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Negli ultimi anni, nel contesto delle dinamiche proprie della convergence culture, si è assistito a una significativa ridefinizione del ruolo del museo. Da istituzione deputata prevalentemente alla conservazione, alla tutela e alla trasmissione del patrimonio artistico, esso tende a configurarsi sempre più spesso come uno spazio ibrido e attivo, in cui ‘convergono’ diversi linguaggi e dispositivi, ma anche diverse pratiche culturali. In questo processo – e nell’ottica di una interazione tra l’espressione letteraria, l’istituto museale e il medium rappresentato dalla mostra – il museo diviene un luogo capace di generare narrazioni, come anche di ospitare suggestive manifestazioni in atto dell’ispirazione letteraria.

La letteratura, dal canto suo, ha accettato pienamente la sfida. Non è un caso se, nell’arco degli ultimi vent’anni circa, alcuni autori tra i più rilevanti del panorama contemporaneo abbiano scelto il museo come sede per le loro sperimentazioni letterarie. Insieme all’esempio paradigmatico di Orhan Pamuk, il cui romanzo Il museo dell’innocenza (Einaudi [2008] 2009) ha portato nel 2012 alla creazione di un vero e proprio museo a Istanbul, accompagnato da un catalogo (L’innocenza degli oggetti, Einaudi 2012) e da un documentario diretto da Grant Gee (Innocence of Memories, 2015), un’altra importante operazione è stata Rester vivant di Michel Houellebecq, una mostra immersiva nel mondo e nell’immaginazione dell’autore allestita nel 2016 a Parigi, al Palais de Tokyo, e curata da Houellebecq stesso.

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«Quando ho visitato per la prima volta le tre stanze ricostruite nella Sala Italo Calvino […] mi sembrava di essere rientrata nella casa di piazza di Campo Marzio: la trasposizione era perfetta» (G. Calvino 2023, p. 7). Con queste parole Giovanna Calvino ha ricordato il suo primo accesso alla Sala dedicata a suo padre, inaugurata il 28 luglio 2021. Sita all’interno della Sala Falqui della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (BNCR), la Sala aggiunge un tassello significativo al Museo Spazi900, la galleria espositiva permanente posta all’ingresso della Biblioteca che raccoglie carte, libri e arredi appartenuti ai più grandi autori e alle più grandi autrici del secolo scorso. Come suggeriscono le parole di Giovanna Calvino, essa riproduce fedelmente il salone-studio della casa romana dello scrittore, in cui questi trascorse l’ultimo quinquennio di vita (1980-1985) [fig. 1]. L’apertura della Sala è il punto di arrivo di un lungo processo, puntualmente ripercorso da Andrea De Pasquale all’interno del catalogo Lo sguardo dell’archeologo. Calvino mai visto, curato da Eleonora Cardinale, responsabile dell’Ufficio Archivi e Biblioteche contemporanee della BNCR, e relativo all’omonima mostra temporanea, anch’essa affidata alla «mirabile cura» di Cardinale (Campagnolo 2023, p. 9). De Pasquale – direttore della BNCR sia al momento dell’accordo con Giovanna Calvino per la cessione del materiale in comodato d’uso, sia durante l’allestimento della Sala – ricorda il lavoro certosino che ha permesso di ottenere una perfetta trasposizione grazie a ripetuti sopralluoghi, alle riprese fotografiche che hanno guidato le operazioni di smontaggio e montaggio, il tutto condotto con una sorta di inevitabile «timore reverenziale» (De Pasquale 2023, p. 19).

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La Sala Pier Paolo Pasolini, inaugurata nel 2015, costituisce il nucleo fondativo, insieme a La stanza di Elsa, del museo letterario Spazi900 della Biblioteca nazionale centrale di Roma.[1] Infatti, a partire dal 1977, dopo solo due anni dalla scomparsa dello scrittore, la Biblioteca diviene il luogo di conservazione delle sue carte, relative a opere edite, grazie alla donazione da parte delle eredi, la madre Susanna Colussi e la cugina Maria Grazia (Graziella) Chiarcossi. Il fulcro principale dell’acquisizione riguarda senz’altro i due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta, protagonisti anche dello spazio museale.[2]

La Sala Pasolini, dal titolo «Ragazzi leggeri come stracci». Pier Paolo Pasolini dalla borgata al laboratorio di scrittura, propone le suggestioni di un percorso ideale compiuto da Pasolini attraverso il mondo delle borgate fino all’approdo nella sua stanza di lavoro, dove la scrittura prende forma. A rappresentare lo spazio espositivo, diviso in quattro ambienti, vengono scelti i due versi «lunghe camminate in una calda caligine / lunghi crepuscoli davanti alle carte» (Pasolini 1993, p. 247), tratti da Il pianto della scavatrice, la poesia raccolta nel volume Le ceneri di Gramsci del 1957 [figg. 1-3].

Pasolini entra in contatto con le borgate e con i suoi personaggi, che vengono ricreati e raccontati attraverso i romanzi Ragazzi di vita del 1955 e Una vita violenta del 1959, e con le immagini dei film Accattone del 1961 e Uccellacci e uccellini del 1965. Lo scrittore incontra i suoi ragazzi «leggeri come stracci»[3] nei luoghi di maggiore convivialità. Da una parte la piazza con il bar, fulcro della vita sociale delle periferie romane. Dall’altra il campetto di pallone: basta la presenza di una ‘palla’ e qualsiasi luogo, qualsiasi occasione divengono perfetti per giocare. Sullo sfondo appare la campagna che si sta urbanizzando con i palazzi in costruzione [fig. 4].

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Presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma è stato inaugurato nel 2015 Spazi900, un percorso museale-didattico dedicato a scrittori e scrittrici del secolo scorso, dei quali non soltanto sono esposti oggetti e carte, ma sono stati anche ricreati in alcuni casi gli ambienti di lavoro. Tra questi spicca la stanza di Elsa Morante, che riproduce lo studio della casa di via dell’Oca a Roma, dove la scrittrice abitò a partire dalla metà degli anni Sessanta (cfr. Zagra 2015).

Lo spettacolo della stanza è suggestivo, ma anche struggente. Mentre una voce fuori campo legge stralci delle opere di Morante, non si può non rimanere colpiti dall’eleganza sobria dell’insieme: le librerie e la scrivania di legno, la panchetta di vimini e la poltrona di pelle, i libri e i dischi negli scaffali, la macchina da scrivere con cui fu redatto il dattiloscritto di Aracoeli, i quadri appesi – quelli espressionisti dell’amato Bill Morrow, ma anche i ritratti dipinti da amici quali Carlo Levi ed Eleanor Fini. Al contempo, si resta come smarriti di fronte alla sedia vuota, al foglio bianco inserito nel rullo della IBM Selectric, al senso di sospensione che l’assenza di colei che dette vita a questo ambiente produce. È come se, in una sorta di limbo temporale, fossimo in attesa di una persona che da un momento all’altro dovrebbe entrare, mettere su un disco, sedersi alla scrivania e iniziare a far risuonare il ticchettio insistente dei tasti della macchina da scrivere. Invece questa persona continua a non arrivare e noi rimaniamo immobili a osservare il vuoto dentro la scenografia [figg. 1-2].

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Nato nel 2015 all’interno della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Spazi900 è stato in Italia il primo museo dedicato alla letteratura italiana contemporanea allestito in una grande biblioteca pubblica. Concepito come uno spazio vivo e in continuo ampliamento, il percorso espositivo mette in mostra documenti archivistici, prime edizioni, oggetti e ‘luoghi’ capaci di raccontare autori e forme della scrittura novecentesca. In questa intervista, realizzata il 17 giugno 2025 nei locali della Biblioteca Nazionale, Eleonora Cardinale, responsabile dell’Ufficio Archivi e Biblioteche letterarie contemporanee e curatrice scientifica del museo letterario Spazi900, ripercorre la genesi del museo, le sue finalità, il suo ruolo nella valorizzazione del patrimonio letterario italiano contemporaneo.

 

Corinne Pontillo: Come nasce l’idea di Spazi900 e a partire da quali collezioni?

 

Eleonora Cardinale: Spazi900 nasce da una specifica vocazione della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma verso il patrimonio letterario contemporaneo. C’è un punto fondamentale di inizio che lega la storia della biblioteca alla sede del Castro Pretorio, che è stata inaugurata nel 1975: all’epoca il direttore Emidio Cerulli, nel lavorare al progetto di trasferimento dalla sede storica del Collegio Romano alla nuova sede, volle creare un vero e proprio archivio della letteratura italiana contemporanea e di suo pugno scrisse ai maggiori scrittori e poeti per chiedere in dono le loro carte e i loro libri.

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