Realizzato in un arco di oltre dieci anni, LETS - Museo della Letteratura di Trieste è stato aperto al pubblico il 12 settembre 2024, una giornata di pioggia segnata da una lezione inaugurale di Claudio Magris.
La specificità di Trieste rende facile per il pubblico generalista (e non solo) cadere in una serie di cliché – multiculturalismo, cultura di frontiera, incontro/scontro tra identità – senza però possedere solide nozioni sulla complessità di tali fenomeni, né sulla pratica (e sull’implicito modello di teoria) letteraria che essi veicolano. Il LETS, come ormai viene quotidianamente chiamato, si configura come un esempio di particolare interesse: un passaggio di testimone tra una tradizione necessariamente composita e le forme fluide della cultura contemporanea.
Catalizzatore di precedenti realtà museali (tra le maggiori, il Museo Svevo e il Museo Joyce) e diretto dinamicamente da Riccardo Cepach, LETS presenta una serie di eccezionalità degne di approfondimento. La struttura, posta nel palazzo Biserini di fronte alla statua memoriale di Italo Svevo, costituisce uno dei pochi musei italiani apertamente dedicati alla letteratura. Non, si noti, consacrati a un autore, a un gruppo o a un periodo storico, ma a tutta una produzione testuale legata – per nascita, ispirazione o obliquamente – a una città di frontiera. Possono venire in mente casi come il Literaturmuseum der Österreichischen o il Museum of Literature Ireland, posizionati strategicamente in capitali europee. Il Museo della Letteratura di Trieste identifica l’interessante caso di un museo che affronta il campo letterario in maniera ampia – ovvero non specialistica, trasversale, transgenerica e transgenerazionale – in una posizione lontana dai grandi centri culturali.
La visione museale merita particolare attenzione. La missione divulgativa del museo si sposa infatti all’eclettismo della cultura locale. Una scrittura, quella triestina, dettata da inevitabili necessità di comunicazione, traduzione, passaggi tra le forme dei generi e dei saperi, e lontana abbastanza dalle Repubbliche delle Lettere da rendere visibili e fertili le interferenze tra – nelle parole di Svevo – il ‘sogno’ della letteratura e la ‘vita orrida vera’. La cifra triestina incontra allora una delle più contemporanee sfide della divulgazione: presentare il patrimonio storico in forme adatte a dialogare con il mondo di oggi. Una sfida che riguarda in primo luogo la cultura letteraria, sì, ma solo se questa è intesa nell’ampiezza delle sue forme, dalle storie del suo adattamento alle sue istanze comunicative. Il visitatore si orienta infatti nello spazio museale attraverso una serie di metafore legate alla comunicazione moderna. Sono i media dell’epoca d’oro della letteratura triestina, tra Otto e Novecento, antenate e interlocutrici dei paradigmi culturali dell’età dell’informazione: il giornale, il libro, il cinema.
Il percorso consigliato parte dall’Edicola della Storia. Si tratta di una stanza dominata cromaticamente da un pesante color piombo e strutturalmente da un’edicola piena di riviste e telegiornali d’epoca proiettati in loop sulle pareti. Due grandi mappe – la Trieste antica-passata e quella moderno-contemporanea – ci aiutano a scandire come un forte settecentesco di pescatori sia divenuto uno dei teatri più complessi e schizofrenici della modernità europea: dalla nascita del porto teresiano alle leggi razziali promulgate proprio da Piazza Unità, dalla creazione angloamericana del Territorio Libero di Trieste all’utopia basagliana poi sancita dalla legge 180 [fig. 1]. La partenza dall’Edicola pare già abbozzare una teoria letteraria – o meglio, un’idea di letteratura democratica e inclusiva, in cui rientrano a pieno titolo generi quali il fotoreportage e la diplomazia, la scrittura pedagogica, la psicologia e la traduzione. LETS presenta un’idea vicina a musei di tradizione nord-europea e anglosassone, e meno alla concezione classicistico-umanistica italiana.
Il color piombo è sostituito dal rosso triestino dell’adiacente Libreria degli Scrittori, grande spazio costruito attorno al tavolo con recenti uscite di chi – per arte, professione o necessità – si è occupato di questo mutevole territorio. Le pubblicazioni presenti sono in costante aggiornamento (Trieste è una di quelle città che continua compulsivamente a scrivere di sé): così tavolo e sedie diventano luogo di formazione continua per il cittadino e il visitatore, siano esse fiction, poesia, giornalismo o guide turistiche alternative.
Per quanto riguarda la letteratura ‘storicizzata’, cioè quella degli autori canonicamente associati alla triestinità – da Giotti a Bartok, da Rilke a Sir Burton – questa assume un format plurilingue (ITA-ENG, e online SLO-DEU) tramite cabinet of curiosities installati alle pareti. Grazie a nicchie e cassetti manipolabili [fig. 2], il visitatore può costruire la propria visita tramite oggetti più o meno tradizionalmente associati alla produzione letteraria. Si tratta di elementi miscellanei, come ceramiche, macchine da scrivere, disegni, pipe, libri, foto di repertorio, dediche e videogame. Si dirà a questo punto il visitatore: dopotutto anche questo fa parte di ciò che chiamiamo letteratura. A rinforzare il concetto, i totem nella sala propongono digressioni su scrittura di viaggio, sul ‘secondo mestiere’ di chi deve pur tirare a campare, sulla letteratura per ragazzi, sulle religioni e sui caffè.
Multimedialità e interazione, dunque, come impatto immediato su chi entra a LETS. Oltre a poter toccare, leggere, esplorare, girare, guardare, il visitatore viene ulteriormente stimolato. La Libreria ha comode poltroncine predisposte all’ascolto di audiolibri, così come arrivano costantemente alle orecchie book trailer proiettati nella sala adiacente. Si tratta del Cinematografo delle Storie, a reiterare che letteratura è anche cinema, scrittura per i media, e viceversa. La struttura del museo permette di percepire le interferenze (scritte, declamate, musicate, recitate) come una melodia, un rumore bianco costante, senza esserne sopraffatti. Le interferenze, anzi, accompagnano questa visione del letterario. Un invito museale a sospendere la nozione dello scrivere come penombra, silenzio e stilografica.
Oltre agli spazi-metafora, LETS dedica sale monografiche e interattive a tre grandi triestini: Saba, Joyce e Svevo. In aggiunta alle didascalie sulla vita e l’opera di Saba, il visitatore trova esempi di digital humanities per il Canzoniere del ’19 (ad opera di Cristina Fenu) insieme a fantasiose animazioni sul gioco delle varianti, così come attività ludiche che permettono di attivare video di Saba che si confronta con l’amato/odiato Svevo. La Sala Joyce e la Sala Svevo, eredi dei musei precedentemente situati in via Madonna del Mare, individuano spazi indipendenti eppure fraterni, che permettono al visitatore di approfondire autori e opere individuali, così come il racconto delle due vite (e scritture) intrecciate. Si passa attraverso un mondo joyciano, tra teche di memorabilia e panchine aperte su video di Dublino, fino all’approdo in una sala interstiziale col famigerato lettino psicanalitico. Nel gioco del percorso, questo è il primo passo per entrare nell’elegante sala Svevo, dove inizia a suonare il violino dell’eterno musicista, fumatore, scrittore e impiegato.
Se l’esibizione permanente propone un modello di letteratura come fare, come pratica, è tuttavia lo Spazio Forum il giocatore più attivo nella proposta culturale del LETS. In questo senso, il brand scelto merita qualche parola. LETS, prima di tutto, come LETteratura di TS (sigla della città di Trieste), ma anche invito collettivo (LET’S) a fare dell’aspetto pratico della letteratura un manifesto [fig. 3]. La Sala Forum ospita ogni settimana un ricco programma di eventi – lanci editoriali, workshop con gli autori, gruppi di lettura, piccole esibizioni temporanee – secondo le accattivanti formule (LETStalk, LETSread, LETShow, LETSwonder, LETSplay) consultabili nella sezione eventi del sito web. LETS brilla per la sua capacità di combinare l’aspetto espositivo tradizionale a quello della musealità come luogo di aggregazione e formazione per la comunità: come centro poietico [figg. 4-5].
Tra le più recenti iniziative LETS, va in questo senso menzionata la serie LETSpoetry, una proposta di incontri in cui il fare poesia prende il sopravvento sul format classico del reading. Autori sul territorio nazionale sono selezionati sulla base della loro capacità di interagire con il pubblico su questioni di particolare interesse locale: dal plurilinguismo alla scrittura di reportage sui confini, dalla letteratura dialettale alle tecniche di nascondimento e sdoppiamento del soggetto che scrive. Gli autori invitati – finora Carlo Rettore, Franca Mancinelli, Carmen Gallo e Ivan Crico – hanno combinato presentazione della propria opera poetica a workshop di scrittura per scrittori emergenti, studenti e appassionati.
A meno di un anno dall’apertura, LETS ha accolto oltre 45.000 visitatori e un’impressionante varietà di attività legate alla pratica letteraria. È, a mio avviso, la strategia vincente per parlare, e far parlare, di letteratura in momenti di grandi rivoluzioni mediatiche, culturali e tecnologiche. Nulla di avanguardistico: solo una nuova – necessaria e luminosa – attivazione museale di una storia letteraria ancora viva.