Categorie



Questa pagina fa parte di:

  • «Noi leggiavamo…». Fortuna iconografica e rimediazioni visuali dell’episodio di Paolo e Francesca fra XIX e XXI secolo →

 

In un passo della sua Conversazione su Dante, il poeta russo Osip Mandel’stam concepisce l’opera dantesca come una fusione cromatica intensa e violenta e compone, a parole, un’immagine che desta fascino e terrore. Dentro questa bufera di colori l’autore scopre un Dante diverso, nuovo, che la tradizione letteraria è restia a tramandare; ci presenta un poveraccio, «un uomo senza fiducia in se stesso», goffo, tormentato e ramingo, incapace di mettere un piede avanti all’altro e costretto a farsi accompagnare da un poeta latino. L’intento di Mandel’stam è di tramandare la Commedia che sente più reale e vera, non ancorata agli aspetti simbolisti e romantici esibiti dalla cultura europea e vivi nella Russia del suo tempo; un poema, per usare i termini dello stesso autore, «sonoro e minerale», in grado di andare oltre la visione esclusivamente storica, politica e teologica di Dante. È «un’inquietudine spirituale», scrive Mandel’stam, che fa da sfondo alla scrittura del poeta fiorentino, «una imprimitura psicologica» – e ritorna di nuovo la pittura – che conferisce all’intero poema incanto e dramma.

Anche la ‘conversazione’ che l’autore russo intrattiene col Sommo Poeta possiede la stessa inquietudine e agitazione spirituale, ed ha convinto alcuni studiosi dell’affinità dei due destini, tormentati dal peso di idee di bellezza e di libertà. È tuttavia il poeta russo ad essere condannato a un vero inferno sovietico. Costretto all’esilio per attività controrivoluzionaria, Osip Mandel’stam verrà deportato e internato dentro un campo di transito nei pressi di Vladivostok, capolinea della ferrovia transiberiana. Qui morirà prima di raggiungere i lager della Kolyma.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →