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L’articolo presenta un’intervista a Giulia Carluccio, curatrice della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni presso la Galleria Campari (2025). Attraverso il dialogo, si esplorano le strategie di valorizzazione dell’Archivio Campari, inteso come patrimonio industriale capace di dialogare con la visual culture contemporanea. Il nucleo centrale riguarda il legame tra la comunicazione del brand e il divismo cinematografico (1900-1960), analizzato come «mito a bassa densità» che unisce società, cultura, arti e immaginario. L’intervista approfondisce la natura intermediale del percorso espositivo, in cui documenti d’archivio, opere di artisti, e materiali di consumo delineano una cartografia mediale della cultura di massa. Emerge così una riflessione sulla capacità di Campari di anticipare e interpretare le dinamiche della comunicazione e dello star system internazional

The article features an interview with Giulia Carluccio, curator of the exhibition Red Carpet: il cinema dei sogni at Galleria Campari (2025). Through this dialogue, the strategies for enhancing the Campari Archive are explored, viewing it as industrial heritage capable of interacting with contemporary visual culture. The core focus is the link between the brand’s communication and film stardom (1900-1960), analyzed as a «low-intensity myth» bridging society, culture, arts and the imaginary. The interview delves into the intermedial nature of the exhibition, where archival documents, works by artists, and consumer ephemera outline a mediological cartography of mass culture. Thus, a reflection emerges on Campari’s ability to anticipate and interpret the dynamics of communication and the international star system

Galleria Campari si distingue per una politica espositiva accorta e raffinata, che mira a valorizzare i materiali d’archivio in un’ottica culturale larga, in grado di accogliere suggestioni e pratiche in equilibrio variabile tra linguaggi diversi. In vista dell’ormai imminente inaugurazione della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 (Gallerie Campari, 23 ottobre 2025-2 giugno 2026), la redazione di «Arabeschi» ha incontrato la curatrice Giulia Carluccio per provare a ragionare intorno alle premesse dell’allestimento, ricavando preziose chiavi di accesso al perimetro delle sale.

 

 

Stefania Rimini: Andrea Pinotti e Antonio Somaini definiscono le immagini innanzitutto come «atti sociali»,[1] ricordandoci quanto ogni forma di riproduzione del reale sia l’esito di specifiche condizioni ambientali. Il marchio Campari, del resto, sulla relazione tra immagini, media e dispositivi ha costruito la propria reputazione industriale, confermando nel tempo una vocazione pionieristica in ordine al sistema della comunicazione e dell’arte. In che modo il progetto della mostra Red Carpet ha tenuto conto delle referenze sociali dei materiali d’archivio e come ha tentato di combinarle in una prospettiva strettamente ‘visuale’?

 

Giulia Carluccio: Partire dall’Archivio Campari significa attraversare la storia della comunicazione pubblicitaria italiana del Novecento da una prospettiva di primo piano, estremamente innovativa e anticipatrice rispetto ai contesti socioculturali da cui via via trae spunto e che contribuisce a rappresentare e a raccontare. La forza e l’impatto della comunicazione proposta da Campari nel corso di decenni cruciali del Novecento deriva la sua pregnanza proprio dalla precisa intenzione di cogliere e reinterpretare in modo innovativo (e strategico) le dinamiche sociali e culturali in atto, tra movimenti artistici, illustrazione popolare, media emergenti e, in modo sempre più sinergico, mondo del cinema e dell’audiovisivo, in una prospettiva fortemente identitaria per un prodotto Made in Italy aperto alla scena internazionale. Il ricco corpus di documenti visivi e audiovisivi che oggi l’Archivio Campari raccoglie e valorizza nell’esposizione permanente e nelle mostre temporanee, testimonia, nella sua varietà anche tipologica, di una storia di strette relazioni e implicazioni nell’alveo di una più ampia iconosfera in cui comunicazione pubblicitaria, moda, spettacolo, cinema e media rivelano la propria dimensione socio-antropologica e socio-semiotica soprattutto nelle reciprocità e nei riverberi, espliciti o impliciti. Si tratta di una storia che coincide in qualche modo con quella della progressiva costruzione di un’industria culturale che definisce via via iconografie riconoscibili, forme simboliche, figure che rivelano il ‘visibile’ di un’epoca, nell’accezione sociologica proposta da Pierre Sorlin. Proprio nell’intento di evocare i contorni di questa iconosfera, il concept della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 identifica la sua cartina al tornasole, il suo pivot, nelle relazioni tra l’universo della comunicazione Campari (da inizio del Novecento all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso) e il fenomeno del divismo cinematografico, come luogo esemplare di convergenze, sintesi e rimediazioni di stili e generi, istanze culturali e sociali, desideri, consumi e aspirazioni, nazionali e sovranazionali.

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L'Archivio Storico Campari custodisce oltre 5.000 opere tra manifesti, bozzetti e audiovisivi che dal 1860 narrano l’evoluzione del brand in dialogo con le avanguardie. La gestione mira alla conservazione e alla trasformazione del materiale in un patrimonio vivo e condiviso, obiettivo sancito dall’apertura della Galleria Campari nel 2010. La strategia curatoriale propone una dialettica trasversale, connettendo l’archivio ad ambiti quali moda, tipografia e cinema. Un esempio è la mostra Red Carpet, il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960, che indaga il divismo tra il 1900 e il 1960 integrando prestiti esterni e collaborazioni accademiche. L’Archivio agisce come un ponte culturale dinamico, rigenerandosi attraverso percorsi esperienziali che uniscono arte e cultura della miscelazione. Con circa 18.000 visitatori annui, la Galleria si rivolge a un pubblico internazionale ed eterogeneo, trasformando l’identità d’impresa in un ecosistema culturale accessibile e stratificato. L’intervista a Anita Todesco esplora alcune delle strategie culturali legate alla valorizzazione dell’archivio

The Campari Historical Archive preserves over 5,000 works, including posters and audiovisuals, documenting the brand’s evolution since 1860. Its management focuses on preservation and transforming history into a shared, living heritage through Galleria Campari. The curatorial strategy employs a transversal approach, linking the archive to fashion, typography, and cinema. Red Carpet, il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 exhibition exemplifies this by exploring stardom (1900-1960) through external loans and academic partnerships. The Archive serves as a dynamic cultural bridge, regenerating through experiential paths that merge art with mixology culture. Welcoming 18,000 visitors annually, the Gallery addresses a diverse international audience, turning corporate identity into an accessible and stratified cultural ecosystem. The interview with Anita Todesco explores some of the cultural strategies linked to the promotion of the archive.

Giulia Carluccio: Che cosa vuol dire prendersi cura di e valorizzare l’archivio storico Campari in riferimento a una specifica cultura di impresa e alla direzione di un museo/galleria aziendale?

Anita Todesco: Prendersi cura dell’Archivio storico Campari significa lavorare su un patrimonio vastissimo e sfaccettato: più di 5.000 opere su carta tra manifesti e bozzetti pubblicitari, a cui si affiancano centinaia di documenti, insegne, fotografie, oggetti legati alla miscelazione, bicchieri, bottiglie, libri d’artista, ephemera, caroselli e spot realizzati da registi come Fellini, Sorrentino, Garrone, Tarsem Singh. È un insieme eterogeneo che racconta, attraverso immagini e materiali, l’evoluzione del marchio Campari, che dal 1860 dialoga con le avanguardie e con i linguaggi della comunicazione visiva grazie alla collaborazione con figure come Depero, Munari, Dudovich, Nizzoli, Glaser, Matelda Moretti (Brunetta), Nespolo, Sambonet e molti altri.

Occuparsene significa da un lato garantire la conservazione e il restauro di questo patrimonio storico artistico aziendale, dall’altro innescare processi interpretativi e progettuali che permettano di attivare questi materiali, creando connessioni, nuove letture e occasioni di dialogo.


 

GC: Quali strategie e politiche culturali indirizzano la felice dialettica che Galleria Campari propone tra esposizione permanente e mostre temporanee?

AT: La dialettica tra esposizione permanente e mostre temporanee a partire dall’Archivio Campari nasce da una precisa strategia, di cui fa parte la decisione di aprire al pubblico il museo aziendale Galleria Campari nel 2010. Questo ha rappresentato uno dei gesti più significativi della visione culturale dell’azienda: un atto che supera la semplice conservazione del passato e afferma la volontà di trasformarlo in un patrimonio vivo, condiviso e accessibile, animato da mostre, ma anche da public programs e iniziative dedicate ai dipendenti.

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Negli ultimi anni, nel contesto delle dinamiche proprie della convergence culture, si è assistito a una significativa ridefinizione del ruolo del museo. Da istituzione deputata prevalentemente alla conservazione, alla tutela e alla trasmissione del patrimonio artistico, esso tende a configurarsi sempre più spesso come uno spazio ibrido e attivo, in cui ‘convergono’ diversi linguaggi e dispositivi, ma anche diverse pratiche culturali. In questo processo – e nell’ottica di una interazione tra l’espressione letteraria, l’istituto museale e il medium rappresentato dalla mostra – il museo diviene un luogo capace di generare narrazioni, come anche di ospitare suggestive manifestazioni in atto dell’ispirazione letteraria.

La letteratura, dal canto suo, ha accettato pienamente la sfida. Non è un caso se, nell’arco degli ultimi vent’anni circa, alcuni autori tra i più rilevanti del panorama contemporaneo abbiano scelto il museo come sede per le loro sperimentazioni letterarie. Insieme all’esempio paradigmatico di Orhan Pamuk, il cui romanzo Il museo dell’innocenza (Einaudi [2008] 2009) ha portato nel 2012 alla creazione di un vero e proprio museo a Istanbul, accompagnato da un catalogo (L’innocenza degli oggetti, Einaudi 2012) e da un documentario diretto da Grant Gee (Innocence of Memories, 2015), un’altra importante operazione è stata Rester vivant di Michel Houellebecq, una mostra immersiva nel mondo e nell’immaginazione dell’autore allestita nel 2016 a Parigi, al Palais de Tokyo, e curata da Houellebecq stesso.

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Accanto al materiale librario, ai periodici, alle illustrazioni e ad altri memorabilia di carta, la mostra I sensi del giallo. Il corpo (del reato) tra inganno ed evidenza presentava diversi video-montaggi e video-saggi, esposti come semplici proiezioni a parete o come vere e proprie video-installazioni a più schermi. Oltre a offrirsi come contrappunto visivo alla monumentale orizzontalità della sagoma-espositore, questi costruivano altresì un ambiente sonoro capace di ricreare le qualità atmosferiche del giallo italiano. Se in alcuni casi la riproduzione del suono era affidata a dispositivi di fruizione individuale come le cuffie, in altri si è scelto di creare un gioco di corrispondenze aurali su scala ambientale tra le fascinazioni occulte del giallo televisivo e la violenza barocca di quello cinematografico, dove a occupare un più che tensivo primo piano sonoro (sullo schermo e in mostra) non v’era tanto l’intelligibilità della parola quanto la sua paralizzante distorsione.

Ricorrente è stata la logica compositiva che ha valorizzato tanto le rime visive quanto i contrappunti, i contrasti e le consonanze, in un crescendo di tensione che culminava al piano superiore del percorso espositivo con l’installazione di 10/100/1000 modi di finire ammazzati nel giallo italiano. In questo caso si è scelto di valorizzare il ritmo incalzante del montaggio con un display a dieci monitor dove, in un gioco di saturazione e frammentazione, un mosaico di gesti violenti e vocalizzi strazianti rompeva l’oscurità di un ambiente appena ammorbidito da una flebile e perversa luce rossa.

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Interna alla ricerca Prin/2020 Atlante del giallo. Storia dei media e cultura popolare in Italia (1954-2020),[1] la mostra I sensi del giallo. Il corpo (del reato) tra inganno ed evidenza (Milano, Università IULM, Contemporary Exhibition Hall, 14 marzo-10 aprile 2025) proponeva un ‘percorso di indagine’ orchestrato attorno alla figura, ovvia eppure poco indagata, del corpo e dei sensi; un percorso ‘in stato d’allerta’, tra potenziamento e deprivazione sensoriale, che riguarda tanto l’azione criminale quanto le pratiche investigative. Il racconto giallo spesso affida la difficile decifrazione di un enigma al ‘fiuto’ o al ‘sesto senso’ del detective, e ci consegna l’esperienza indicibile del crimine attraverso tracce sensibili, in un sistema di indizi sovente affidato ai sensi, testimoni ingannevoli o acuti di una scena piena di ombre.

La scelta di questa prospettiva, nella ricchezza di riferimenti alla dimensione sensoriale in ognuno degli ambiti indagati, dal cinema al fumetto, dalla televisione alla letteratura, ai periodici e alla fotografia, risponde agli obiettivi generali della ricerca – che ripercorre la storia dei media alla luce degli scambi inter- e transmediali favoriti dal genere giallo, eleggendolo a figura chiave per ricostruire i processi dell’industria culturale del nostro paese – senza esserne tuttavia la piena esibizione. Certo strumento di ampia diffusione, la mostra è stata anche la messa alla prova di un ‘pensiero per immagini’, di analisi delle immagini attraverso le immagini: i tanti video-saggi presenti nell’allestimento consentivano la visione immediata del ricorrere di temi figurativi o schemi narrativi, di luoghi ed oggetti, delle strategie di scrittura visiva della scena del crimine, decostruita e ricostruita nei video montaggi. Molti i materiali d’archivio mostrati: dalla produzione RAI degli anni Sessanta e Settanta al giallo cinematografico o ai ‘Caroselli in giallo’, documenti di una memoria mediale che ancora agisce sul nostro immaginario.

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Fondata nel 1945, la casa editrice Electa ha impresso una traccia di rilievo nel panorama culturale italiano ed europeo. Oggi, nel celebrare il suo ottantesimo anniversario, Electa non si limita a guardare al passato, ma si reinventa e propone nuovi intrecci tra i saperi umanistici. Lungo il filo conduttore rappresentato dall’apertura al dialogo con il linguaggio letterario, in questa conversazione che ha avuto luogo il 20 giugno 2025, Rosanna Cappelli, amministratrice delegata di Electa, ripercorre la storia e l’identità della casa editrice, ricorda alcuni tra i progetti più recenti e regala ai lettori e alle lettrici interessanti anticipazioni sulle iniziative future.

 

Corinne Pontillo: Le chiederei innanzitutto qual è la vocazione primaria di Electa e quali sono le sue linee editoriali?

 

Rosanna Cappelli: Electa ha una storia molto lunga, è stata fondata nel 1945, immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, con l’intento di salvaguardare, di valorizzare e di restituire alla conoscenza pubblica il patrimonio storico-artistico italiano. Fu Bernard Berenson il mentore della casa editrice, che ha quindi ottant’anni di storia; ottant’anni costellati da una moltitudine di cataloghi, di libri. Possiamo dire che Electa ha segnato la storia dell’arte, dell’architettura e del design in Italia e anche nella cultura europea, perché nel corso del tempo sono state davvero innumerevoli le pubblicazioni.

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Vengo da una da una famiglia di ingegneri civili [fig. 1]. Mio nonno era ingegnere civile, così come mio zio e mio padre. Siamo tutti stati indirizzati, sia io che i miei cugini, a diventare ingegneri civili, ma alle elementari ho iniziato a disegnare e a dipingere, con l’approvazione di tutti [fig. 2]. Ero così felice di disegnare, disegnare, disegnare… Quando avevo 15 anni qualcuno in famiglia disse: «Questo ragazzo dovrebbe andare all’Università Tecnica di Istanbul, ma per diventare architetto». Fino a 22 anni ho pensato che sarei diventato come Le Corbusier. Disegnando e dipingendo mi stavo preparando a una vita da artista [fig. 3]. A 22 anni ho smesso di dipingere e ho iniziato a scrivere romanzi. Pensavo di aver ucciso il pittore che era in me, ma quasi trent’anni dopo l’ho riscoperto.

Un giorno, quando avevo 54 anni, entrai in una cartoleria e comprai i colori di tutti i tipi, insomma, tutto ciò che avevo usato durante la mia infanzia la mia adolescenza… ma ero intimidito. Ero già un autore famoso e affermato e non volevo andare in giro a dire che dipingevo. Così ho iniziato a dipingere su piccoli quaderni, cosa che mi dava molta gioia.

Come accadeva nella mia infanzia, quando dipingo mi sento una persona felice, molto felice. Quando dipingo, sono felice come chi canta sotto la doccia. Quando scrivo invece sono più cerebrale, più serio, più determinato. Questi sono degli atteggiamenti apparentemente contraddittori, ma nei miei quaderni si combinano entrambi: la gioia di dipingere in privato e la gioia di scrivere costantemente le mie idee ogni giorno. Questi quaderni contengono tutta la mia vita. Quando li porto con me è come se portassi con me anche il mio tavolo da disegno e da pittura. È un mondo vastissimo ma allo stesso tempo molto intimo.

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Considérant les questions soulevées par la muséalisation de la performance, le Musée de la danse élaboré par Boris Charmatz au Centre chorégraphique national de Rennes constitue un cas de figure singulier, particulièrement intéressant à analyser dans la mesure où l’expérience ne consiste pas à ‘faire entrer’ des performances dans un musée, mais à transformer l’institution chorégraphique en projet muséal. De quelles manières le Musée de la danse prend-il vie? Selon quelles modalités gestes et mouvements trouvent-ils leur(s) place(s) dans l’espace d’exposition? Comment se tissent les relations entre les œuvres, et avec le public ? L’idée même de musée suppose un dispositif de monstration des œuvres qui se distingue, en bien des aspects, des conditions de représentation spectaculaire. Du théâtre au musée, de la boîte noire au white cube, du spectateur au visiteur, le changement de cadre affecte plusieurs paramètres. Cinq ans après la fermeture des portes du Musée de la danse, je souhaiterais montrer comment ce projet pionnier s’est sans cesse inventé et réinventé pendant ses dix années d’existence. Pour ce faire, je propose d’examiner les expériences qui y ont été menées – documentations performées, musées en mouvement, dancing museum, happening participatif, expositions vides, installations vivantes, corps-archive – par le prisme des enjeux de conservation, d’acquisition et d’exposition, réévalués ici, dans un lieu de création chorégraphique, au contact d’œuvres immatérielles. La possibilité de ‘rejouer’ la performance apparaît, dans l’écosystème du Musée de la danse, comme une réponse possible et particulièrement féconde au problème de la ‘survivance’ des performances. Il s’agira d’en apprécier le potentiel à travers la diversité des formes de reenactment inventées par le Musée de la danse, que ce soit dans le cadre des activités du centre chorégraphique à Rennes, ou au sein d’expositions, de collections, d’institutions muséales.

Considering the issues raised by the musealization of performance, the Dancing Museum elaborated by Boris Charmatz at the National Choreographic Center of Rennes constitutes a unique case, particularly interesting to analyze, insofar as the experience does not consist of bringing performances into a museum, but of transforming the choreographic institution into a museal project. In what ways does the Dancing Museum come to life? By what means do gestures and movements find their place(s) in the exhibition? How are the relationships between the works, and with the public, woven? The very idea of a museum implies an exhibition setup for works that differs, in many respects, from standard spectacular representation. From theater to museum, from the black box to the white cube, from spectator to visitor, the change of perspective affects several parameters. Five years after the Dancing Museum closed its doors, I would like to show how this pioneering project continually invented and reinvented itself during its ten years of existence. To do this, I propose to examine the experiments that were conducted there – performed documentations, museums in motion, dancing museum, participatory happenings, empty exhibitions, living installations, ‘the body as archive’ – through the prism of conservation, acquisition, and exhibition issues, in a place of choreographic creation, in contact with immaterial works. The possibility of redoing the performance appears, in this singular ecosystem of the Dancing Museum, as a possible and particularly fruitful response to the problem of the survival of performances. I will analize its potential through the diversity of reenactment forms invented by the Dancing Museum whether within the activities of the choreographic center in Rennes, or within exhibitions, collections, museum institutions.  

En 2008, au départ de Catherine Diverrès qui dirigeait alors le Centre chorégraphique national de Rennes et de Bretagne (CCNRB) depuis 1993,[1] Boris Charmatz postule à sa succession avec un projet de Musée de la danse. Ce faisant, le chorégraphe renouvelle non seulement l’exercice de la lettre de candidature pour lui préférer la forme du manifeste,[2] mais il investit également sa place de directeur de manière inédite,[3] en dissociant son projet pour l’institution de sa personnalité artistique. Avec le Musée de la danse, Boris Charmatz s’engage sur des questions et des réflexions qui dépassent largement le périmètre de son propre travail pour interroger le rôle de l’institution chorégraphique dans ses missions de création et de transmission. Et c’est en mobilisant le modèle muséal qu’il entend bousculer les cadres existants et repenser les activités du Centre chorégraphique national au prisme des formats consacrés du musée (comme la visite, l’exposition ou la collection).

Considérant les questions soulevées dans le numéro de cette revue, le Musée de la danse constitue un cas de figure singulier particulièrement intéressant à analyser, dans la mesure où l’expérience ne consiste pas à faire entrer des performances dans un musée, mais à transformer l’institution chorégraphique en projet muséal. Si le Musée de la danse est d’abord une question qui s’adresse à l’art chorégraphique, les réponses qui y ont été apportées pendant ses dix années d’expérimentation méritent d’être examinées comme autant de grains à moudre qui viennent nourrir la réflexion sur les enjeux de la muséalisation de la performance. C’est ce que je propose de faire ici à l’appui de mon expérience professionnelle[4] et de mes recherches,[5] en organisant mon propos selon trois perspectives : celle de l’institution qui se trouve remise en jeu par les conventions du musée, celle des œuvres chorégraphiques qui se voient transformées en pièces de musée et celle de la danse qui rejoint les collections des biens culturels à sauvegarder.

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Dagli anni Settanta ai primi anni Duemila, la performance art è entrata nelle collezioni museali prevalentemente tramite altro da sé: fotografie, film, video, e resti di azione. Questi supplementi hanno fornito alla performance una permanenza e una materialità che sembravano mancarle, permettendo la sua commercializzazione, collezione ed esposizione. La centralità del documento per la trasmissione della performance art ha dato origine a un dibattito sulla legittimità di queste rappresentazioni e sulla loro capacità di fissare e tramandare in modo efficace una forma d’arte apparentemente legata a un’esperienza effimera e incorporata. Dall’inizio degli anni Duemila teoriche della performance come Rebecca Schneider e Diana Taylor hanno mostrato che la performance non ha bisogno di documenti per durare, ma può permanere nella sua propria “materia” attraverso una trasmissione corpo a corpo ed essere rimessa in scena. Contemporaneamente influenti musei internazionali hanno iniziato a collezionare performance live e a riflettere su modelli di conservazione dell’arte dal vivo. In questo saggio esamino una dialettica che si manifesta nella trasmissione della performance live. L’ipotesi è che non sia possibile separare nettamente tra performance e documento: la performance live può generare una dialettica tipica della documentazione e oscillare tra tensione all’autenticità, da una parte, e messa in presenza e trasformazione dell’opera, dall’altra.

From the 1970s to the early 2000s, performance art entered museum collections primarily through photographs, films, videos, and relics. These supplementary materials provided performance with a permanence and materiality it was perceived to lack, thus enabling its commodification, collection, and exhibition. The central role of documentation in the preservation of performance art sparked debate about the legitimacy of these representations and their ability to effectively record and convey an art form often understood as inherently ephemeral and embodied. Since the early 2000s, performance theorists such as Rebecca Schneider and Diana Taylor have argued that performance does not require documentation to endure. Instead, it can remain through body-to-body transmission and be reenacted. At the same time, leading international museums have begun collecting live performances and developing new models for preserving live art. This article explores a dialectic that shapes the transmission of live performance. The hypothesis is that a rigid separation between performance and documentation is neither tenable nor productive. Rather, live performance can mirror the dialectic of documentation, oscillating between the pursuit of authenticity and the ongoing transformation of the work. 

 

1. La documentazione della performance tra evidenza e rappresentazione

Tra gli anni Sessanta e Settanta il termine performance art si afferma a livello internazionale come categoria per indicare una serie di pratiche artistiche accomunate dalla loro natura effimera e dalla centralità del corpo vivo dell’artista che esegue azioni spesso in presenza di un pubblico e dà vita, insieme ad esso, a un’esperienza unica e irripetibile. Il carattere temporale e incarnato della performance assume, in un contesto generale di profonda trasformazione dell’arte, una qualità politica: la performance art tenta di sfuggire ai processi di mercificazione e mette in discussione l’idea di opera come oggetto materiale e trasportabile che può essere conservato, collezionato ed esposto. Per lungo tempo e fino ad oggi, una delle strategie principali con cui i musei affrontano questa sfida è quella di conservare e collezionare le performance d’artista attraverso qualcosa di diverso dalle performance stesse: fotografie, film, videotape, residui d’azione – oggetti che offrono alla performance art quella materialità che apparentemente le manca, rendendola compatibile con i paradigmi della conservazione dell’arte. Queste registrazioni, immagini ed artefatti vengono descritti complessivamente, e in parte impropriamente, come documentazione della performance art. Esse non sono l’opera stessa, ma segni e tracce che rimandano all’opera assente, la rappresentano e ne fanno le veci senza però poterla contenere completamente e compiutamente in sé. Tra i numerosi esempi iconici possiamo ricordare le celebri fotografie di Interior Scroll (1975) di Carolee Schneemann realizzate da Anthony McCall, I Like America and America Likes Me (1974) di Joseph Beuys filmato da Helmut Wietz, i constat d’action realizzati da Gina Pane con la fotografa Françoise Masson, le fotografie dei primi lavori di Marina Abramović o, ancora, gli Aktionsrelikte (residui d’azione) di Hermann Nitsch. 

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