Vetro

di

     

La pittura su vetro è effettualmente una invenzione «materica»: la pennellata, di solito piuttosto povera, si impreziosisce incorporandosi al vetro, acquista luce, riflessi, intensità, smalto; e un che di minerale, quasi che il colore fosse immemorabile secrezione e cristallizzazione; e così, prodigiosamente, l’immagine.

L. Sciascia, Storie su vetro (1968)

Profondamente attratto dal verso anziché dal recto delle cose, Sciascia nutre una passione anche per la pittura su vetro perché questa, come l’incisione, costringe l’artista a lavorare su una lastra dal rovescio. Lo strano procedimento rappresenta per lo scrittore un motivo di profonda curiosità probabilmente perché in questo ‘lavorare al contrario’ egli scorge un’affinità con il suo mestiere di scrittore intento a indagare la realtà dal ‘rovescio’ per poi mostrarne la verità e dunque il recto. Tuttavia, al di là di ciò, l’interesse di Sciascia per questo tipo di pittura appare evidente e comprovato dai due saggi che egli dedica all’argomento: intitolati uno Storie su Vetro (1968, confluito in seguito ne La corda pazza) e l’altro Tra astrazione e realismo (1972), posto in apertura del volume di Antonio Buttitta sulla pittura su vetro in Sicilia. In questo caso, il suo approccio alla materia artistica appare diverso rispetto a quello che egli mostra negli altri scritti d’arte e a riprova di ciò è utile sottolineare che questi sono gli unici casi in cui lo scrittore ci fornisce delle notazioni tecniche sulla pittura entrando con la sua penna nella bottega dell’artista. A interessarlo prima di tutto, oltre alle particolari figurine dipinte con grazia che ricordano da vicino quelle create dai cantastorie, è il supporto: non più tela, né tavola ma vetro. Un materiale profondamente affascinante per Sciascia, lo stesso di cui sono fatti gli occhiali che permettono ad Eugenia Quaglia, la bambina protagonista di un racconto di Anna Maria Ortese che lo scrittore amava particolarmente, di riacquistare la vista e vedere per la prima volta il mondo; gli stessi occhiali grazie ai quali lo scrittore può correggere le distorsioni ottiche e vedere, e quindi interpretare, la realtà e che in Todo modo rappresentano un oggetto di primaria importanza per comprendere la vicenda narrata. Come se non bastasse, ad affascinarlo vi era la particolare genesi del vetro che nasce liquido ma in seguito al processo di raffreddamento va incontro alla cristallizzazione che blocca e conserva per sempre la sua forma. Lo scrittore, che era innamorato di questo vocabolo, individua inoltre, nella pittura su vetro, una seconda cristallizzazione che nasce nel momento in cui il pittore imprime il colore sulla lastra vitrea permettendo così alla pennellata piuttosto povera di acquistare luce e intensità. E così un’arte popolare si trasforma in un’arte preziosa, che tuttavia in Sicilia, come Sciascia tiene a ribadire, durante i primi dell’Ottocento entra solo «nelle case dei borghesi, cioè dei contadini agiati, dei contadini piccoli proprietari; mai in quelle dei contadini poveri, dei braccianti». Dovrà passare quasi un secolo perché il vetro e le cornici diventino prodotti industriali e la pittura su questo materiale entri anche nelle case dei meno abbienti. Sarà allora che le figurazioni subiranno qualche modifica (che Sciascia esemplifica come «il passaggio dal colto al popolare») pur rimanendo invariate nei temi, perché «il mito, le mitiche tragedie, i martirologi, i grandi e i drammatici gesti dettati dall’amore e dall’onore, sono (o almeno erano) nel sentimento popolare come la passione di Cristo per Pascal (e per il sentimento popolare): vivi e presenti, di ogni giorno, di ogni ora».

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