1.2. La stanza di Elsa*

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Presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma è stato inaugurato nel 2015 Spazi900, un percorso museale-didattico dedicato a scrittori e scrittrici del secolo scorso, dei quali non soltanto sono esposti oggetti e carte, ma sono stati anche ricreati in alcuni casi gli ambienti di lavoro. Tra questi spicca la stanza di Elsa Morante, che riproduce lo studio della casa di via dell’Oca a Roma, dove la scrittrice abitò a partire dalla metà degli anni Sessanta (cfr. Zagra 2015).

Lo spettacolo della stanza è suggestivo, ma anche struggente. Mentre una voce fuori campo legge stralci delle opere di Morante, non si può non rimanere colpiti dall’eleganza sobria dell’insieme: le librerie e la scrivania di legno, la panchetta di vimini e la poltrona di pelle, i libri e i dischi negli scaffali, la macchina da scrivere con cui fu redatto il dattiloscritto di Aracoeli, i quadri appesi – quelli espressionisti dell’amato Bill Morrow, ma anche i ritratti dipinti da amici quali Carlo Levi ed Eleanor Fini. Al contempo, si resta come smarriti di fronte alla sedia vuota, al foglio bianco inserito nel rullo della IBM Selectric, al senso di sospensione che l’assenza di colei che dette vita a questo ambiente produce. È come se, in una sorta di limbo temporale, fossimo in attesa di una persona che da un momento all’altro dovrebbe entrare, mettere su un disco, sedersi alla scrivania e iniziare a far risuonare il ticchettio insistente dei tasti della macchina da scrivere. Invece questa persona continua a non arrivare e noi rimaniamo immobili a osservare il vuoto dentro la scenografia [figg. 1-2].

A un tratto, però, la nostra posizione di spettatori si carica di un’imprevista movenza simbolica: nel momento in cui ci rendiamo conto di quanto bene l’installazione metta in scena la postura della critica letteraria, che si sporge sul tavolo da lavoro dello scrittore e si interroga, in sua assenza, sul senso della sua opera. Certo, capita di lavorare anche su autori nostri contemporanei, con i quali ci si può confrontare vis à vis, ma come non ricordare, al riguardo, lo smarrimento di Marcel, il protagonista della Recherche, quando si imbatte per la prima volta in Bergotte, il suo scrittore preferito: come poteva essere quell’uomo dall’apparenza volgare, col naso schiacciato e la barbetta nera, lo stesso che aveva scritto i delicati libri che tanto amava? Qui Proust anticipa uno dei risultati più stranianti, ma anche più duraturi della teoria letteraria, che è l’aver mostrato come si produca una scissione tra la persona dell’autore – l’autore reale – e l’idea dell’autore che ci facciamo attraverso la sua opera: l’autore implicato dal testo, come l’ha definito il critico americano Wayne C. Booth. Pensiamo anche alla Vita privata di Henry James, un racconto del 1892 nel quale uno dei personaggi, il romanziere Clare Vawdrey, sembra letteralmente sdoppiarsi tra il mondano socialite e l’oscuro individuo che non esce mai dalla camera d’albergo, scorto dal narratore mentre è intento, al buio, a scrivere.

Come ha acutamente rilevato Emanuella Scarano (1990), la cura con la quale nelle pagine iniziali di Menzogna e sortilegio la narratrice Elisa – e attraverso di lei dall’autrice Elsa – descrive la disposizione della recondita camera dove si accinge a redigere la storia della sua famiglia, si configura come una rappresentazione cifrata della profondità psichica in cui si situa l’atto della scrittura rispetto al livello, più superficiale e sociale, delle interviste e dell’autocommento. Ecco allora che il vuoto che percepiamo nella stanza di Morante viene a rappresentare il motore dell’indagine critica, la quale aspira a ricomporre un qualche enigmatico ‘anello che non tiene’ nell’officina di uno scrittore: nella dimensione ‘privata’, per citare James, in cui egli si distacca dalla sua socialità e si sprofonda nell’intimità del suo lavoro. Si comprende, pertanto, in che senso, ritirandosi nel suo studio – lo stesso che vediamo riprodotto alla BNCR –, Morante si congedasse dai suoi amici dicendo: «Vado ad affrontare i personaggi» (in Ricchezza, 1995, p. 126): si trattava di una formula di passaggio di soglia tra diversi livelli di realtà, compiuto il quale non era più prevista la compagnia di persone reali, bensì solo quella di persone immaginarie, abitanti del mondo creato dalla scrittura [fig. 3].

Pertanto, ponendoci al cospetto di quello spazio privato e intimo che è costituito dalla stanza di uno scrittore, Spazi900 ci consegna una decisiva indicazione di metodo. Senza dubbio Elsa Morante è stata una donna straordinaria e fortunati coloro che hanno potuto conoscerla, subendone gli umori ma anche assorbendone l’intelligenza e l’acume culturale; tuttavia, in questo volume il nostro sguardo si concentrerà sulla sua scrittura e sullo spazio autobiografico che da essa è implicato. Della vita di Morante prenderemo in esame quanto considereremo utile a illuminare la sua attività intellettuale: se andremo in cerca di testimonianze, sue e di familiari, amici, discepoli, lo faremo nella misura in cui ne avremo bisogno per rispondere alle questioni che solleva la sua poiesi di autrice, ossia il suo concreto agire letterario – dal greco poiein, ‘fare’. Non coltiveremo il gusto del gossip e nemmeno il culto della personalità che appartiene a una certa vulgata ancora troppo propensa ad avvolgere Morante nello stupore mitizzante da lei stessa, come si è visto, contraddittoriamente alimentato.

L’auspicio è anche di offrire un contributo, a quasi quaranta anni dalla morte dell’autrice, affinché la ricezione dell’opera morantiana raggiunga la sua piena maturità superando la dicotomia che separa una simile vulgata, che si muove in sedi dotate di maggiore visibilità, dagli ormai moltissimi lavori che sono apparsi nei canali meno noti della ricerca universitaria. Per lungo tempo la fortuna di Morante è stata perlopiù – e con risultati discontinui – affidata alle testimonianze partecipate e alla critica creativa, ma oggi una simile impostazione non appare più sufficiente, se mai lo è stata, a restituire il suo valore di autrice, che necessita invece di una consapevole congiunzione di apertura critico-teorica e spirito filologico. Quest’ultimo aspetto si lega, a sua volta, a un ulteriore presupposto metodologico del presente lavoro, e cioè che non solo ci occuperemo dei suoi lavori editi, ma dovremo anche prendere in considerazione i materiali conservati nell’Archivio Morante sito presso la BNCR: le carte redazionali delle opere pubblicate, i manoscritti interrotti, i testi inediti, i taccuini di appunti, i materiali epistolari, oltre che i volumi e persino i dischi di sua proprietà [fig. 4].

Già nel 1969, in occasione del trasferimento della biblioteca a Castro Pretorio, l’allora direttore Emidio Cerulli contattò Morante per coinvolgerla, come altri autori, nel progetto di costituire un archivio della letteratura italiana contemporanea nella nuova sede (cfr. Cardinale 2016; Cardinale 2020, pp. 21-23). Morante evidentemente approvò l’idea perché, «come risulta dall’atto notarile della prima donazione alla fine fu lei stessa a indicare la biblioteca nazionale di Roma quale destinataria ultima delle sue carte» (Zagra 2019, p. 31), e così i suoi esecutori testamentari, l’attore Carlo Cecchi e il critico Cesare Garboli, nel 1987 presero contatto con la BNCR per la prima donazione, avvenuta due anni dopo e relativa ai quaderni preparatori delle opere maggiori, catalogati con le segnature Vitt. Em. 1619-1622 (cfr. Zagra 1995). In seguito, gli eredi hanno generosamente effettuato ulteriori donazioni, in primis quella che all’inizio del 2007, sulla scia della mostra Le stanze di Elsa tenutasi presso la BNCR nella primavera dell’anno precedente (cfr. Zagra-Buttò 2006), ha consentito l’acquisizione delle carte di Alibi (1958), Le straordinarie avventure di Caterina (1959) e Lo scialle andaluso (1963), oltre che di quaderni infantili, romanzi incompiuti, diari, rubriche, testi giovanili, recensioni cinematografiche, ritagli e altro ancora. Queste carte recano la segnatura A.R.C. 52 – dove la sigla sta per Archivi Raccolte Carteggi –, mantenuta anche per le successive acquisizioni, avvenute dopo una seconda mostra di carte e documenti vari organizzata in occasione del centenario e intitolata Santi sultani e Gran Capitani in camera mia. Inediti e ritrovati dall’Archivio di Elsa Morante (cfr. Zagra 2012): nel 2013 quasi cinquemila documenti epistolari, di seguito alla pubblicazione del volume L’amata. Lettere di e a Elsa Morante a cura del nipote Daniele Morante; nel 2016 altri documenti distribuiti tra la prima metà degli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta.

Per utilizzare la terminologia della ricerca storiografica, tutti questi documenti costituiscono delle autentiche fonti primarie che ci permettono di entrare nel laboratorio della scrittrice e di ricostruire il modo in cui lavorava. Anzi, dato che le dimensioni cronologiche dell’Archivio coincidono quasi con l’intera esistenza della scrittrice – eccetto gli anni Dieci e Venti, dei quali si serbano esigue tracce –, si può persino affermare che le carte delineano una sorta di cronaca filologica della vita di Morante: attraverso le parole con cui, frase dopo frase, si costruiscono i suoi lavori, ma anche attraverso i disegni, le citazioni poetiche, le dediche, i pensieri sparsi, le liste lessicali. Come ha scritto Giuliana Zagra (2019, p. 10), che ha visto nascere e prendere forma l’Archivio, il ricco e variegato corpus delle carte «restituisce […] l’emozione del rapporto totalizzante, esclusivo e assoluto che la Morante ha intrattenuto con la scrittura nell’arco di tutta la sua vita».

 

* Ripubblico in questa sede, per gentile concessione dell’editore, il paragrafo La stanza di Elsa, tratto dall’Introduzione del volume Elsa Morante, la vita nella scrittura (Roma, Carocci, 2024, pp. 14-17).

 

Bibliografia

E. Cardinale, ‘Il direttore scrive gli scrittori: un archivio della letteratura italiana contemporanea per la nuova Biblioteca Nazionale’, in A. De Pasquale (a cura di), La grande biblioteca d’Italia. Bibliotecari, architetti e artisti all’opera (1975-2015), Roma, Bibliote­ca nazionale centrale di Roma, 2016, pp. 217-30.

E. Cardinale, ‘Giudizi a caldo sull’Isola di Arturo dall’Archivio Morante della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma’, Contemporanea. Rivista di studi sulla letteratura e sulla comunicazione, XVIII, 2020, pp. 21-27.

T. Ricchezza, ‘E Caruso l’aspettava’, in N. Orengo, T. Notarbartolo (a cura di), Cahiers Elsa Morante 2, Salerno, Sottotraccia, 1995, pp. 80-87

E. Scarano, ‘La fatua veste del vetro’, in L. Lugnani et al., Per Elisa. Studi su «Menzogna e sortilegio», Pisa, Nistri-Lischi, 1990, pp. 95-171.

G. Zagra, ‘I manoscritti di Elsa Morante alla Biblioteca Nazionale di Roma’, in A. Casini, G. Zagra (a cura di), I manoscritti di Elsa Morante e altri studi, Roma, Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, 1995, pp. 1-12.

G. Zagra (a cura di), Santi sultani e Gran Capitani in camera mia. Inediti e ritrovati dall’Archivio di Elsa Morante, catalogo della mostra (Roma, 26 ottobre 2012-31 gennaio 2013), Roma, Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, 2012.

G. Zagra, La stanza di Elsa alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Roma, Biblioteca nazionale centrale di Roma, 2015.

G. Zagra, La tela favolosa. Carte e libri sulla scrivania di Elsa Morante, Roma, Carocci, 2019.

G. Zagra, S. Buttò (a cura di), Le stanze di Elsa, Roma, Editore Colombo, 2006.