3.2. Risponde Giulietta Masina

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È con «Un saluto ai lettori» che il 26 novembre del 1976 Giulietta Masina prende commiato dalle colonne de La Stampa. Per otto anni, dal 1968, le pagine del quotidiano hanno accolto le parole attraverso le quali l’attrice si è rivolta agli italiani – ma soprattutto alle italiane – per dar loro conforto nei momenti difficili, offrire consigli, e approfittare dei racconti personali dei lettori per aprire una riflessione verso i problemi sociali dell’epoca. Sono questi gli anni che vedono Masina indossare le vesti di Gabrielle de La pazza di Chaillot (Bruce Forbes 1969), quelle di Eleonora (Silverio Blasi 1973) e di Camilla (Sandro Bolchi 1976); nello stesso arco di tempo compare con regolarità su rotocalchi e quotidiani, sia in qualità di compagna di Federico Fellini, sia come attrice capace di coniugare l’impegno alla popolarità.

L’immagine di Giulietta Masina appare legata al marito attraverso un doppio filo. Da un lato ci sono i personaggi che il regista le cuce addosso e che, come lui stesso ben descriverà a distanza di anni nel mémoire Fare un film, sono scelti per mettere in luce le sue grandi doti attoriali; essi prendono forma all’interno di una dimensione di meraviglia e di sogno, contraddistinti da una gioia frenetica e infantile ma al contempo capaci di conservare la tristezza di un clown. Dall’altra c’è invece l’immagine di una moglie che, nonostante i ripetuti tradimenti del marito, decide comunque di restare al suo fianco. Stando alla stampa popolare, infatti, Fellini crea attorno a sé un vero e proprio harem: oltre ai numerosi flirt che gli vengono attributi, da più di dieci anni accanto al regista (sembra dal 1957) per alberghi e ristoranti c’è Anna Giovannini, la procace farmacista da lui stesso ribattezzata «La Paciocca» che negli anni Novanta rivendicherà una storia d’amore trentennale; ma anche Sandra Milo, che, presentatagli nel ‘62 da Ennio Flaiano, sarà sua amante per ben diciassette anni. Nonostante ciò, il loro matrimonio durerà per cinquant’anni, fino alla morte del regista.

Riconoscendo nella rubrica un mezzo attraverso il quale Masina costruisce la sua ‘persona pubblica’, con questo breve intervento si tenterà quindi di ricostruire l’immagine – o più propriamente l’‘interpretazione di se stessa’ – che l’attrice ci consegna attraverso la sua penna, provando a verificare la possibilità, e nel caso le modalità, con cui il suo pubblico mette in atto un processo di identificazione della personalità dell’attrice che si intreccia con quella dei personaggi da lei interpretati.

La rubrica rappresenta in realtà il prosieguo della trasmissione radiofonica Lettere aperte a Giulietta Masina, che, prevista per soli dodici giorni, riscuoterà un successo tale da essere mantenuta in palinsesto per ben tre anni: dal 1966 al 1969. Il dialogo tra Masina e i propri ascoltatori e ascoltatrici si sposta così sulla carta stampata attraverso la rubrica settimanale Risponde Giulietta Masina, che si propone come un «dialogo in contraddittorio sulle piccole e grandi disperazioni del quotidiano vivere».

Ad anticipare però di quasi un anno il commiato dalle colonne del quotidiano torinese, nel marzo del 1975 per la Società Editrice Internazionale di Torino è la stessa Masina a curare una raccolta dei suoi contributi con il titolo Il diario degli altri [fig. 1]. La realizzazione della raccolta e pertanto la selezione dei contributi – anche se quest’ultima forse non fu svolta direttamente dall’attrice, ma riportandone la firma è attribuibile a una sua approvazione – diviene allora un ulteriore momento di definizione della sua immagine pubblica. Il corpus di testi non solo è il risultato di un vaglio, ma anche di un’attenta tessitura, che restituisce i vari contributi in modo indifferente rispetto all’ordine cronologico, riorganizzati in sette filoni tematici: «La fatica di vivere» (Masina 1975, pp. 9-29), «Adolescenti precoci» (ivi, pp. 31-66) «Padri e figli tutto da rifare» (ivi, pp. 67-103), «Gli amori» (ivi, pp. 105-132), «La condizione femminile» (ivi, pp. 133-169), «I mariti e le mogli» (ivi, pp. 171-210), «Le scelte e i giorni della vita» (ivi, pp. 211-275). Così facendo, l’attrice lascia che all’interno della raccolta le lettere si susseguano, talvolta dando l’impressione che queste si rispondano tra loro, altre volte facendo sì che il rimando avvenga in modo esplicito grazie al recupero di contenuti già espressi precedentemente che, nella successione delle risposte, si arricchiscono di ulteriori argomentazioni tese ad avvalorare la tesi iniziale.

Alla richiesta di un lettore su quali siano i suoi desideri per il 1973, l’attrice risponde di averne ma di non volersi pronunciare in merito, in quanto si tratterebbe «di poche cose, e tanto mie da non parlarne in pubblico» (ivi, p. 11). Così, in questa come in altre occorrenze, Masina imposta la propria immagine in primis come quella di una donna che sa offrire un dialogo sincero e diretto, pur mantenendo riserbo sulle vicende più personali, in un patto con lettori e lettrici tipico di questo genere di rubrica.

Altro tratto ricorrente della figura di Masina nelle vesti di consigliera è un’attitudine equilibrata e saggia – anche qui nel solco del genere di scrittura tipico della ‘posta del cuore’ –. Così, quando è chiamata a mediare tra i conflitti intergenerazionali, familiari, di coppia o interiori, raramente sembra voler prendere le parti di qualcuno, preferendo invece indossare le vesti di arbitra imparziale. Ad esempio, nell’aprile del ’68 una signora lamenta una separazione irreparabile con l’ultimo dei suoi tre figli il quale, divenuto ormai uomo ed essendosi creata una famiglia propria, restituisce al mittente i regali da lei inviati per Natale e addirittura cambia marciapiede per non incontrarla. Masina allora fa presente alla donna che la vicenda riferita nella lettera non può che restituire la sua versione, e che per capire le reali ragioni di questo distacco sarebbe necessario interpellare il figlio, se non addirittura la nuora.

Nella maggior parte delle risposte l’attrice sembra cucirsi addosso tanti abiti quanti sono i ruoli sociali che è chiamata ad assolvere, il tutto attraverso le sezioni nelle quali organizza la sua raccolta. Se ne «La fatica di vivere», che raccoglie riflessioni legate ai dubbi esistenziali e religiosi, decide di dar mostra delle proprie convinzioni di credente, nel capitolo successivo, «Adolescenti precoci», Masina assume i toni dell’amica e della sorella maggiore, rivolgendosi a giovani donne smaniose di rivendicare la fine di un tabù che riconosca loro il diritto ad una libertà sessuale o, più ancora, alla propria individualità esistenziale.

Una, tante Giuliette: Giulietta credente ma anche Giulietta ruffiana quando, interpellata da una propria lettrice, «carina, giovane, abbastanza agiata, bene educata e triste», a fare da tramite per la ricerca di un uomo da sposare, preferibilmente medico, «volentieri [si presta] alla bisogna» (ivi, p. 76). Ed anche Giulietta amica, Giulietta sorella, Giulietta figlia, Giulietta moglie ma, soprattutto, Giulietta donna chiamata ad esprimersi sul diritto femminile di voto, sulla pillola e sul divorzio, o sulla «“grave colpa” di essere nubile» (ivi, p. 166). Ci sono però due ruoli che Masina rilegge a suo modo, attraverso i quali, ed intorno ai quali, sembra riconfiguri la sua immagine divistica: quello di amante e quello di madre. L’invito ad una simpatia – e qui il termine va inteso proprio nel senso del sentire comune, sym-patheia – che le interlocutrici chiedono nei confronti di entrambi i ruoli fa sì che questi appaiano strettamente connessi. Prima però di riportare le fila del ragionamento alle modalità con cui Masina attua una riconfigurazione degli ‘abiti’ che le vengono assegnati, appare opportuno ricordare come Dyer nel suo studio sullo star system hollywoodiano intenda i ruoli interpretati dalla diva come «rivelatori» per il pubblico della sua personalità (Dyer 1998). I personaggi, quindi, non solo rappresenterebbero un elemento attraverso il quale la diva configura la sua immagine, ma nel contempo stimolerebbero nel pubblico la sensazione di poter vedere attraverso la loro personalità quella della diva stessa.

Sono forse, allora, il generoso scollo di Marcella [fig. 2] in Senza pietà (Alberto Lattuada, 1948), o le pelliccette spelacchiate delle due Cabiria [figg. 3-4] di Fellini (Lo sceicco bianco, 1952 e Le notti di Cabiria, 1957), o ancora gli abiti succinti indossati da Rosa in Donne proibite (Giuseppe Amato, 1953) a giustificare la ricorrente richiesta di opinioni su donne che, per necessità o scelta, hanno intrapreso il più antico mestiere del mondo, o su coloro che hanno deciso di fare della propria persona una merce di scambio? O, ancora, è per questa ragione che numerose lettrici le si rivolgono quando provano un amore che non ha nel marito il suo destinatario?

Forse esiste una parte del suo pubblico femminile che, identificandola nei ruoli di prostituta da lei interpretati, ha di Masina l’idea di una donna di costumi moderni, spregiudicata, dunque in grado di dare consigli in tema di tradimento? Un pubblico che le attribuisce un’esperienza nelle questioni d’amore come e più di una moglie? Masina, dal canto suo, non sembra voler stare a questo gioco di ruoli e, esprimendo fermezza nella condanna dei ménage à trois, si mostra in qualche modo tradizionalista; del resto l’ipotesi di un’identificazione della diva come donna libera nei costumi sessuali sembra non reggere. I ruoli da lei interpretati, infatti, conservano e quindi restituiscono al pubblico un’immagine preminente di ingenuità, dove un corpo minuto, non troppo avvenente né apertamente desiderabile, ben si presta all’interpretazione di personaggi trasognati e buffi. Allora perché traditrici e tradite le si rivolgono in cerca di comprensione o conforto? La risposta è forse da cercare in Melina Amur (Luci del varietà, Alberto Lattuada, Federico Fellini, 1950), la minuta attrice di una compagnia di guitti del varietà sempre pronta a perdonare i tradimenti del fidanzato Checco. È in questo personaggio che, alla luce della stampa scandalistica, molte lettrici riconoscono Giulietta Masina. Su una copertina di Novella 2000 del ’76 [fig. 5] campeggia l’immagine di Federico Fellini in giacca grigio chiaro e cravatta rossa. L’espressione è quasi seccata; sopra la sua testa il presunto gossip «Il regista di Casanova lascia la moglie». A sinistra «Fellini ha perso la testa per questa donna», scritta seguita da una freccia che prontamente indica nel riquadro sottostante la nuova ‘fiamma’. Ancora, più in basso, una Masina ‘disperata’ che dal suo riquadro risponde: «Dopo trent’anni non me l’aspettavo!». Se quindi i presunti e i veri tradimenti del marito sbattuti in prima pagina sembrano fare di lei – così come accade al personaggio di Melina – un esempio di moglie remissiva, sempre pronta al perdono, sembra però che attraverso la sua rubrica Masina cerchi di veicolare un’immagine diversa di sé: quella di una donna più risoluta e disillusa, che come un’altra sua Giulietta (Giulietta degli spiriti, Federico Fellini, 1965) potrebbe essere capace addirittura di lasciare il marito, ma che non lo fa per sua scelta.

È il febbraio del 1974 e Masina risponde alla lettera di un uomo che chiede se sia possibile continuare a vivere, per amore del figlio, a fianco di quella donna, moglie e madre, verso la quale non nutre più quel sentimento.

 

La risposta non è facile come sembra perché, a mio giudizio, è un equivoco essere certi che l’amore si manifesti in tutti nello stesso modo e maniera, in ognuno presenti un’eguale sintomatologia, affronti i problemi sociali e morali che sorgono con il medesimo impegno. Gli amori (la qualità) sono tantissimi, diversi nella responsabilità e nell’intensità, nel dolore e nel piacere. Quindi la domanda è improponibile. (ivi, p. 114)

 

In questo incitare il suo interlocutore a comprendere le varie forme assunte dal sentimento amoroso, appare allora possibile cogliere l’occasione di rispondere a tutte quelle donne che si chiedono perché lei resti a fianco del marito. Così facendo sembra che Masina cerchi di modificare la sua immagine da quella di buona moglie, cattolica e remissiva, a quella di donna capace di comprendere in modo più maturo – e forse anche più moderno – cosa voglia dire amare. Non quindi spettatrice degli amori (o, nel suo caso, dei tradimenti) altrui, ma cosciente e consapevole attrice del proprio sentimento.

È allora in relazione a questa capacità che Masina incentra la sua immagine di dispensatrice di consigli sulle diverse forme di amore (non solo quindi quello tra due compagni, ma anche quello filiale o genitoriale), rivolgendosi a molte delle sue lettrici come ‘da madre a madre’, lei che lo era stata per appena undici giorni. All’attribuzione di questa caratteristica ‘materna’ concorre il racconto della sua tragica maternità veicolato dalla stampa. Poco dopo il matrimonio con Fellini, infatti, il 12 marzo 1945 Giulietta Masina aveva dato alla luce Pier Federico, il quale a causa di una broncopolmonite segnerà entrambi di un profondo lutto. L’attrice a distanza di anni dichiarerà: «Non aver avuto figli ci ha fatto diventare figlio e figlia dell’altro, così ha voluto il destino».*

Masina, inoltre, incarna una sorta di figura-ponte tra le due generazioni che hanno come spartiacque il passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta. Difatti riesce a dare di sé sia l’immagine rassicurante di moglie fedele sia, allo stesso tempo, quella di donna moderna e smagata, ben consapevole del mondo che la circonda. Per esempio, pur non approvando il fatto in sé e per sé, Masina rivendica il diritto di una ragazza di poter crescere da sola un figlio nato dall’incontro di una notte con un uomo, da lei cercato proprio per tale scopo. La risposta è rivolta all’uomo in questione:

 

Dalla lettera chiaramente trapela il disappunto del maschio italiano avvezzo, da secoli, a rinnegare, mai a essere, nella fattispecie, rinnegato. Già pronto, il giovanotto, a digrignare sotto l’accusa di essere padre, a testimoniare che il figlio chissà di chi era; ma preso in contropiede, allorché l’altra parte in causa gli anticipa la mossa cambiandogli sotto gli occhi il copione scritto da milioni di personaggi a lui simili. Pertanto, s’infuria, piange e si dispera (Masina 1975, pp. 50-51).

 

I personaggi interpretati sullo schermo riemergono tra le sue parole, confondendosi tra loro e lasciando riaffiorare i molteplici animi che Masina intende mettere in mostra. Con un colpo di scena, però, l’attrice stravolge il copione: nel febbraio del ‘68 risponde alla lettera di Franca, futura maestra che, in cerca della propria libertà, si figura un destino uguale a quello di Gelsomina (La strada, Federico Fellini, 1954), «sotto le pareti di una casa rotta, mentre nevica o piove, ad aspettare di andarmene in cielo».

 

È ancora inverno. Parliamone, dunque, accanto al fuoco che, ahimè, nessuno accende più. E per prima cosa, conveniamo di lasciar perdere Gelsomina, una poesia più che un personaggio, una vocazione d’amore più che una indicazione d’innocenza, un contrario di disperazione piuttosto che una affermazione vitale. Ringrazio del buon ricordo, ma sottolinearlo mi sembra polemica pura. Infatti Gelsomina muore. Io vorrei, invece, che Franca vivesse. È una differenza essenziale (ivi, p. 58).

 

Con queste parole Giulietta Masina esce dal suo personaggio più celebre e afferma la propria autonomia di giudizio e di pensiero, rivendicando un’esistenza indipendente dal ruolo che Fellini le ha disegnato addosso.

 

*La frase è riportata in moltissimi siti e blog, senza che ne sia data la fonte diretta. La utilizzo comunque poiché la sua diffusione ne testimonia l'importanza nella costruzione dell'immagine divistica di Giulietta Masina.

 

Bibliografia

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