Tolkien. Uomo, professore, autore, a cura di Oronzo Cilli e Alessandro Nicosia

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Dopo il successo delle tappe di Roma, Napoli, Torino, la mostra su John Ronald Reuel Tolkien approda a Catania, al Palazzo della Cultura, e concluderà il suo percorso itinerante a Trieste nell’autunno 2025.

La narrazione immersiva e museale di Tolkien è tripartita come il suo sottotitolo Uomo, professore, autore – e si distingue per l’ampiezza del progetto, che intende differenziarsi dalle celebri esposizioni internazionali di Oxford (2018), Parigi (2020) e Milwaukee (2022), incentrate sulla produzione letteraria dello scrittore. Questa edizione, tutta italiana, mette infatti al centro la dimensione umana, accademica e creativa dell’autore, offrendo al visitatore uno sguardo inedito e profondo sull’uomo dietro la penna. L’esposizione propone un percorso intermediale e transmediale; lo rivela passo dopo passo la compresenza di media stratificati quali manoscritti autografi, lettere private, telegrammi, fotografie, disegni, schizzi, acquerelli e memorabilia, insieme a tutto ciò che è nato attorno al fenomeno Tolkien: arte, musica, cinema, giochi, fumetti. È una mostra di grande respiro che racconta l’universo dello scrittore inglese tramite documenti inediti e materiali originali, molti dei quali mai esposti prima in Italia.

Tolkien. Uomo, professore, autore, Catania, Palazzo della Cultura

La prima parte dell’itinerario espositivo si apre con le lettere, dalle quali emerge l’immagine più intima di Tolkien: figlio, studente, uomo. Missive, cartigli, telegrammi, ma anche assegni e documenti privati tracciano un autoritratto involontario, umano, affettuoso, talvolta malinconico. In particolare, le lettere del padre spirituale Francis Xavier Morgan mostrano quanto il giovane Ronald abbia ricevuto in eredità, più che un semplice sostegno economico, una lezione morale e spirituale fatta di generosità, di perdono e di senso del dovere.

La mostra propone un ritratto sfaccettato di Tolkien attraverso tre principali modalità espressive: le parole, con lettere, poesie, testi accademici e annotazioni manoscritte, che rivelano il pensiero dell’autore; le immagini, costituite da fotografie di famiglia, ritratti, schizzi, acquerelli, mappe che restituiscono visivamente il suo mondo, tra realtà e fantasia; infine, una selezione di oggetti, dai suoi effetti personali fino a veri e propri ‘reliquiari’ della sua vita quotidiana, che offrono uno sguardo diretto sul suo vissuto. Tra questi, assume un significato centrale un vecchio baule di legno, sobrio ma colmo di memoria. È lo stesso che Mabel Suffield, madre di Tolkien, portò con sé nel 1895 da Bloemfontein, nell’allora Stato Libero dell’Orange, fino a Birmingham. Ronald aveva tre anni, dentro quel baule c’era l’immagine del suo mondo: la madre, il fratello, i libri, la casa perduta; un piccolo universo domestico che diventerà, nella sua mente, il compendio della Terra di Mezzo e un vano di ricordi familiari legati all’infanzia.

Tre raffigurazioni, in scultura, pittura e fotografia, sono dislocati nel percorso espositivo e si aggiungono ai cimeli che delineano il ritratto composito dell’uomo Tolkien. Sono rappresentativi non solo del professore di Oxford o dell’autore del Signore degli Anelli, Lo Hobbit, la Terra di Mezzo, ma anche del giovane orfano, del soldato sopravvissuto alla guerra, del marito devoto a Edith, del padre amorevole, dell’amico fedele, che ha cercato nella lingua e nel mito un rifugio e una risposta al dolore del mondo. E ‘rifugio’ emblematico è lo scrittoio di Tolkien, con la sua sedia, una pipa, due stilografiche, carte e libri sparsi. È lì che la parola prende forma, nel posto in cui l’uomo che corregge compiti, prega al mattino, cresce i figli, si trasforma nel creatore di interi mondi. Si avverte in questo modo il passaggio dal primo al secondo termine del sottotitolo della mostra: l’uomo dietro la penna, nonché l’‘autore’.

Tolkien. Uomo, professore, autore, Catania, Palazzo della Cultura

Quella penna è profondamente radicata nella filologia, nel significato letterale di ‘amore per la parola’ (dal greco philólogos, ‘amante del parlare’). Sin da bambino, grazie alla madre Mabel, Tolkien sviluppa una passione per le lingue e per il suono delle parole. Scrive, nella Lettera 163, che fu lo studio del gotico a fargli scoprire il piacere disinteressato della lingua. Come filologo, prima ancora che come docente, contribuì alla redazione dell’Oxford English Dictionary, inserendo lemmi dell’inglese medievale. Poi, da professore a Leeds e Oxford, trasformò questa passione in mestiere e metodo: studiava e insegnava le origini della lingua inglese, suscitando entusiasmo tra i suoi discenti. Non a caso, l’universo di Arda nacque prima dalle lingue inventate, poi dalle storie che le avrebbero abitate: il quenya, il sindarin, il khuzdul, fino al linguaggio nero di Mordor, sono esempi di fantasia applicata alla parola.

Questo rapporto totalizzante con il linguaggio si riflette anche nella vicenda editoriale dell’opera dell’autore. In mostra, una sezione ripercorre la complessa storia della pubblicazione dei suoi testi in Italia: dai rifiuti iniziali della Mondadori e di Elio Vittorini, che nel 1960 giudicò Il Signore degli Anelli «privo di attualità», al coraggio dell’Astrolabio, fino al successo editoriale della trilogia pubblicata da Rusconi nel 1970 grazie alla mediazione di Alfredo Cattabiani e all’entusiasmo di Elémire Zolla. L’opera ebbe così il suo primo grande pubblico italiano. Negli anni Duemila i diritti sono stati acquisiti da Bompiani, che nel 2020 ha realizzato una nuova traduzione e ha pubblicato per la prima volta The History of Middle-earth in italiano.

Tre grandi pareti orizzontali, inoltre, accolgono centinaia di copertine: una vera e propria esplosione visiva della ricezione globale dell’opera di Tolkien. Da Lo Hobbit al Signore degli anelli, ad opere e racconti minori, dalle prime edizioni italiane ai rifacimenti contemporanei, le pareti si fanno atlante della travagliata fortuna editoriale dell’opera del professore di Oxford.

A metà del percorso espositivo, una sezione incentrata sulla ricezione del macrotesto di Tolkien raccoglie voci di celebri personalità provenienti da ambiti diversi, dalla letteratura al cinema, dalla musica alla politica, e ben restituisce la vastità e la profondità dell’impatto culturale dello scrittore inglese. Le parole di George R.R. Martin, tra i più importanti eredi del fantasy contemporaneo, Stephen King, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, Ringo Starr, Paul McCartney, Franco Battiato, Il Re Carlo III d’Inghilterra, Nicolas Cage dipingono un affresco di ammirazione corale e di riconoscenza verso un autore che ha plasmato l’immaginario collettivo.

Tolkien. Uomo, professore, autore, Catania, Palazzo della Cultura

Una sezione speciale della mostra accoglie infine un’esposizione nell’esposizione: ottanta opere originali, per la maggior parte pubblicate, celebrano la potenza iconografica dell’universo tolkieniano attraverso lo sguardo di trentanove tra i più celebri artisti dell’illustrazione fantasy. Dai Brothers Hildebrandt a Chris Achilleos, da Ted Nasmith ad Alan Lee, da Linda e Roger Garland fino a David T. Wenzel, il percorso curato da Davide Martini segue un ordine cronologico che parte dalle prime illustrazioni di Lo Hobbit e arriva fino alla fine del XX secolo. Ne emerge la cosiddetta Golden Age dell’arte tolkieniana, un periodo straordinario in cui testi e immagini si sono intrecciati con forza crescente, definendo l’estetica di un mondo che, pur nato dalla parola, ha trovato nell’arte figurativa un secondo corpo. Quest’area rivela come l’immaginario creato da Tolkien non sia stato solo letto, ma anche visto, sognato, interpretato, trasformando le sue pagine in una delle fonti più influenti anche per l’arte fantasy contemporanea.

Da fenomeno letterario a simbolo culturale planetario, Il Signore degli Anelli è oggi un’icona del nostro immaginario collettivo. Già nel 1984 il romanzo superava il milione di copie vendute, e soprattutto dopo lo straordinario successo cinematografico della trilogia di Peter Jackson, premiata con diciassette Oscar, è diventato il libro più letto al mondo dopo la Bibbia e il Corano. Tuttavia, i film rappresentano solo la punta dell’iceberg di un più ampio universo narrativo. La Terra di Mezzo ha generato negli anni una miriade di libri, saggi, videogiochi, giochi da tavolo, adattamenti teatrali, radiofonici e musicali, affermandosi come un fenomeno transmediale ante litteram. Se, come osserva Henry Jenkins, «il transmedia storytelling è un processo in cui gli elementi integranti di una storia sono dispersi sistematicamente attraverso molteplici canali, generando un’esperienza coordinata e unificata» (H. Jenkins, Cultura convergente [2006], Milano, Apogeo, 2007), allora Tolkien può essere considerato un caso emblematico di questo processo: dalla fondazione della Società Tolkieniana Italiana nel 1992 al proliferare di associazioni e fan community online, fino alla nascita di una vera e propria rete globale di eventi, simposi e mostre, il suo mondo è diventato un sistema narrativo dinamico, partecipativo e aperto.

A livello visivo, la svolta avviene nel 1995 con la diffusione del gioco di carte Middle Earth CCG, che coinvolge alcuni tra i massimi artisti fantasy internazionali, da Tom Cross a Cortney Skinner, fino all’italiano Angelo Montanini, figura di riferimento per l’illustrazione tolkieniana in Italia. Insieme a lui, artisti come Maria Distefano, Ivan Cavini e Alessandro Macarri danno vita a una scuola italiana che trova riconoscimenti anche nelle edizioni illustrate e nei celebri Tolkien Calendar. Parallelamente, autori come Alan Lee e John Howe – consacrati al grande pubblico proprio grazie all’adattamento cinematografico di Jackson – diventano nuovi custodi dell’estetica della Terra di Mezzo. Il film si presenta come «una derivazione non derivativa, un’opera seconda che non è però secondaria» (L. Hutcheon, Teoria degli adattamenti. I percorsi delle storie fra letteratura, cinema, nuovi media, Roma, Armando, 2011, p. 28), in cui la materia letteraria si riscrive attraverso il linguaggio cinematografico, che proietta l’immaginario tolkieniano in nuova epoca visiva.

Ma è soprattutto nella cultura pop che la mitologia tolkieniana rivela la sua forza: cosplayer in abiti elfi e hobbit, flipper a tema come quello prodotto dalla Stern Pinball, vinili con colonne sonore, fumetti, poster promozionali, libri illustrati e merchandising d’ogni tipo, testimoniano un culto trasversale, dove il gioco e la nostalgia si fondono in esperienze sempre nuove. Proprio per questo, le sale della mostra dedicate al fenomeno pop si configurano come una mostra nella mostra: spazi immersivi in cui il visitatore può esplorare oggetti rari e curiosità collezionistiche, che raccontano l’incredibile diffusione dell’universo tolkieniano nella cultura di massa.

Il Signore degli Anelli non è più solo un libro o un film: è un ‘mito popolare vivente’, una narrazione che abita l’immaginario collettivo, capace di reinventarsi a ogni generazione, restando sempre fedele al cuore della sua storia, e alla penna del suo autore. È la dimostrazione tangibile che, tra erudizione accademica e creazione narrativa, Tolkien ha saputo coniugare il lavoro scientifico con la costruzione di un immaginario universale, radicato nella parola e nella carta. Uno scrittore ha inventato le sue storie non per raccontare un mondo, ma per dare una lingua a quel mondo. E ora, quel mondo, forte degli strumenti che ha ereditato, può custodire la lingua che lo ha generato, e con essa, rendere eterno il suo creatore.