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  • Le stanze della scrittura. Percorsi letterari nei musei italiani →

La vita dei partigiani raccontata «come una favola di bosco»: così Cesare Pavese definisce nel 1947 Il sentiero dei nidi di ragno, in una recensione che – scrive più tardi Calvino – avrà il valore di un oroscopo. ‘Fabulous Calvino’: questo il titolo dell’articolo di Gore Vidal apparso sulla New York Review of Books del 30 maggio 1974, a breve distanza dall’uscita delle Città invisibili tradotte da William Weaver, che rappresenta un momento decisivo nella ricezione di Calvino in America. Più o meno a metà strada fra queste due date, cioè nel 1960, quattro anni dopo l’uscita delle Fiabe italiane, pubblicando in volume unico la trilogia I nostri antenati Calvino si sofferma sull’aggettivo ‘favoloso’ (peraltro estraneo al suo lessico critico), usato dai commentatori fin dai suoi esordi: «io stavo al gioco: capivo benissimo che il pregio è d’essere favolosi quando si parla di proletariato e di fattacci di cronaca, mentre a esserlo parlando di castelli e di cigni non c’è nessuna bravura».

Favoloso Calvino. Calvino straordinario, certo: lo hanno decretato milioni di lettori, in Italia e nel mondo [figg. 1-2]. E Calvino favolista e cultore del meraviglioso, ma anche scrittore capace di far interagire l’osservazione e la fantasia, l’attenzione alla realtà e la trasfigurazione fiabesca. Calvino affabulatore, prosatore: la radice di fabula è la stessa di fari, ‘parlare’. Non sarà tuttavia un caso se tanti suoi personaggi perdono la parola, o non conoscono la lingua che dovrebbero usare, o ricorrono comunque ad altri mezzi per esprimersi. Così il Gramo nel Visconte dimezzato, che manda alla pastorella Pamela crudeli messaggi iconici da decifrare (un pipistrello e una medusa tagliati a metà, ad esempio, per un appuntamento a mezzanotte in riva al mare); così Marco Polo, ancora ignaro delle lingue dell’Oriente, che descrive all’imperatore Kublai le città visitate nel corso delle sue ambascerie con gesti e smorfie, disponendo oggetti sul tavolo come i pezzi degli scacchi; così i personaggi del Castello e della Taverna dei destini incrociati, privati per incantesimo della favella, e costretti a narrare la propria storia allineando le carte dei tarocchi come vignette di un fumetto. Senza dimenticare i personaggi che non parlano perché sono soli, come il ‘Re in ascolto’ del racconto omonimo di Sotto il sole giaguaro, o perché preferiscono tacere, come il signor Palomar, che passa settimane e mesi in silenzio (‘Del mordersi la lingua’); o ancora, perché le parole si spengono sulle loro labbra, come accade ai rari personaggi inquadrati da lontano che figurano nei dipinti di Fabio Borbottoni (Il silenzio e la città).

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Lo spazio delle Scuderie del Quirinale è aperto da una vasta scalinata a chiocciola che dal piano di accesso si solleva fino al livello superiore, dove inizia la prima delle due grandi gallerie. Per inoltrarsi nel percorso al visitatore resta da attraversare uno spazio di raccordo, prima stazione della mostra Favoloso Calvino (13 ottobre 2023 - 4 febbraio 2024, Roma, Scuderie del Quirinale) che si affaccia sulla pendenza delle scale. Con il disegno di una spirale e una stanza-balcone sopra le linee spezzate dei gradini, l’ingresso all’antica rimessa delle carrozze papali somiglia molto alla forma del mondo secondo Italo Calvino. Una corrispondenza affidata alla voce dell’autore in una sequenza di citazioni estratte dal testo Dall’opaco e proiettate sulla parete al termine della scalinata, come istruzioni implicite per guadare tutto quello che segue.

La mostra racconta l’impronta visiva del mondo nel pensiero e nella scrittura di Calvino attraverso un reticolo di immagini, oggetti e parole sospese sulle griglie di legno che forniscono il supporto verticale dell’esposizione. Queste impalcature ‘aeree’ determinano l’impatto visuale dell’allestimento formando un dedalo di scacchiere trasparenti capaci di filtrare lo sguardo di chi avanza sulle sale, in un continuo omogeneo ma fatto di moduli e strutture a vista.

Il percorso procede per undici serie che seguono sottotraccia, ma tutte ugualmente e ordinatamente rappresentate, le fasi della biografia intellettuale di Calvino, esplicitando i punti di snodo di un ritratto completo: il grande ritratto d’autore nel suo centenario. Prima indicazione di metodo e di lettura è la presenza di coppie di valori opposti nelle sezioni che si articolano fra «lo spazio fisico dei campi» e «lo spazio immaginario» del cinema e della letteratura (2. Natura vs artificio), fra 5. Il reale e il fantastico, fra il remoto/immenso e il vicino/piccolo (7. Tutto il cosmo, qui e ora). Altre sezioni sono dichiaratamente tematiche (3. La guerra, la politica; 4. Ritratti di Calvino; 10. Viaggi e descrizioni) o anticipano nel titolo la centralità di un’opera: 6. «Le fiabe sono vere»; 8. Mescolando le carte; 9. L’atlante delle città (in)visibili. Aprono e chiudono l’esposizione due emblemi dell’immaginario di Calvino, 1. L’albero e 11. Cominciare e ricominciare, che esprimono matrici profonde dello stile e dell’impegno intellettuale dell’autore. Le didascalie e i pannelli firmati da Mario Barenghi punteggiano il viaggio dello spettatore/lettore disegnando ora linee invisibili fra le diverse pareti della mostra, ora immersioni nelle radici più o meno esplorate della scrittura calviniana. Ogni volta che il curatore commenta una forma, un’opera, un’immagine sta descrivendo le pagine dell’autore: «un albero è prima di tutto una forma dello spazio. Dunque un emblema dal duplice valore: da una parte lo slancio verso l’alto, verso una sommità propizia all’estensione dello sguardo […], dall’altro il dispiegarsi delle fronde, la ramificazione, cioè il diramarsi di connessioni, sviluppi».

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