di lavoro durissimi:

 

in un film per esempio abbiamo lavorato (divi e non divi) per 18 ore al giorno, per due settimane consecutive; vessata da registi e fotografi: le mani? Le mani sono scure: con la luce a mercurio le mani le devono truccare tutti, dalla comparsa alla diva. E il viso? Il trucco bisogna che sia egualmente distribuito, ben battuto; con la luce a mercurio si vede ogni striscia, ogni macchia, ogni imperfezione. Non vorrete mica rovinarmi la fotografia di tutta la scena? Tanto che rari sono i giorni in cui va tutto liscio. E rari sono i giorni in cui la diva non versa qualche lacrimone nella penombra del suo camerino.

 

Ne emerge un affresco delicato, brioso, a tratti esilarante, ma carico di malinconia, che restituisce un profilo profondamente umano di Marcella Albani; la quale confessa la necessità di fuggire dalla routine del lavoro e «dalla città tumultuosa» per trovare rifugio in qualche paese sperduto, concludendo l’articolo con uno spostamento del punto di vista – da una diva narrata in terza persona a se stessa – e dichiarando così che i giorni di pace e intimità «sono i giorni più belli della mia vita».

Marcella sa scrivere e ne è consapevole. Il suo stile non è pomposo, né eccessivo, anche se i periodi a volte sono troppo lunghi e i contenuti sono imbevuti di dialettica conservatrice. Mescola discorsi evoluti sui bisogni e sulla libertà delle donne ad altri in cui strizza l’occhio al patriarcato e al fascismo. I suoi testi – specialmente quelli nei giornali – sono moderni, spigliati, aperti al progresso, razionali. Anche se la donna è sempre subordinata al maschio, la scrittrice trova le parole per definirne i contorni, per disegnarne profili autentici. Quando parla di se stessa, o delle altre, Albani usa toni delicati; che sia un procedere consapevole oppure nasca dall’inconscio, la sua penna è gentile e leggera nel tratteggiare le donne sulla pagina.

Certo quelle che descrive sono figure femminili omologate: «la donna ama senza esigere di essere amata» (‘Rondini in volo verso sud’, La Stampa della sera, 22 ottobre 1931); e prevedibili: «donna è sinonimo di grazia, di bellezza».

Più moderno è il tono delle sue affermazioni sul rapporto con gli uomini: «nessuna donna dovrebbe vestire per piacere all’uomo ma badando bene di non tradire se stessa. Gli uomini devono imparare ad apprezzare le donne per quanto effettivamente valgono non per come appaiono» (‘Le virtù della donna’, La Stampa della sera, 18 luglio 1932).

Albani è consapevole di avere un doppio mestiere e lo rimarca: «intervengo in qualità di scrittrice e non di attrice» (‘Esito di un referendum’, La Stampa della sera, 1 luglio 1932). Talvolta le sue argomentazioni rivelano una mentalità conformata al capitalismo; per esempio, parlando del lavoro del set e della necessità di stare nei tempi della produzione, difende i diritti degli industriali: «far del cinematografo significa rischiare capitali ingentissimi, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto è prezioso e occorre pensare – scrive – al povero capitalista che rischia il suo denaro».

Alcuni suoi scritti sono quasi dei piccoli reportage di viaggio, in cui l’attrice descrive le atmosfere di città orientali come Istanbul con il suo «profumo di mare nascosto», il cielo che si confonde con il mare al fondo dei vicoli (che le ricordano Genova), i minareti, il canto del muezzin «che pare staccarsi dall’alto» (‘I viaggi di una diva’, La Stampa della sera, 1 marzo 1932). Spesso parla in prima persona, riportando esperienze reali o del tutto inventate. In un articolo narra di un improbabile incontro con Greta Garbo: «sì, lei, la divina» scrive Marcella, «ci stringiamo la mano, infila il suo braccio sotto il mio, mi trascina verso l’angolo meno affollato della banchina». Marcella immagina di dialogare con Greta; ne scaturisce una narrazione leggera, divertente, a tratti malinconica, in cui si parla del duro lavoro dell’attrice, della fatica di essere sempre sotto i riflettori, del pubblico di cui non si può fare a meno, di carriere che si vorrebbero chiudere prima che sia troppo tardi, e di amori che non si possono aprire a causa di quelle stesse carriere. Marcella fa dire a Garbo quello che lei stessa pensa del lavoro dell’attrice, della celebrità e del matrimonio, e anche se vengono pronunciate parole scontate, a tratti stereotipate, è possibile riconoscervi l’atteggiamento di una donna emancipata, intelligente e sensibile, che immagina di dialogare con una sua simile.

 

4. Una scomoda verità

Se negli articoli Albani mescola verità e fantasia, pubblico e privato, realizzando per noi oggi – più che per i lettori dell’epoca – un nitido affresco della mentalità, del costume e anche della vita di una donna artista ben inserita nel mainstream del Ventennio, nei romanzi invece il contenuto è più connotato. Il tono è formale, quasi ossequioso nei confronti del regime, e l’orientamento ideologico è esplicito.

Si tratta per lo più di romanzi di genere pubblicati sia in Germania, Liebelei und Liebe (Domverlag, 1931), Triumph der Liebe (Ploetz & Theiß, Wolfsber 1948), che in Italia, Innamorata (Bemporad, 1931), L’amata (Franco Campitelli Editore, 1932) e Straniera (La voce di Mantova Editrice, 1933). Altri romanzi escono a puntate su rotocalchi dell’epoca: La principessa di Sila (scritto con Margy Franchini per La Cirenaica), Due donne (pubblicato su Excelsior nel 1932).

Nei romanzi mancano le aperture ariose degli articoli, e talvolta prevale una visione fascista:

 

Viola Beraud s’accorse per la prima volta della realtà del Fascismo. Disse a se stessa: «questo popolo ha uno spirito di disciplina militare. Cinquanta milioni di italiani formano una nazione di cento milioni!». La signorina non s’era mai occupata di politica. Ragazza intelligente andava per il mondo con gli occhi aperti, ma senza indagare i problemi sociali. (Albani e Franchini, 1935, p. 10).

 

L’amore e la fede nel progresso e nel benessere portati dal nuovo ordine politico sono i temi ricorrenti. Le protagoniste sono creature dolci e volitive che si innamorano di uomini forti, ma che rivelano una psicologia complessa: «Sarò squilibrata, non importa, me ne vanto e ci tengo, perché mi sento anche intelligente. Non voglio essere come tutte le altre, io. Non mi sono mai accorta di stare tanto male al mondo come ora» (Albani 1935, p. 152). Dal patriottismo e dagli ideali nazionalisti che celebrano il senso del sacrificio, affiorano figure di donna interessanti: «Viola in quel momento non sentiva nulla, esattamente nulla, anzi si diceva: “che vuole? Che cos’ha ora? Essi, gli uomini, immaginano che si stia sempre per cadere ai loro piedi!”» (Albani 1935, p. 153).

Se da un lato, rileggendo i suoi testi, pare di intravvedere un bisogno di comunicare, di scrivere a tutti i costi, più che un tentativo di compiacere il potere, dall’altro la nostra lettura non può essere neutra. Dalla sua attività artistica emerge dunque una scomoda verità che ha i contorni foschi e critici dell’epoca a cui appartiene, e che ci costringe a chiederci come leggere oggi la biografia e l’opera di Marcella Albani.

 

5. L’inizio della ricerca

Questo non è che un inizio: la ricerca si è appena aperta e molte domande sono in attesa di trovare risposte. La storia di Marcella Albani è controversa ma non è perciò meno interessante. Esiste un momento, in questa storia, in cui lei esce di scena ma il fascismo è ancora vivo e detiene il potere. Forse è quel preciso frangente che occorre ancora indagare, e non solo per capire meglio l’artista, la scrittrice che smette di scrivere a suo nome (se si esclude il romanzo uscito in Germania nel 1948), ma anche per comprendere di più il rapporto che noi oggi abbiamo con il potere, con la morale e con i modelli culturali che ereditiamo dalle nostre antenate e dai nostri antenati.

Nel 1933 l’Almanacco Letterario Bompiani pubblica un’inchiesta fra le principali scrittrici italiane: Ada Negri, Grazia Deledda, Sibilla Aleramo, Amalia Guglielminetti, Fausta Cialente, Luciana Peverelli, Annie Vivanti e molte altre, fra cui Marcella Albani, sono chiamate a pronunciarsi sui loro difetti letterari. Le scrittrici rispondono diligentemente – anche se ci piace pensare che qualcuna si sia indignata –, c’è chi ironizza e chi sceglie di essere elusiva, ma ci sono anche le autocritiche feroci che denotano tutta la fragilità e l’insicurezza di queste artiste, il loro non sentirsi adeguate e il credere di valere meno dei loro colleghi maschi. Molte di loro sono cadute nell’oblio e i loro bauli sono ancora coperti dalla polvere. Anche per loro continuiamo le nostre ricerche.

 

Bibliografia

aa.vv., Almanacco Letterario Bompiani 1933, Milano, V. Bompiani & C., 1933.

M. Albani, Innamorata, Firenze, Bemporad, 1931.

M. Albani, Liebelei und Liebe, Berlin, Domverlag, 1931.

M. Albani, L'amata, Roma, Franco Campitelli Editore, 1932.

M. Albani e M. Franchini, Straniera, Mantova, La voce di Mantova Editrice, 1935.

M. Albani, Triumph der Liebe, Wolfsberg/Kärnten, Ploetz & Theiß, 1948.

F. Bono, Italiener. Registi e star del cinema italiano in Germania negli anni venti, ASEI, Viterbo, Edizioni Sette Città, 2008; pubblicato in <https://www.asei.eu/it/2008/03/italiener-registri-e-star-del-cinema-italiano-in-germania-negli-anni-venti/> (accessed 10.10.2019).

A. Illiano, Invito al romanzo d’autrice '800-'900: da Luisa Saredo a Laudomia Bonanni, Fiesole, Cadmo, 2001.

V. Martinelli, ‘I Gastarbeiter fra le due guerre’, Bianco e Nero, 3, 1978, pp. 3-93.

V. Martinelli, ‘Cineasti italiani in Germania tra le due guerre’, in Id. (a cura di), Cinema italiano in Europa 1907-1929, Roma, Associazione italiana per le ricerche di storia del cinema, 1992, pp. 131-159.

V. Martinelli, ‘Destinazione Parigi’, ivi, pp. 160-169.

L. Pisciotta, ‘Nur eine interessante italienische schönheit? Marcella Albani in Berlin’, in F. Bono e J. Roschlan (a cura di), Tenöre, touristen, gestarbeiter. Deutsch-italienische Filmbeziehungen, Munchen, Edition Text+Kritik, 2011, pp. 35-43.

 

Fondo Marcella Albani, Museo Nazionale del Cinema di Torino.

*Si ringrazia Stefano Cocciardi, nipote di Mario Franchini e Marcella Albani, per le preziose informazioni e per avermi permesso di visionare gli album di famiglia.