3.6. Le scritture mediali di Cristiana Capotondi

di

     
Categorie



Questa pagina fa parte di:

  • [Smarginature] Divagrafie ovvero delle attrici che scrivono →

 

 

La scrittura, per le dive che scelgono di sperimentare il genere autobiografico attraverso i social network, si produce essenzialmente nella forma di un racconto visivo, che di scatto in scatto restituisce l’illusorietà della vita nel suo farsi. Così, la messa in immagine del sé ordita dall’attrice, per esempio tramite le fotografie del proprio profilo Instagram, può rappresentare una forma autobiografica alternativa da ‘leggere’ attraverso la lente della specificità del medium.

Dunque, al fine di comprendere come una siffatta scrittura mediale si situi nell’iconosfera (Pinotti, Somaini 2016), riteniamo sia utile proporre un ancoraggio alla nozione di fototesto indagata da Cometa, ossia un oggetto che si colloca in un territorio intermedio tra testo e immagine e che, nella relazione fra verbale e visuale, ribalta incessantemente la forma dell’ekphrasis nella forma-illustrazione.

L’ampia genealogia in cui si inseriscono i fototesti va dai Totentänze medievali alla diffusa e semplice didascalia, fino alle combinazioni di testo e immagine su un unico supporto mediale (Cometa 2011, p. 65). Quest’ultimo caso ci sembra si attagli perfettamente alla piattaforma Instagram, che consente all’autore di corredare le immagini ‘postate’ con descrizioni e hashtag, e al fruitore di commentarle. Ne deriva che il contatto interlocutorio col destinatario, stilema tipico della scrittura autobiografica (Battistini 2007), può inverare un’effettiva forma dialogica tra autore e lettore, potenziata grazie alla facoltà di rilanciare il feedback.

Tra le attrici del cinema italiano che si cimentano con simili forme iconotestuali vi è Cristiana Capotondi, artista fluttuante tra cinema, televisione e nuovi media, nonché autrice di un profilo Instagram che conta a oggi oltre trecentoventi mila followers; una vasta eco che la ipostatizza nell’empireo delle celebrities italiane più seguite nel web. Ci proponiamo, quindi, di esaminare da vicino l’impostazione complessiva della sua pagina, sviscerandone l’enunciazione nel rapporto di reciprocità tra la verbalizzazione dell’immagine e la visualizzazione del testo, per mettere in rilievo le modalità con cui la Capotondi esercita per mezzo del social un controllo consapevole della propria icona divistica.

 

1. La scrittura su Instagram e la relazione con le personagge

Attiva nella piattaforma dal 2012, Cristiana affina progressivamente la scrittura del suo profilo. Per cogliere in maniera compiuta una simile evoluzione ci sembra funzionale analizzare la pagina della Capotondi in due raggruppamenti: 2012/2015 e 2016/2019.

Gli anni della prima compagine coincidono con quelli prescelti da Manovich per effettuare uno studio sul nuovo medium visuale. In particolare, il teorico dei media rileva come nell’arco temporale indagato le persone sperimentino l’app per iphone in maniera spontanea, senza un deliberato intento strategico se non quello di catturare immagini ‘on the go’ da modificare, pubblicare in tempo reale e condividere col mondo: un destinatario ‘totale’ che può interagire tramite repost, commenti e ‘like’ (Manovich 2017). Così, molti degli scatti pubblicati dalla Capotondi nella medesima fascia cronologica rientrano nella categoria indicata dallo studioso come casual photo, ossia immagini che raffigurano attività quotidiane, spesso marcatamente stilizzate da filtri. Non stupisce, allora, che paesaggi, animali, sport, cibo, amici e amore siano i soggetti principali delle fotografie di Cristiana, la quale chiosa le istantanee con didascalie minimali e inizia a usare gli hashtag solo a partire dal 2014.

Se in questa prima fase i rinvii della Capotondi alla sua carriera di attrice si limitano a sporadici rimandi atti alla promozione dei testi filmici, e a repost di articoli editoriali nei quali viene acclamata come icona di stile ed eleganza, in quella successiva assistiamo invece a una compenetrazione osmotica di arte e vita. All’origine di una tale simbiosi crediamo che vi sia da un lato la piena acquisizione della Capotondi delle potenzialità comunicative del visual medium, e dall’altro l’incontro cruciale con una personaggia, la cui eco si riverbera esplicitamente nel suo profilo. Nel 2016, infatti, Cristiana si sottopone quotidianamente a lunghissime applicazioni di trucco-maschera per abitare la pelle erosa dall’acido di Lucia Annibali, autrice del libro autobiografico Io ci sono. La mia storia di non amore, da cui è tratto il film diretto da Luciano Mannuzzi di denuncia del femminicidio [fig. 1]. L’intenso legame che sul set Cristiana instaura con l’Annibali trascende le riprese del film e conclama l’attivismo dell’attrice, la quale mostra su Instagram il suo impegno in esperienze di autocoscienza contro la violenza sulle donne e gli stereotipi di genere [fig. 2]. A partire dall’incontro con Lucia, infatti, la pagina Instagram della Capotondi acquisisce una connotazione ‘politica’, termine che qui riferiamo alla capacità delle donne di valorizzare la propria identità nel rispetto della differenza dell’altro (Chinese, C. Lonzi, M. Lonzi, Jaquinta 1977); e si colora di numerose interferenze con le figure muliebri che incarna per il piccolo e il grande schermo: personagge che debordano da una femminilità codificata per divenire protagoniste dei cambiamenti culturali e sociali della loro epoca (Setti 2014). È questo il caso, per esempio, di Isabella e della sua lotta per i diritti delle operaie in 7 minuti (Placido 2016), di Maria Teresa Franza che si ribella al patriarcato nella miniserie televisiva Di padre in figlia (2017), di Renata Fonte e della sua opposizione ai soprusi dell’autorità in Liberi sognatori. Una donna contro tutti (Mollo 2018), di Nina che sceglie di denunciare una molestia sessuale in Nome di donna (Giordana 2018). L’eccezionale resistenza di simili personagge influenza la vita della Capotondi, che diviene ‘corpo politico’ anche al di fuori della fiction [fig. 3].

 

2. Regimi di presenza e strategie divistiche nel social

La presenza di Cristiana nel social, però, non si limita al dialogo con le personagge che interpreta ma investe anche sfere discorsive inerenti alla promozione, alla pubblicità e alla moda, riflettendo per tal via la complessa configurazione di segni visivi e di testi mediatici che concorrono a determinare la star (Dyer 2009). Inoltre, nel suo racconto visivo fonde armonicamente fotografie che la ‘eternano’ tra red carpet e abiti pret a porter con quelle di vita quotidiana, in cui appare senza trucco e con vestiti comuni, spesso unisex, immagini che concorrono a destrutturare l’identità di genere [fig. 4]. Una decostruzione degli stereotipi che trova un’ulteriore avallo anche nelle foto che la ritraggono mentre compete in partite di calcio, sua grande passione sportiva [fig. 5].

Così, nel gioco di rispecchiamenti tra l’io finzionale e quello – presupposto – reale, straordinario e ordinario danzano all’unisono nelle scritture mediali della Capotondi, la quale ci sembra abbia piena coscienza che a determinare la trasformazione di un’attrice in diva sia la risonanza empatica dello spettatore (Jandelli 2007). Cristiana, difatti, galvanizza l’investimento affettivo dei suoi followers interpellandoli direttamente nelle didascalie delle foto, e non di rado si rappresenta adottando topoi figurativi popolari, come gli scatti dall’alto che inquadrano gambe e scarpe in qualità di pars pro toto [fig. 6] e i cosiddetti mirror selfie, che si distinguono dai selfie canonici per l’elemento dello specchio, nel cui riflesso entra in campo anche l’apparecchio di ripresa impugnato dal soggetto (D’Aloia 2017) [fig. 7].

In aggiunta, tra gli hasthag ricorsivi nella galleria di Cristiana notiamo che spicca #ioete, usato per indicizzare la decennale storia d’amore con Andrea Pezzi, una relazione che, in linea col lifestyle dell’attrice, è avulsa da gossip e derive scandalistiche. Non a caso, l’autobiografia visiva ordita da Cristiana attraverso le tessere del suo profilo Instagram restituisce, nel complesso, l’immagine di una donna che sceglie consapevolmente di rilucere nell’Olimpo delle star italiane come la diva ‘della porta accanto’, elevando la semplicità a sofisticazione suprema [fig. 8].

 

 

Bibliografia

A. Battistini, Lo specchio di Dedalo. Autobiografia e biografia, Bologna, Il Mulino, 2007.

M. Chinese, C. Lonzi, M. Lonzi, A. Jaquinta, È già politica, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1977.

M. Cometa, Fototesti. Per una tipologia dell’iconotesto letterario, in I. Pezzini (a cura di), La fotografia. Oggetto teorico e pratica sociale, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2011, pp. 63-101.

A. D’Aloia, L’arto fotografico. Estensione e incorporazione nella tecnica e nell’estetica del selfie, in E. Menduni, L. Marmo (a cura di), Fotografia e culture visuali del XXI secolo, RomaTre-Press, 2018, pp. 479-490, ˂http://romatrepress.uniroma3.it/ojs/index.php/fotografia/article/view/1697/1688>.

R. Dyer, Star (1998), Torino, Kaplan, 2009.

C. Jandelli, Breve storia del divismo cinematografico, Venezia, Marsilio, 2007.

L. Manovich, Istagram and Contemporary Image, 2017, ebook: ˂http://manovich.net/index.php/projects/instagram-and-contemporary-image>.

A. Pinotti, A. Somaini, Cultura visuale, Torino, Einaudi, 2016.

M. Rizzarelli, ‘L’attrice che scrive, la scrittrice che recita. Per una mappa della ‘diva-grafia’’, in L. Cardone, G. Maina, S. Rimini, C. Tognolotti (a cura di), Vaghe stelle. Attrici del/nel cinema italiano, , Arabeschi, n. 10, luglio-dicembre 2017, pp. 366-371, ˂http://www.arabeschi.it/13-/> [accessed 10.10.2019].

N. Setti, ‘Personaggia, personagge’, Altra Modernità, Società Italiana delle Letterate, n. 12, 11/1014, pp. 205-227.