Presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma è stato inaugurato nel 2015 Spazi900, un percorso museale-didattico dedicato a scrittori e scrittrici del secolo scorso, dei quali non soltanto sono esposti oggetti e carte, ma sono stati anche ricreati in alcuni casi gli ambienti di lavoro. Tra questi spicca la stanza di Elsa Morante, che riproduce lo studio della casa di via dell’Oca a Roma, dove la scrittrice abitò a partire dalla metà degli anni Sessanta (cfr. Zagra 2015).
Lo spettacolo della stanza è suggestivo, ma anche struggente. Mentre una voce fuori campo legge stralci delle opere di Morante, non si può non rimanere colpiti dall’eleganza sobria dell’insieme: le librerie e la scrivania di legno, la panchetta di vimini e la poltrona di pelle, i libri e i dischi negli scaffali, la macchina da scrivere con cui fu redatto il dattiloscritto di Aracoeli, i quadri appesi – quelli espressionisti dell’amato Bill Morrow, ma anche i ritratti dipinti da amici quali Carlo Levi ed Eleanor Fini. Al contempo, si resta come smarriti di fronte alla sedia vuota, al foglio bianco inserito nel rullo della IBM Selectric, al senso di sospensione che l’assenza di colei che dette vita a questo ambiente produce. È come se, in una sorta di limbo temporale, fossimo in attesa di una persona che da un momento all’altro dovrebbe entrare, mettere su un disco, sedersi alla scrivania e iniziare a far risuonare il ticchettio insistente dei tasti della macchina da scrivere. Invece questa persona continua a non arrivare e noi rimaniamo immobili a osservare il vuoto dentro la scenografia [figg. 1-2].