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Abstract: ITA | ENG

New York, 2 Settembre 1968: al Jewish Museum si chiude Young Italians, una mostra di dodici artisti italiani under 40, curata da Alan R. Solomon e già ospitata nello stesso anno all’Institute of Contemporary Art di Boston. Nel settembre-ottobre 2018 una mostra all’Istituto Italiano di Cultura di New York, organizzata con Magazzino Italian Art, ha celebrato il 50° anniversario di Young Italians mutuandone il concept: «dodici artisti, tutti al di sotto dei quaranta anni. Non ha lo scopo di essere onnicomprensiva o antologica, ma piuttosto vorrebbe dare un’idea delle nuove direzioni dei più giovani». Il saggio della curatrice della mostra-omaggio a Young Italians, pubblicato in inglese nel relativo catalogo, è qui per la prima volta edito in italiano e si propone di riflettere sulle ragioni della scarsa presenza all’estero della più giovane ricerca italiana. A indagare la nostra storia viene infatti da chiedersi se in Italia qualcosa sia mutato rispetto alle difficoltà già individuate da Solomon nel 1968 circa la promozione dei giovani talenti, oppure se, nonostante il progresso e la globalizzazione tutto è rimasto come era. Per comprendere il come e il perché di questo impasse, il saggio analizza particolari momenti della storia dell’arte italiana dal 1968 in poi e cerca di individuare se e quale strada i giovani artisti italiani sembrano indicarci per uscire da tale situazione critica.

New York, September 2nd, 1968: the Young Italians exhibition of the works of twelve Italian artists under 40 at the Jewish Museum, which was curated by Alan R. Solomon and had previously been hosted that same year by the Institute of Contemporary Art in Boston, was ending. In September-October 2018 the exhibition at the Italian Cultural Institute in New York, in conjunction with Magazzino Italian Art, celebrated the 50th anniversary of the Young Italians show by first modifying its concept: «twelve artists, all under forty. It is not meant to be comprehensive or anthological, but rather to offer some ideas about the new directions among the younger artists».  The essay by the curator of the tribute-show to Young Italians, that was published in English in the relative exhibition catalog, is published here in Italian for the first time, and it aims to ponder the reasons for the scant presence abroad of young Italian artists. If we analyze our history we find ourselves wondering whether something in Italy has changed with respect to the difficulties that Solomon identified in 1968 concerning the promotion of young talents, or whether, notwithstanding progress and globalization, everything remains the same. To understand how and why we have this impasse, the essay analyzes specific moments of the history of Italian art from 1968 onward, and it try to identify the path, if any, that young Italian artists seem to be pointing to in order to get past this critic situation.  

 

Dal 25 settembre al 1 novembre 2018 si è tenuta presso l’Istituto Italiano di Cultura di New York la mostra Young Italians[1] che, co-organizzata da quell’Istituto e da Magazzino Italian Art, ha voluto celebrare il 50° anniversario dell’esposizione omonima ospitata nel settembre 1968 al Jewish Museum di New York e, pochi mesi prima, all’Institute of Contemporary Art di Boston.

L’importanza della rassegna del 1968 risiede nell’aver presentato e promosso da parte di due importanti musei statunitensi le ricerche dei più giovani talenti del nostro Paese, esponendo le opere di dodici artisti italiani under 40: Valerio Adami, Getullio Alviani, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Mario Ceroli, Laura Grisi, Jannis Kounellis, Sergio Lombardo, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto. L’idea nacque dallo storico dell’arte e curatore Alan R. Solomon che nel 1964 era stato commissario degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia e dunque responsabile dell’‘invasione’ della Pop Art americana avvenuta in quell’occasione.[2] Attraverso Young Italians egli si propose di sostenere quel gruppo di artisti dal punto di vista culturale e mercantile, ma anche di analizzare quali fossero i comuni denominatori delle loro opere e quali le cause della difficoltà di importarle in USA. Infatti, spiega Solomon in catalogo[3] che la consapevolezza del proprio predominio sull’Europa circa la capacità di produzione, distribuzione e consumo dell’arte, ha indotto gli americani a sentirsi autosufficienti, perdendo man mano interesse per le ricerche degli altri Paesi. Ma è in particolare l’abitudine statunitense a valutare le opere secondo la «sensibilità nazionale», che implica «vedere tutto nei termini di bianco e nero», ad aver reso per loro incomprensibile l’«Italian paradox», ossia la convivenza nell’arte degli italiani di due opposte attitudini: l’amare la modernità ma con lo sguardo sempre rivolto al passato. Inoltre, egli conclude, nonostante la qualità della giovane arte italiana, è difficile prevederne gli sviluppi anche a causa del sistema economico e artistico del suo Paese, caratterizzato da una carenza di gallerie commerciali di successo, dalla persistente esiguità del collezionismo, dalla scarsità di capitali e dall’instabilità socio-politica.

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