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«La signora Livia, molto vedova del Maestro, occupatissima a custodire il Fuoco Sacro in un fantastico e rembrandtiano Schmitz-Museum in primo piano di Villa Veneziani […]». Così, con la usuale caustica ironia, si esprime in una lettera a Eugenio Montale del 10 gennaio 1929 Roberto ‘Bobi’ Bazlen (1984, p. 383), il celebre consulente editoriale e talent scout triestino che, ventiseienne, era l’apprezzato tramite fra la famiglia Veneziani e Montale, a cui aveva procurato anni addietro le opere di Svevo consentendogli di scriverne e rendendosi quindi protagonista di quel ‘caso Svevo’ che segnò il primo incontro del pubblico italiano con la narrativa del romanziere triestino. È solo uno dei passaggi in cui la vena polemica di Bazlen si rivolge contro l’opera di promozione e di celebrazione della figura e dell’opera di Svevo da parte della vedova e della famiglia,[1] una gestione che, a suo modo di vedere, era non soltanto inefficace, ma tradiva proprio la profondità e il senso della ricerca artistica di Svevo, offrendone un’immagine olografica e bonaria che non rendeva giustizia al suo ‘genio’.[2]

Si può essere d’accordo o meno con Bazlen sulla gestione dell’eredità artistica di Svevo, considerando naturalmente l’intervallo di tempo trascorso da quell’aurorale momento della fortuna sveviana, in cui era ancora necessaria una ‘battaglia’ per far conoscere e apprezzare la sua opera, e l’ora odierna, in cui Svevo è un classico moderno, solidamente canonico, e nessun aspetto della sua vita e della sua opera ci appare indegno di essere conosciuto. Quel che è certo è che in quel «fantastico e rembrandtiano Schmitz-Museum» ci piacerebbe assai poter mettere il naso, per vedere quello che vi era conservato. Invece non possiamo perché 16 anni dopo quello sferzante giudizio di Bazlen, il ‘primo piano’ che raccoglieva le memorie di Svevo è stato spazzato via assieme al resto di Villa Veneziani da uno degli ultimi bombardamenti alleati su Trieste. I famigliari di Svevo avevano avuto l’intelligente accortezza di trasferire l’intero archivio dello scrittore nella casa di campagna dove si erano rifugiati negli ultimi periodi di guerra, ad Arcade, nei pressi di Treviso, preservando quindi un patrimonio inestimabile di fonti manoscritte, ma non potendo far nulla per mettere al sicuro la gran parte dei ‘tesori’ conservati in villa.[3]

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Ha sede a Trieste, città crocevia di tradizioni culturali, l’originale museo letterario LETS. Nato da due nuclei già esistenti, il Museo Joyce e il Museo Svevo, questa isitituzione museale si è ampliata nel tempo rispecchiando consapevolmente le identità – letterarie ma anche storiche e linguistiche – del territorio a cui è legata. In questo dialogo, del 28 maggio 2025, Riccardo Cepach, ideatore, responsabile scientifico e curatore del Museo LETS, svela le tappe della sua ideazione, le scelte curatoriali, i criteri sottesi al percorso di visita, e si sofferma su questioni centrali come il processo di creazione del canone e la necessaria dimensione plurilingue.

 

Corinne Pontillo: Come nasce il Museo LETS di Trieste e a partire da quali materiali?

 

Riccardo Cepach: Il Museo LETS nasce da un’esperienza precedente, legata alla realizzazione del Museo Svevo e, successivamente, del Museo Joyce. L’attività che ha portato, nel 1997, all’apertura del Museo Svevo è stata un’operazione pioneristica; naturalmente in Italia esistevano da molto tempo le case museo degli scrittori, ma la situazione di Svevo era particolare perché la sua abitazione è stata bombardata nel 1945, quindi non c’era un luogo da preservare e da cui partire per il ‘racconto’ delle sue carte. È stato il lascito della figlia di Svevo, Letizia Fonda Savio, il punto di avvio per la creazione di un museo dedicato all’autore. All’interno della Biblioteca Civica di Trieste esisteva già uno spazio di raccolta di documenti cartacei e di libri relativi a Svevo che spesso veniva arricchito dalla stessa famiglia dello scrittore, che riceveva omaggi e materiali da parte degli studiosi e degli editori. In quegli anni la figlia di Svevo e l’allora direttrice della Biblioteca Civica, Anna Rosa Rugliano, decisero così di realizzare il museo in uno spazio pubblico, appunto, nello spazio di una biblioteca.

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La lotta consiste nel fatto che il tiratore mira a se stesso – eppure non a se stesso – e così è insieme miratore e bersaglio, colui che colpisce e colui che è colpito.

E. Herrigel


 

Sono dodici le interviste che compongono il volume Vedere è tutto. Interviste e conversazioni (1951-1998), omaggio a Cartier-Bresson, edito recentemente da Contrasto a cura di Julie Jones e Clément Chéroux in occasione della più grande retrospettiva mai dedicata al fotografo francese dal Centre Pompidou di Parigi, curata dallo stesso Chéroux che ne dirige il Dipartimento di Fotografia e ancora per pochi giorni a Roma al Museo dell’Ara Pacis.

I testi abbracciano ben mezzo secolo di vita e di carriera dell’artista consentendo di rintracciare la sostanziale continuità, etica ed estetica, che ne ha guidato le scelte, scaturendo questa non tanto da una riflessione sistematica quanto da un’istintiva coerenza nei confronti dei propri princìpi, dalla fedeltà di uno sguardo a se stesso. Le parole di Bresson tuttavia ci restituiscono un’immagine di uomo e di artista niente affatto statica ed etichettabile, le cui scelte e i cui interessi appaiono come il frutto dell’entusiasmo di uno sguardo di volta in volta appagato dai diversi mezzi d’espressione visiva, uno sguardo spettatore e testimone di un mondo attraversato da grandi cambiamenti, i quali hanno inevitabilmente influenzato (in modo negativo secondo Bresson) sia il mestiere del fotografo sia la fruizione delle immagini da parte del pubblico.

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