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Il volume di Nicoletta Mainardi su Luzi e lo sguardo dell’arte (Edizioni ETS, 2020) propone uno studio inedito della figura di Mario Luzi critico d’arte e poeta. La passione figurativa del poeta non è sconosciuta, così come la sua attività di critico d’arte: i libri en artiste e le prove di poesia visiva sono stati oggetto di indagine da parte degli studiosi negli ultimi anni e già nel 1997 – vivo l’autore – sono stati raccolti gli scritti critici del poeta (Luzi critico d’arte, LoGisma Editore, 1997), con significativi saggi introduttivi. Mainardi apre tuttavia una nuova strada di ricerca, non descrivendo soltanto una vera e propria ‘galleria’ delle opere che Luzi prediligeva e teneva a mente nel suo personale processo di «creazione incessante», ma mettendo finalmente in luce le caratteristiche peculiari del rapporto di scambio reciproco che lega lo «sguardo sull’arte», la critica vera e propria e la produzione letteraria dell’autore. Lo studio tiene costantemente insieme questi tre elementi e rileva come il poeta guardasse all’arte figurativa con occhi plasmati dalla propria poetica, assorbendone d’altro canto immagini e linguaggio – restituiti poi nei testi. Lo stesso Luzi ha parlato di questa complementarità tra figurazione e lingua poetica («La pittura per me è come la parola» è la dichiarazione più celebre, qui a p. 5) in diverse occasioni, e un grande merito di questo libro sta nelle indagini sulla presenza – soprattutto lessicale – dei linguaggi delle arti visive nei componimenti in apparenza più lontani da questo ambito: la studiosa mette bene in evidenza, nei diversi capitoli, come Luzi abbia assorbito la lingua dell’arte e della critica artistica e la riproponga nei suoi testi prettamente poetici, mostrando una stretta correlazione tra i due campi.

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Ricostruire i percorsi artistici e biografici di una generazione cruciale per la cultura italiana del Novecento a distanza di un secolo dalla nascita dei suoi principali animatori e protagonisti: questa la motivazione di fondo del Convegno Internazionale di studi L’Ermetismo e Firenze (Firenze, 27-31 ottobre 2014), che ha presentato – con circa ottanta interventi – un variegato quadro di lettura e discussione sulla poesia, il pensiero e la vita di Mario Luzi, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Vittorio Bodini e Vittorio Sereni.[1]

Durante lo svolgimento dei lavori ha suscitato grande interesse l’analisi del rapporto tra la dimensione poetica e il mondo delle altre arti, figurative in primis. È emersa, nel corso di molti interventi, l’assenza di una distinzione oppositiva o gerarchica tra il fenomeno della poesia e quelli della pittura, scultura e architettura, tutti accomunati, nella riflessione degli autori ermetici, dalla ricerca di eticità e verità nella bellezza dell’esistente. Tra le ragioni di questo atteggiamento è stata rilevata l’atmosfera in cui l’ermetismo si è sviluppato (la «dimora vitale» di una Firenze gravida di echi medievali e rinascimentali, di architetture misuratissime e di opere ispirate alla pienezza del contatto tra l’uomo e Dio), che ha certamente favorito nei singoli poeti e nel complesso dei loro scambi intellettuali l’attenzione alle ragioni culturali ed estetiche della forma che l’uomo progetta, produce e dunque abita. Soprattutto nei casi di Luzi, Bigongiari e Parronchi (geniale critico e storico d’arte oltre che poeta) è stato ineliminabile il riferimento congiunto alla poesia e all’arte tout court per entrare nel merito di questioni generali quali la rappresentabilità della natura e del mondo, il valore dell’arte come metafisica umana a confronto con l’azione disgregante del tempo, la discussione (anche eminentemente politica e sociale) intorno alla funzione e al valore etico degli spazi urbani. Sulla scorta di una simile, ricca dialettica, i nomi degli ermetici sono stati utilmente affiancati a quelli di grandi maestri dell’arte, da Brunelleschi a Michelangelo, da Paolo Uccello a Leonardo da Vinci, fino ai contemporanei Rosai, Venturino Venturi, Mario Marcucci e Pollock.

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