La ballata dei bravi 1963. Una poesia di Elsa de’ Giorgi

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Il mondo delle arti visive ha riguardato profondamente la vita e il lavoro di Elsa de’ Giorgi. In particolar modo, dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Cinquanta – ovvero nel tratto di storia che ha visto l’attrice legarsi alla famiglia di antiquari Contini Bonacossi – la de’ Giorgi ha potuto meditare a lungo sui grandi capolavori degli Old Masters, frequentando una delle raccolte più importanti d’Europa. Una meditazione che rileggiamo ora attraverso una poesia inedita, scritta da Elsa nella primavera del 1964, che rivela un nuovo e prezioso tassello critico di un’autrice infinita.

The world of the visual arts profoundly affected Elsa de’ Giorgi’s life and work. In particular, from the late 1940s to the mid-1950s – i.e. in the stretch of history that saw the actress linked to the Contini Bonacossi family of antiquarians – De Giorgi was able to meditate at length on the great masterpieces of the Old Masters, frequenting one of the most important collections in Europe. A meditation that we now reread through an unpublished poem, written by Elsa in the spring of 1964, which reveals a new and precious critical piece of a never-ending author.

I rapporti tra Elsa de’ Giorgi e il mondo dell’arte sono avvenuti in maniera direi quasi naturale nel corso della sua precoce e lunga carriera, appunto, artistica. Se già con la parola ‘artista’ si potrebbe definire chi, come nel caso della de’ Giorgi, sia riuscito con serietà, e una certa grazia, a interpretare più ruoli tra cinema, teatro e letteratura.[1]

Ma basterebbe pensare alle amicizie, le frequentazioni, le vicissitudini sentimentali che l’attrice e scrittrice, nata a Pesaro il 26 gennaio del 1914, ha saputo coltivare con tantissime personalità del grande sistema delle arti. E dico sistema delle arti perché i nomi propri che si avvicendano, direttamente o indirettamente, nella sua vita sono quelli di Carlo Levi, Leoncillo, Guttuso, Pier Paolo Pasolini, Bernard Berenson, per stare solo a qualche esempio. E dunque pittori, scultori, registi, scrittori, critici, storici dell’arte. Di ciascuno di loro Elsa comprende lo stile, la poetica, la filosofia e quindi la qualità, il livello, la grandezza. Mi pare che sia questo ciò che più sorprende di quest’autrice.

Leoncillo Leonardi, Ritratto di Elsa, Galleria d’Arte Moderna G. Carandente, Palazzo Collicola, Spoleto

Elsa de’ Giorgi non è una testimone di un bel periodo storico, non una sopravvissuta e né una marginale spettatrice di un’età dell’oro della cultura italiana (come spesso hanno voluto perimetrarla i suoi detrattori). Elsa de’ Giorgi ha una dote innata: è munita di un gusto sicuro, una sorta di radar per i valori dell’arte che sa riconoscere, comprendere e riversare in tutto ciò che fa, nel suo lavoro: sublimando la citazione in gesto critico.

A Carlo Levi, il pittore autore del Cristo si è fermato a Eboli, Elsa dedica I coetanei e il memoriale Ho visto partire il tuo treno. Per I coetanei Carlo, oltre a disegnare la copertina, un pastello metafora delle spoliazioni naziste, si fa portatore del messaggio «pensare e capire attraverso la pietà»[2] che la de’ Giorgi riconosce come il principale insegnamento da cui ripartirà la generazione trattata dal diario. Diario modulato da un’indefessa conversazione tra gli artisti, come si legge nel diciottesimo capitolo, dove Leoncillo, Guttuso, Turcato si agitano tra liberali, preti e intellettuali, nel tipico salotto degiorgiano, parlando di arte e rivoluzione in conseguenza della notizia della ‘scomunica’ di Pablo Picasso da parte del quotidiano russo Pravda.[3]

O quando, sempre nel romanzo, a proposito di Giorgio Morandi, il pittore del silenzio, Elsa scrive:

A Bologna, come tutti sanno, vive il più mistico e lirico fra i pittori contemporanei. Morandi. Egli dipinge nella sua stessa camera da letto; su di un tavolo le sue bottiglie, assorte, attendono che egli tragga da esse e dagli spazi che le separano la musica di serena mestizia in cui appariranno nei quadri luminosi e composti. Alla finestra una tenda rigida posta come una vela dosa nelle varie ore del giorno il riflesso di luce concesso agli oggetti modello sul tavolo fra cui, spesso, è la vita di qualche fiore.
In terra, col gesso, sono disegnate le impronte dei piedi del maestro, di modo che, se deve spostarsi, può ritrovare il punto esatto di luce e di prospettiva. Tutto qui, l’universo di questo grande artista. Per dipingere i suoi paesaggi, traeva invece ispirazione durante la consueta villeggiatura estiva da un paesino modesto, non lontano da Bologna, di nome Grizzana. Due case rade sulla collina stimolavano, forse per la compostezza dello spazio che le divideva, il suo estro.[4]

Anche qui ciò che appare come il commento di un testimone è piuttosto il giudizio di un critico. Non a caso quando Elsa racconta degli altri, come ha sottolineato efficacemente Elio Pecora, lo fa «con le qualità e le acutezze dello storiografo».[5]

E perché mai questa descrizione su come lavorava Morandi fa ancora fatica a rientrare nella bibliografia dell’artista?

Vale lo stesso per Roberto Longhi, il più rilevante storico dell’arte del Novecento, per il quale la de’ Giorgi coltiva un’altissima ammirazione tanto da celare la sua figura, e quella della moglie Anna Banti, nella trama dell’Innocenza; o da rammentarne la statura, durante la conferenza sulla genesi de I coetanei tenuta l’11 novembre 1961, alla Casa della Cultura di Catania, in un intervento irrorato di significative considerazioni su molteplici figure intellettuali. Su tutte Levi, Pasolini, Pavese: «fino ai casi luminosi di Longhi artista che inventa un linguaggio critico su quei criteri scientifici estetici di Gianfranco Contini per cui l’arte è sensibilità di forme e vocabolario».[6]

E spetta sempre a Elsa, in anni non ancora sospetti, la valutazione di merito sulla regia geniale di Luchino Visconti di A porte chiuse di Jean Paul Sartre, debuttante all’Eliseo, il 18 ottobre 1945: «una delle date in cui l’idea della libertà cominciò a essere concepita in Italia».[7] Il legame tra l’attrice e il regista ha il suo coronamento con il Troilo e Cressida, il dramma shakespeariano che Visconti ambienta nel giardino di Boboli per il XII maggio musicale fiorentino, nel giugno del 1949.

Per l’occasione Alessandro e Vittoria Contini Bonacossi, la famiglia con cui Elsa si è imparentata ufficialmente dopo aver sposato l’anno prima, a Roma, in Santa Maria della Pace, il figliastro Sandrino, organizzano un ricevimento nella loro sontuosa Villa in Pratello Orsini a Firenze, denominata Villa Vittoria.

Soirée che fu galeotta per la ‘calda simpatia’ tra Visconti e la lombarda padrona di casa Vittoria Galli, ormai alla fine (si spegnerà la stessa estate), e per il consecutivo desiderio del regista di dedicare proprio alle vicende collezionistiche dei Contini un progetto cinematografico che, tuttavia, non ebbe poi seguito.[8]

Ma è qui a Villa Vittoria che la divenuta contessa de’ Giorgi trova l’osservatorio principale con cui entrare in contatto con la più grande collezione d’arte privata dell’Italia del Novecento. Il tesoro dei famosi Old Masters: un patrimonio tra dipinti e sculture di importanza planetaria raccolto e costruito dai coniugi Contini, prima a Roma poi a Firenze, con l’ausilio dell’occhio di Roberto Longhi.

La parabola esistenziale di Elsa, come si sa ai limiti di una canzonetta popolare, si intreccerà inesorabilmente alle sorti ereditarie della collezione Contini.[9] A partire da quel fatidico 1955, infatti, si assiste al rovesciamento di fortuna dei suoi rapporti con la famiglia per via della relazione extraconiugale intrapresa con Italo Calvino – sancita dalla pubblicazione dei Coetanei per Einaudi – e la conseguente uscita di scena del marito, in concomitanza con la spesso dimenticata morte del vecchio senatore Alessandro: tutto in appena una manciata di mesi. Da lì, tra l’attrice e gli eredi, si aprirà una ridda di accuse, processi, udienze che darà vita all’affaire Contini Bonacossi, il più grande scandalo collezionistico italiano che avrebbe segnato per lunghi tratti, più di un decennio, non solo la storia culturale e di costume ma anche quella politica del nostro paese. Ma soprattutto avrebbe macchiato indelebilmente la figura dell’‘autrice’ Elsa de’ Giorgi facendo nascere, sul suo conto, una vulgata diffamante di aneddotica tra Lucrezia Borgia e Madame Bovary arrivando perfino all’invenzione di barzellette su misura come quella, francamente divertente, raccontatami un giorno dallo scenografo e regista Pier Luigi Pizzi: «Elsa de’ Giorgi accompagnata da Donna Vittoria visita per la prima volta la collezione di famiglia. “Ecco…”, dice Donna Vittoria compiaciuta, “Bellini”. “Bellini?”, risponde Elsa de’ Giorgi, “Straordinari vorrà dire!”».

Ma se per certi versi è inutile ricordare qui il coraggio, la tenacia e la straordinaria forza delle idee con cui la de’ Giorgi affrontò lo strapotere del gran mondo continiano, mi pare in primo luogo ingiusto sottacere, invece, come Elsa abbia costruito la sua opera nonostante quell’alone di discredito.

Come dimenticare, infatti, la sua produzione artistica scaturita dalla ‘corrispondenza d’amorosi sensi’ con Pier Paolo Pasolini: dalla valenza dei testi più o meno in suo onore, alle collaborazioni pontormesche della Ricotta o sadiane di Salò.

E non è stato forse atto di grande critica d’arte l’aver difeso in tutte le sedi, e anche fisicamente, il poeta di Casarsa? Ovvero l’essere stata, senza se e senza ma, in prima linea e a scudo critico, davanti a colui che nelle Biennali contemporanee è ora citato come il maggiore artista del Novecento?

Tralasciando e aspettando di leggere quindi l’infatuazione calviniana che sta tutta nel carteggio amoroso di Pavia ancora secretato e che, si spera, non sia ‘la montagna che partorisce il topolino’, Elsa de’ Giorgi ha vissuto i valori dell’arte sempre a fior di pelle – come riflette il nutrito giacimento di opere a lei dedicate conservato a San Felice Circeo – e in prima persona, tracciando le fisionomie degli artisti di ieri o coltivando le certezze letterarie dell’oggi, come è quella poetica di Roberto Deidier.[10]

A proposito di poesia e di arti figurative si dà notizia qui di un sorprendente componimento scritto da Elsa nel 1964 e intitolato La ballata dei bravi 1963. Apprendiamo della sua esistenza da una lettera, datata 13 maggio dello stesso anno, inviata dall’attrice proprio all’eterno Pasolini.

Caro Pier Paolo,
il mio libro (Un coraggio splendente) dovrebbe uscire con Sugar ma Nico ora ci sta pensando con Longanesi! È un peccato in verità, con l’Innocenza disponibile darlo a un editore estraneo che non so come lo sosterrà. Se puoi dire una parola a Nico andrebbe bene.
È scoppiata l’estate dentro questo maggio smagliante. E io ho scritto una poesia sulla Collezione Contini. La prima parte ha parole di Manzoni, letteralmente. E anche quelle sul cuore.
Andrebbe elaborata la parte finale, che è un po’ inerte e polemica. Ma il centro, mi pare buona. Come d’altronde la polemica.
Fammela pubblicare, se mai levandoci il nome mio. Anonima. O consigliami dove pubblicarla.
Ti abbraccio. Dimmi quando vuoi che venga e ti porti la Nanna.
Dio ti benedica, tua Elsa

La lettera si apre con le tribolazioni editoriali della scrittrice – che in quell’anno pubblicherà per l’editore milanese Sugar il suo quinto libro, dal titolo pasoliniano, Un coraggio splendente – alle prese con Nico Naldini, cugino primo del poeta e allora editor della Longanesi per cui Elsa richiama anche le sorti dell’altro romanzo, L’innocenza, uscito nel 1960.[11]

L’attrice rivela poi di avere scritto una poesia sulla collezione Contini Bonacossi che vorrebbe pubblicare, anche come anonima se necessario, chiedendo per questo, ancora una volta, aiuto e consiglio a Pasolini. La poesia si apre con «parole di Manzoni, letteralmente», scrive la de’ Giorgi: il testo comincia infatti con il brano, preso dalle ultime pagine dell’ottavo capitolo dei Promessi sposi, in cui i bravi mandati da Don Rodrigo provano invano a rapire Lucia che nel frattempo si trova con Renzo e Agnese a casa di Don Abbondio per cercare di farsi sposare con l’inganno, ma una volta fallito il piano sono costretti a rifugiarsi nel convento di Fra Cristoforo.

La lettera si chiude con il riferimento all’amica Anna Magnani, soprannominata Nanna, con la quale Pasolini aveva girato pochi anni prima, nel 1962, il celebre Mamma Roma, la cui sceneggiatura porta in testa la dedica: «A Roberto Longhi, cui sono debitore della mia ‘fulgurazione figurativa’».[12] Del resto nella vita della de’ Giorgi, il poeta aveva rappresentato uno dei trait d’union con il mondo longhiano essendo stato un assiduo frequentatore delle lezioni del grande storico dell’arte, all’Università di Bologna, durante i primi anni Quaranta.

La poesia di Elsa è un j’accuse, profondamente polemico, indirizzato, pur senza mai citarli, agli eredi Contini Bonacossi, scritto sotto forma di lirica nella primavera del 1964.

In un momento per lei ancora straziato dall’inspiegabile sparizione del marito, di cui ritiene la stessa famiglia responsabile, l’attrice affronta il dispiacere del ricordo di una vita passata negli ambienti di una famigerata collezione – che nel frattempo andava smembrandosi – ripercorrendo l’immagine lontana dei suoi capolavori rievocati con i nomi dei pittori: un po’ come se fossero, appunto, dei vecchi amici scomparsi.

Nella parte finale il componimento assume un carattere prosastico, ispirato a concreti episodi della stretta contemporaneità degli anni Sessanta. Ma ora non ci resta che l’ascolto.

 

La ballata dei bravi 1963
 
Che fate qui figliuoli?
non è qui il diavolo;
è giù in fondo alla strada,
alla casa di Agnese Mondella:
gente armata; son dentro;
par che vogliono ammazzare un pellegrino;
chi sa che diavolo c’è!
Che? Che? Che?
E comincia una consulta tumultuosa.
Bisogna andare – Bisogna vedere –
Quanti sono? – Quanti siamo?
Chi sono?
Il Console! Il Console!
Ma il Console non c’era,
s’era paralizzato.
Non voleva vedere.
Avere orecchie.
“Alla campana! Alla campana! Presto”
ma nessuno, nemmeno il Console aveva fretta.
Lo sposo rapito dai Bravi
giurava che voleva essere rapito.
Fra un Sassetta e un Tiziano
(oh l’innocenza di quella Madonna della Neve,
il restauro perfetto di Pellicioli
da sollevarsi come un sipario, di sorpresa)
lo sfarfallare abbagliante
del sole di luglio in cui scomparisti,
quel Giambellino, la Madonna Nera,
il drappo rosso, urlante
sulla carne perlacea del Bambino
ipocritamente addormentato;
quella Crocifissione, sempre Tua, Giambellino,
dove il Cristo pendeva
da altezze smisurate
composto in grazia di un paesaggio
senza meta, senza speranza
il paesaggio di ogni addio
di ogni Morte.
E tu Pontormo
coi tuoi azzurri gelidi
gli sfuggenti sorrisi
di micidiale innocenza
la mano tesa
alla dolce sensualità del Lotto
la Madonna con le perle
Susanna al bagno
Spiata dai vecchioni
Santa Lucia del Veronese
Col drappo ramato, preziosa,
Il conte la portò più in là
ne la malinconia della sua carne giovine
appena pingue
il velluto nero della casacca
il candido polsino pieghettato,
la mano bianca triste e rassegnata
a incontrare in un cerchio
quella tenera del figlio
già cosciente della impossibile continuità.
E tu Andrea del Castagno
la tua dolcissima Madonna
fra la frutta festosa e morta insieme
il drappo rosa sotto i piedi nudi
rami di pesco in un deserto orientale,
e tu, Piero della Francesca,
la tua Madonna stupefatta,
la trasparenza della sua faccia senza corpo
attraverso un paesaggio senza sfondo
appollaiato in un monte di maniera
come un ricordo di occhi troppo stanchi.
E Sigismondo Malatesta
il suo collo taurino
la zazzera ferma
ferocemente disegnata.
E Paolo Uccello
la tua monaca nera
sullo sfondo rosa
vista nella violenza di un delirio.
E prima, prima
Cimabue gran padre
la tua Madonna eterna
eretta col bambino adulto
sulle ginocchia esatte
accanto al Duccio
il capo fermo della sua Vergine
entro il gran manto bruno,
perimetrato d’oro severamente
sul viso
senza storia, senza attesa
composto intorno a labbra sigillate
per l’eternità.
E i tre Santi sibillini
del Maestro delle vele di S. Francesco
(gran brivido, Giotto, il tuo pensiero).
E tu piccolo Foppa,
squarcio
arido di cielo spiato dalla intimità
di una cortina e di una rosa
imprigionata in un piccolo vaso trasparente.
E tu, soave Bramantino
effuso in figure fluide
attornianti la gran Madre seduta,
dischiuse le divine ginocchia
in un ondeggiare gentile della veste
a reggere il fanciullo sapiente
in un ritmo perenne di culla
e i Santi intorno in moltitudine
genuflessi nei volti
le membra commosse.
E tu invece Catena,
ordinata lucente ultima cena: eleganza superflua,
suprema col tuo fanciullo ambiguo vestito di nero
estraneo e indifferente al criminale mistero.
E Zurbáran; la Natura morta che fa crocchiare il cesto di arance,
luminoso il peltro del piatto, coi bianchi fiori;
E i bianchi drammatici del parto di Cristo.
La Madonna rinchiusa in quell’interno estenuata.
La tazza del consolo.
La tenda bianca che si sposta a destra coi piccoli a spiare.
Quella intimità angosciosa come e più di una prigionia.
I Bravi han preso il mio sposo.
I Bravi l’hanno rapito con la bellezza di una Collezione
dove Velasquez, faceva Tiziano
Omaggi d’amore,
il Greco passava il pennello al Tintoretto,
Goya fra i toreri disegnava il petto dell’Infanta e poi Nenni De Gasperi e Togliatti in un racconto allucinato profetizzante ogni rivoluzione.
E dipingeva nasi e decorazioni facendo volare il pennello
come farfalla di amaro pensiero di segno sempre più amaro.
Chi mi diceva che non dovevo più vedervi dame invecchiate della Corte di Spagna?
E tu furbo Ministro carico il petto di decorazioni come un generale franchista o un cortigiano di Stendhal?
Il cuore mi diceva che sarei morta guardando il viso gentile del mio sposo che era stato partigiano innamorato solo di me.
Il cuore mi diceva.
“Certo, il cuore chi gli dà retta ha sempre qualcosa da dire su quel che sarà.
Ma che sa il cuore?
Appena un poco di quel che è accaduto”.
Che i Bravi di Don Rodrigo la viltà di Don Abbondio l’ipocrisia dei conventi siano ancora nei gangster 1963 che uccidono Kennedy e poi il presunto assassino e scamperanno la pena “per il vizio parziale di mente” e tutto il mondo sta a guardare; che si rapiscano sposi alle spose insieme alla più grande collezione di quadri che vi fosse al mondo, e tutto il mondo sta a guardare, e se lo racconti ti dicono che è pura fantasia, che quel marito se ne voleva andare, e i quadri si vendono onestamente e Kennedy è stato vittima di un vero pazzo che l’ha ucciso senza un perché.
Rozzi Bravi di Manzoni quanta strada avete fatto per trasformare il mondo intero in questa immensa ganga dove vi muovete da padroni di continente in continente su aerei veloci che sono vostri, su ordini rapiti alle banche, che sono vostre, i critici d’arte che giudicheranno la vendita dei Goya, (che sono vostri, i critici) e l’innocenza suprema delle opere sue finalmente da voi contaminata, i laboratori dei missili, che sono vostri, gli scienziati santi intenti ad indagare il mistero nucleare che ne apre finalmente altri perfino a voi sconosciuti, e li spingete a fabbricare bombe che sono vostre ma che dedicherete a noi ultime Lucie Mondella e Renzo Tramaglino senza Padre Cristoforo.
Che Papa Giovanni certo, lo avete ucciso voi. Come poteva, infatti, confortare il mondo la Bontà se questo mondo lo guidate voi Bravi gangster 1963?

 

Da Giovanni Bellini a Pontormo, da Sassetta a Tiziano, da Foppa a Veronese, e poi Velázquez, Goya, Zurbarán, la scrittrice inanella nel ricordo di un rosario la ricchezza della più importante collezione d’arte privata del Novecento.[13] Ma attraverso questa slavina di nomi propri scritta al vetriolo la De’ Giorgi punta soprattutto l’indice sulle nefandezze perpetrate, a suo dire, contro di lei e del marito, dagli eredi della famiglia Contini – associati per metafora ai bravi manzoniani e descritti come gangster.

Stefano di Giovanni detto il Sassetta, Pala della Madonna della neve, Firenze, Galleria degli Uffizi

Con una prosa d’arte dominata dalla fedeltà del commento ecfrastico di opere soltanto ricordate, l’autrice trova ancora un’altezza critica per mezzo del gesto poetico. La ballata appare quindi come una confessione non richiesta, di monologo decodificato teatralmente – quanto agiscono infatti le ballate brechtiane? Intese sia in termini di scrittura che come opere significanti di anticapitalismo e di denuncia al sistema borghese.

Elsa chiude la poesia con uno scenario apocalittico alludendo alle due morti più importanti del 1963: quelle del presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e di Giovanni XXIII, il papa buono, come fossimo sul set del Padrino parte terza o di The Irishman. Eppure la de’ Giorgi sente che un’epoca sta per terminare e un nuovo mondo sta per cominciare, anche artisticamente. Siamo nel 1964, e giusto l’anno prima, dopo le Marilyn, Andy Warhol aveva schiaffato sulla tela trentadue barattoli di zuppa Campbell nelle loro varietà; il texano Bob Rauschenberg si era immerso nella serie di serigrafie dipinte, come Retroactive I, con l’astronauta e proprio Kennedy a fare da sfondo. Opere con le quali avrebbe vinto la Biennale del ’64 e consacrato la Pop Art americana in Europa.

Giovanni Bellini, Crocifissione, Parigi, Musée du LouvreVincenzo Foppa, Madonna con il Bambino e un angelo, Firenze, Galleria degli Uffizi, ora in deposito al Castello Sforzesco di Milano

Il 18 giugno sarebbe morto invece Giorgio Morandi, l’agosto successivo, a Jalta, il segretario del Partito Comunista, citato da Elsa, Palmiro Togliatti, di cui Guttuso avrebbe restituito, nella fiumana di bandiere e di volti del famosissimo quadrone del 1972, i suoi funerali. Qui ci sarebbe stata tutta l’amarezza e la nostalgia di una stagione perduta dalla quale il pittore, insieme alla sua pittura a quel tempo osannata, era sopravvissuto come uno sconfitto.

A tanti anni di distanza anche Elsa congelerà la sua stagione dei tormenti in un libro tra i più vertiginosi della sua penna: L’eredità Contini Bonacossi, uscito per Mondadori nel 1988. Thriller storico artistico sapientemente narrato che porta con sé un indice dei nomi e che si apre con l’anastatica del certificato di morte di Sandrino. Ennesimi particolari di un’autrice poco avvezza all’astratto e molto incline al realismo. Elsa rimarca infatti qui la realtà con l’effetto della finzione, la verità storica con le astuzie e i meccanismi del dramma, sviluppando un intreccio da sceneggiatrice tout court dove protagonisti e comparse sono tagliati nei loro aspetti più moderni. Che personaggi da ‘intrigo internazionale’ sono appunto Donna Vittoria, ex mondina venuta dal nulla che viaggia in transatlantico scovando i capolavori del Rinascimento, o l’eroico storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti o ancora lo 007 Rodolfo Siviero?

Una lettura a perdifiato caratterizza questo romanzo che meriterebbe anch’esso, come è stato già per I coetanei e Ho visto partire il tuo treno, una riedizione per Feltrinelli.

Il sottotitolo del libro è L’ambiguo rigore del vero, che mi ha spesso fatto pensare a come Elsa abbia voluto celare qui, in quest’ossimoro di una verità ambigua, tutto il mistero esistenziale del marito. Figura risucchiata dalla sua stessa tragedia conclusasi con il suicidio in un appartamento di Washington nel 1975.

Una morte davanti alla quale più nessuno ha voluto, o forse potuto, ricercare le risposte alle moltissime domande rimaste inevase sul suo conto. Preferendo derubricare, in sostanza, la sua partenza a un mero fatto di ‘corna’ e la sua parabola a quella di un uomo sfortunato.

Ma anche ammettendo che il movente della sparizione sia stata l’infedeltà della de’ Giorgi: perché mai andarsene per tutto quel tempo – praticamente vent’anni – quando gli stessi genitori l’avevano indicato come l’erede a cui affidare le cure della collezione di famiglia? E la monografia Electa su Perugino e la passione per la storia dell’arte stanno lì a confermarlo.[14] E perché mai un trentenne miliardario, rampollo figlio di un Conte, dovrebbe costringersi a vivere in solitudine una vita impiegatizia presso il gabinetto fotografico della Fondazione Kress, soltanto perché la moglie ha un amante? E ancora: perché mai esautorarsi da solo e uscire così presto dalla legittima partita ereditaria?

Sandrino Contini Bonacossi a Washington

Tante, tantissime di queste risposte si possono in qualche modo intravedere nel fitto scambio epistolare che Sandrino Contini Bonacossi intrattiene con lo storico dell’arte Federico Zeri, durante i lunghi anni americani. Una variopinta corrispondenza di vita quotidiana, di piccoli e grandi fatti del mondo dell’arte e della cultura in genere, tra cui appunto i suoi rapporti con Elsa e le sorti della collezione, intonata tuttavia alla maldicenza, al sotterfugio e al complottismo, dalla quale emerge il profilo di un giocoso psicolabile che, lettera dopo lettera, corre ai limiti della pazzia. Un carteggio che mi riservo presto di pubblicare e che, se ben sceneggiato, promette di essere se non ‘il più bell’epistolario d’amore del Novecento’ certamente il più folle.[15]


1 Sul ruolo di Elsa de’ Giorgi nella scacchiera culturale novecentesca cfr.T. Tovaglieri, Dicevo di te, Elsa de’ Giorgi, Fasano, Schena, 2019.

2 E. de’ Giorgi, I coetanei, Milano, 2019, p. 277.

3 Per una ricostruzione della genesi dei Coetanei si rinvia a R. Deidier, Introduzione, in E. de’ Giorgi, I coetanei [1955], Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 7-19. Per le vicende editoriali del libro cfr. T. Tovaglieri, Cronaca de «I coetanei», in E. de’ Giorgi, I coetanei, pp. 283-293.

4 E. de’ Giorgi, I coetanei, p. 226.

5 E. Pecora, Il libro degli amici, Vicenza, Neri Pozza, 2017, p. 114.

6 E. de’ Giorgi, Conversazione su I coetanei, in T. Tovaglieri, Dicevo di te, Elsa de’ Giorgi, p. 33.

7 E. de’ Giorgi, I coetanei, p. 206.

8 Sui rapporti tra la De’ Giorgi e Luchino Visconti imprescindibile è la nota di Giovanni Agosti in G. Testori, Luchino, a cura di G. Agosti, Milano, Feltrinelli, 2022, p. 316.

9 Sulle vicende collezionistiche della famiglia Contini Bonacossi la principale referente è Fulvia Zaninelli, si rimanda dunque a F. Zaninelli, Aspetti del collezionismo e del mercato dell’arte del Seicento italiano all’inizio del Novecento, in A. Mazzanti, L. Mannini, V. Gensini (a cura di), Novecento sedotto. Il fascino del Seicento tra le due guerre, catalogo della mostra, Firenze, Polistampa, 2010, pp. 89-97; F. Zaninelli, Alessandro Contini Bonacossi, “antiquario” (1878-1955). The Art Market and Cultural Philantropy in the Formation of American Museums, PhD thesis, The University of Edinburgh, 2018. Ma si veda anche V. Contini Bonacossi, Diario americano 1926-1929, Prato-Siena, Gli Ori, 2007-2008; La collezione Contini Bonacossi nelle Gallerie degli Uffizi, Firenze, Giunti, 2018; T. Tovaglieri, I Contini Bonacossi e l’arte barocca, Torino, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo, 2022.

10 L’immagine di Elsa de’ Giorgi è stata raffigurata da svariati artisti del Novecento: dall’illustratrice Brunetta ad Adriana Pincherle, da Mino Maccari a Guttuso, da Leoncillo a Carlo Levi. Molte di queste opere facevano parte della collezione privata dell’attrice conservata nella sua casa a San Felice Circeo e sulla quale è oggi disponibile V. Zileri Dal Verme (a cura di), Elsa de’ Giorgi e il Circeo, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2021.

11 Un coraggio splendente, il volume della de’ Giorgi uscito nel 1964, era stato interamente supervisionato da Pasolini, il quale non solo aveva scelto il titolo ma aveva dedicato al romanzo una lunga e appassionata presentazione a Roma, alla Libreria Einaudi, il 27 gennaio del 1965, per cui si rimanda a P.P. Pasolini, Presentazione di Un coraggio splendente di Elsa de’ Giorgi, in T. Tovaglieri, Dicevo di te, Elsa de’ Giorgi, pp. 89-97. Mentre con il riferimento all’Innocenza, l’autrice richiamava le tribolazioni editoriali e le difficoltà distributive del suo terzo libro uscito per il Sodalizio del Libro nel 1960, per cui si veda ancora T. Tovaglieri, Dicevo di te, Elsa de’ Giorgi, pp. 24-33. Sembra invece pressoché sconosciuto, ma estremamente rilevante, il ritratto biografico della scrittrice che, sempre nel 1960, lo stesso editore veneziano aveva inserito in E.F. Accrocca (a cura di), Ritratti su misura di scrittori italiani. Notizie biografiche, confessioni, bibliografie di poeti, narratori e critici, Venezia, Sodalizio del libro, 1960, pp. 249-251. Qui, in chiusura del suo profilo, Elsa annunciava di avere terminato, oltre che L’innocenza, poi pubblicata proprio dal Sodalizio, anche una sorta di versione ‘europea’ dei Coetanei, un romanzo di cui, tuttavia, non si ha alcuna traccia: «ho altri due libri che dovrebbero uscire fra quest’anno e il prossimo. Sono già terminati. Uno tratta ancora del periodo storico dei Coetanei su uno sfondo europeo, periodo nel quale si articola una vicenda romanzata che mette in luce – questa volta – anche gli equivoci morali provocati dagli antifascisti. L’altro indaga e descrive una scottante perversità celata sotto un angelico viso di bambina, prima, e una vita irreprensibile di donna, poi. La intitolerò L’innocenza» (E. de’ Giorgi in E.F. Accrocca (a cura di), Ritratti su misura di scrittori italiani, p. 251).

12 P.P. Pasolini, Mamma Roma, in Id., Per il cinema, a cura di W. Siti, F. Zabagli, I, Milano, Mondadori, 2001, p. 153.

13 I dipinti già Contini Bonacossi citati dalla de’ Giorgi sono, in ordine, la firmata Pala della Madonna della neve di Stefano di Giovanni detto il Sassetta, compresa nel gruppo di opere della collezione Contini Bonacossi donato agli Uffizi: l’autrice fa riferimento al singolare intervento, realizzato da Pellicioli, il restauratore bergamasco tanto caro a Longhi, che prevedeva la possibilità di togliere e mettere, tramite bottoni automatici a pressione, uno scomparto della predella. Il più celebre tra i Tiziano dei Contini Bonacossi è il Cristo risorto acquistato dallo stato per la Galleria degli Uffizi nel 2001; di Giovanni Bellini sono invece la Madonna con il Bambino conservata presso il MarteS-Museo d’arte Sorlini a Cavalgese della Riviera e la Crocifissione del Louvre; il quadro di Pontormo è il sofisticato Ritratto di monsignor Della Casa oggi stabilmente esposto alla National Gallery of Art di Washinton; mentre di Lorenzo Lotto la Madonna con il Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano della National Gallery of Canada di Ottawa e la Susanna e i vecchioni degli Uffizi. Di Paolo Veronese la Santa Lucia con donatore, conservata alla National Gallery di Washington, e Giuseppe da Porto con il figlio Adriano custodito agli Uffizi; la Madonna con il Bambino di Giovanni di Francesco, citata dalla de’ Giorgi come Andrea del Castagno, anch’essa nella collezione finita agli Uffizi; i due Piero della Francesca: la Madonna con il Bambino della collezione Alana di New York e il più noto profilo di Sigismondo Pandolfo Malatesta del Louvre. La Santa Monaca e due fanciulli di Paolo Uccello, acquistata nel 2001, e la Madonna con il Bambino in trono, due angeli e i Santi Francesco e Domenico, già attribuito a Cimabue e oggi conosciuto come Maestro della Cappella Velluti, entrambi conservati agli Uffizi, come anche l’altra Madonna con il Bambino da Elsa rievocata come Duccio di Buoninsegna quando in realtà opera di Ugolino di Nerio. Mentre il Trittico, citato dalla scrittrice come del Maestro delle Vele, è un dipinto di Lippo di Benivieni. Seguono la Madonna con il Bambino e un angelo di Vincenzo Foppa, proveniente dagli Uffizi ma oggi in deposito al Castello Sforzesco di Milano; la Madonna con il Bambino e otto Santi di Bartolomeo Suardi detto il Bramantino conservata agli Uffizi e la Cena in Emmaus di Vincenzo Catena dello stesso museo fiorentino, equivocata come un’«ultima cena». La famigerata Natura morta con limoni, arance e una rosa, e la Nascita della Vergine di Francisco Zurbarán entrambe conservate al Norton Simon Museum di Pasadena. Il quadro creduto Velázquez che «faceva Tiziano Omaggi d’amore» è invece Il genio della pittura del fiammingo Livio Mehus oggi conservato al Prado. Il riferimento a El Greco e al Tintoretto riguarda Il sogno di san Giuseppe, del pittore di Toledo e il Ritratto di uomo barbuto con pelliccia dell’artista veneziano conservati entrambi agli Uffizi, insieme al Ritratto di torero di Francisco Goya citato poco dopo con quello dell’Infanta di ubicazione sconosciuta; come di ubicazione sconosciuta resta pure il Ritratto di Ambasciatore, ricordato da Elsa come un furbo ministro o generale franchista, che chiude il cerchio dei dipinti assieme al Ritratto di Elisabetta di Valois di Alonso Sanchez Coelho rimasto anch’esso agli Uffizi.

14 La grande passione di Sandrino Contini Bonacossi per la storia dell’arte si riflette nella stesura di una piccola monografia sul Perugino pubblicata nel 1951 da Astra Arengarium, la collana d’arte dell’Electa, in quegli anni sotto il segno di Bernard Berenson.

15 Alcuni estratti dell’epistolario si trovano già in T. Tovaglieri, L’eredità di Roberto Longhi, Milano, il Saggiatore, in corso di stampa.