Ha sede a Trieste, città crocevia di tradizioni culturali, l’originale museo letterario LETS. Nato da due nuclei già esistenti, il Museo Joyce e il Museo Svevo, questa isitituzione museale si è ampliata nel tempo rispecchiando consapevolmente le identità – letterarie ma anche storiche e linguistiche – del territorio a cui è legata. In questo dialogo, del 28 maggio 2025, Riccardo Cepach, ideatore, responsabile scientifico e curatore del Museo LETS, svela le tappe della sua ideazione, le scelte curatoriali, i criteri sottesi al percorso di visita, e si sofferma su questioni centrali come il processo di creazione del canone e la necessaria dimensione plurilingue.
Corinne Pontillo: Come nasce il Museo LETS di Trieste e a partire da quali materiali?
Riccardo Cepach: Il Museo LETS nasce da un’esperienza precedente, legata alla realizzazione del Museo Svevo e, successivamente, del Museo Joyce. L’attività che ha portato, nel 1997, all’apertura del Museo Svevo è stata un’operazione pioneristica; naturalmente in Italia esistevano da molto tempo le case museo degli scrittori, ma la situazione di Svevo era particolare perché la sua abitazione è stata bombardata nel 1945, quindi non c’era un luogo da preservare e da cui partire per il ‘racconto’ delle sue carte. È stato il lascito della figlia di Svevo, Letizia Fonda Savio, il punto di avvio per la creazione di un museo dedicato all’autore. All’interno della Biblioteca Civica di Trieste esisteva già uno spazio di raccolta di documenti cartacei e di libri relativi a Svevo che spesso veniva arricchito dalla stessa famiglia dello scrittore, che riceveva omaggi e materiali da parte degli studiosi e degli editori. In quegli anni la figlia di Svevo e l’allora direttrice della Biblioteca Civica, Anna Rosa Rugliano, decisero così di realizzare il museo in uno spazio pubblico, appunto, nello spazio di una biblioteca.
Qualche anno dopo, nel 2004, nel centenario dell’arrivo di Joyce a Trieste, è stato aperto il Museo Joyce. È stata un’iniziativa ulteriormente sperimentale: laddove il museo sveviano poteva contare su un patrimonio di documenti e di autografi, ossia sull’archivio dello scrittore che è stato donato con il lascito al Comune di Trieste, il Museo Joyce era una pura idea, legata al desiderio di raccontare un gigante della letteratura ma senza un patrimonio vero e proprio, perché gli unici autografi di Joyce che esistono a Trieste si trovavano nel Museo Svevo e sono relativi al carteggio tra i due autori.
C.P.: Dunque un patrimonio archivistico che poi nel tempo ha fatto da base a un allestimento museale permanente… Come è strutturato adesso il percorso di visita e qual è il progetto espositivo sotteso a tale percorso?
R.C.: Da questa esperienza, che si svolgeva in una struttura non così ampia, non così visibile e centrale, è nata l’idea di istituire uno spazio più articolato in cui raccontare la straordinaria vicenda di una città di 200.000 abitanti – dunque non molto grande dal punto di vista numerico – che ha avuto a lungo, a partire dalla fine dell’Ottocento, sempre tre o quattro scrittori attivi molto noti a livello nazionale e internazionale. Se pensiamo ad esempio agli anni Venti del Novecento, ci rendiamo conto di quanto sia stata intensa la produzione letteraria: nel 1921 viene pubblicata la prima edizione del Canzoniere di Saba, nel 1922 esce l’Ulisse di Joyce e nel 1923 La coscienza di Zeno. Negli stessi anni Ivo Andrić, durante il suo soggiorno a Trieste, scrive un romanzo autobiografico ambientato qui. Per non dire che nel 1923 escono anche le Elegie duinesi di Rilke.
Riguardo ai percorsi tematici, noi naturalmente volevamo mantenere l’esperienza precedente legata a Svevo e Joyce [figg. 1-3]. Ai due musei a loro dedicati ne abbiamo aggiunto un terzo, su un altro grande scrittore, il Museo Saba. Abbiamo quindi scelto la formula di un museo che ne contiene altri tre, all’interno di un percorso che si sforza anche di raccontare la vicenda della letteratura relativa alla città di Trieste in un modo più ampio [figg. 4-5].
Dunque, secondo questa architettura, il museo è sostanzialmente diviso in due macrosezioni; una costituita dalle aree tematiche – cioè Museo Svevo, il Museo Joyce e il Museo Saba, dedicati in maniera esclusiva ai tre autori – l’altra rappresentata da uno spazio espositivo generale, che racconta per metafore.
C’è una sezione che abbiamo intitolato L’Edicola della Storia, che ha la struttura di un chiosco di giornali che consente di ripercorrere brevemente la storia di Trieste, perché non è possibile parlare delle opere della letteratura triestina senza un rimando almeno ai principali snodi della storia della città. Le testate e i titoli dei giornali ci permettono di restituire un itinerario storico in un modo meno ‘libresco’ e dando l’idea della vivacità e della pluralità culturale e linguistica di Trieste, ma anche alla vivacità, che spesso è durezza e violenza, del contrasto politico nazionale [fig. 6].
Poi troviamo La Libreria degli Scrittori, che è lo spazio principale e più ‘scenografico’, se vogliamo. Questa sezione contiene una parte di narrazione museale a tutti gli effetti, con oggetti d’archivio, documenti, libri, fotografie e supporti multimediali, ma la sua caratteristica è quella di avere l’aspetto di una libreria e di essere strutturata come una biblioteca pubblica a scaffale aperto. Attraverso totem girevoli e scaffalature si può accedere direttamente alle opere; una pratica, questa, che viene effettivamente attuata da diversi aficionados che vengono al museo a leggere con una certa regolarità. Inoltre, al centro della sala sono collocati grandi tavoli in cui abbiamo deciso di ‘affastellare’ – senza elementi testuali, senza una guida – le opere degli autori contemporanei. La metafora che ha indirizzato questa scelta è quella del ‘tavolo di lavoro’: i testi degli scrittori la cui attività è ancora in fieri si trovano in accumulo su questi tavoli e si possono consultare liberamente [fig. 7].
Infine c’è il terzo spazio, il cosiddetto Cinematografo delle Storie, che ospita sequenze di film tratte da opere letterarie legate alla città di Trieste. Queste risorse audiovisive sono state concepite come un invito alla lettura, come ‘booktrailer’ tematici [fig. 8].
A quelle elencate si potrebbe aggiungere una quarta metafora, quella della radio, perché abbiamo allestito delle postazioni esclusivamente sonore dove stiamo raccogliendo – anche attraverso la collaborazione con la RAI e con l’obiettivo di realizzare un archivio sonoro della letteratura triestina – interviste, programmi radiofonici, file, registrazioni varie che arricchiscono l’esperienza di visita.
C.P.: Se volessimo riassumere il ruolo assegnato alla tecnologia nell’esperienza di fruizione del museo, quali aspetti ritiene necessario mettere in evidenza?
R.C.: Da questo punto di vista il museo vuole porsi a metà strada. Non abbiamo voluto rinunciare al rapporto con il documento, sia sul piano delle risorse archivistiche sia per ciò che concerne l’‘oggetto’, caricato in maniera emotiva ed esposto come testimonianza, perché c’è un contenuto emozionale nel contatto con questo tipo di materiali che non si ha con la ricostruzione testuale o con l’utilizzo di nuove tecnologie. Abbiamo macchine da scrivere, penne e oggetti personali che sono appartenuti agli scrittori. Se non ci fossero questi elementi, a mio avviso, la definizione stessa di ‘museo’ sarebbe stata incongrua.
Ma le immagini e i documenti multimediali sono comunque ben presenti e sono anzi il frutto di un lavoro estremamente accurato e molto laborioso. Ciascuna delle sezioni in cui è suddivisa la Libreria degli Scrittori, ad esempio, ha un display che può essere attivato dal visitatore ‘aprendo’ l’incasso che ha la forma di un libro, con la sua copertina.
Abbiamo raccolto moltissimo materiale visivo da archivi sia privati che pubblici, non solo italiani; oltre agli archivi triestini ci siamo rivolti a varie istituzioni che si trovano a Lubiana, a Marbach, in Francia e altrove. Abbiamo condotto una ricerca molto estesa che ci ha consentito di arricchire l’esperienza di visita con contenuti multimediali che includono anche brevi documenti audiovisivi: c’è tanto da poter guardare e da poter scegliere. Il visitatore ideale, che ha una disponibilità di tempo indefinita e una curiosità onnivora, è un elemento della progettazione. Solo di rado si concretizza pienamente nella realtà, però lo tieni presente, lo immagini e te lo auguri.
C.P.: Come abbiamo visto, una delle peculiarità del Museo LETS è quella di porsi come una sorta di collettore, di contenitore di musei. Il Museo Svevo, il Museo Joyce e il Museo Saba rendono omaggio a scrittori il cui percorso biografico e le cui produzioni passano attraverso un legame imprescindibile con la città di Trieste. Oltre a questi autori, che a pieno titolo fanno parte del canone della letteratura contemporanea, a quali altri scrittori viene dato spazio all’interno del museo?
R.C.: Il problema del canone nella realizzazione di un museo, esattamente come nella scrittura di un saggio, è assolutamente centrale. Quando si pubblica un’antologia o una storia letteraria, ad esempio, raramente ci si confronta in modo asettico, ideale, scientifico con il problema: in genere ci si confronta con un editore che ha delle esigenze e delle idee, con la struttura e le misure del contenitore editoriale, che ha determinate caratteristiche. Nel caso del museo la questione è ancora più stringente. Bisogna fare i conti con uno spazio fisico ben definito, anche se naturalmente si possono fare scelte diversificate.
Riguardo al LETS, il racconto che adesso viene proposto risponde a un criterio ‘evolutivo’, nel senso che all’inzio il progetto era molto più ridotto rispetto agli autori che avrebbero dovuto far parte del museo. Nel concreto del lavoro abbiamo però visto quanto sarebbe stato difficile estromettere tutta una serie di tematiche, di personaggi e di opere molto stimolanti e legate a doppio filo ad altri testi che avevamo già deciso di inserire.
Possiamo quindi immaginare questo processo come una fila di persone che devono entrare all’interno di una porta stretta. In qualche maniera ne sono poi entrate di più di quelle che avevamo ipotizzato all’inizio e devo dire che sono piuttosto soddisfatto di questa scelta, perché il museo in questo modo funziona e risulta più interessante per il pubblico locale. Per il turista avrebbe forse potuto essere più funzionale trovare un numero ridotto di autori, però la mia impressione è che per i visitatori locali, ma in fin dei conti anche per chi viene da fuori, possa essere interessante confrontarsi con un itinerario meno scolastico. Chiaramente, il museo va fruito in maniera interattiva e, idealmente, in più soluzioni. Ognuno ha la possibilità di scegliere i propri percorsi.
Dunque il canone si è stabilito in base ad alcune necessità, se vogliamo. Non riesco a immaginare un museo della letteratura a Trieste in cui non si parli di Scipio Slataper, Giani Stuparich, Virgilio Giotti, o Quarantotti Gambini. E altri nomi sono stati in qualche modo ‘autorizzati’, cioè sono entrati nel museo in base alle tematiche di cui ci è sembrato che il LETS dovesse assolutamente parlare. Si adegua a questo criterio anche il fatto che la storia letteraria triestina non si svolge in un’unica lingua. È evidente, ad esempio, l’importanza della produzione di Boris Pahor per la letteratura slovena e per la storia letteraria e culturale della città di Trieste; insieme a Pahor trovano posto all’interno del museo anche Vladimir Bartol, Srećko Kosovel e altri. E lo stesso vale per autori – come Rilke o Theodor Däubler – che hanno scritto in lingua tedesca.
C.P.: Mi riallaccio all’attenzione da voi riservata alle opere di autori che hanno scritto in lingua tedesca e slovena… Insieme al ruolo che il museo riveste nell’esposizione della storia della letteratura triestina, anche l’esperienza di visita si basa su un impianto plurilingue. Da cosa deriva questa scelta e a quali finalità risponde?
R.C.: I musei di letteratura non sono così diffusi. Oltre alle case museo e alle strutture dedicate a un singolo autore, ci sono certamente degli esempi – tra cui Spazi900 a Roma, il museo Grillparzer a Vienna, il Moli a Dublino – ma non sono tantissimi. Sono spesso esperienze che nascono nelle capitali, che presentano una traduzione di servizio in lingua inglese e fanno riferimento a un patrimonio linguistico unico. Ancora meno frequenti sono i musei legati alla storia letteraria di un territorio. Quello che ci sembrava prezioso era appunto il plurilinguismo della tradizione letteraria di Trieste. E nauralmente abbiamo voluto che non rimanesse solo una questione tematica, ma che fosse anche un elemento veicolare, che potesse consentire la fruizione da parte di un pubblico diversificato.
Nella sezione La Libreria degli Scrittori abbiamo messo a disposizione dei visitatori opere in diverse traduzioni e, per quelle scritte in lingue diverse dall’italiano, le edizioni originali. Abbiamo poi realizzato la traduzione integrale di tutti i materiali testuali del museo: oltre che in italiano e in inglese, che sono le due lingue che compaiono nell’allestimento, attraverso il QR code sono fruibili anche in tedesco e in sloveno, cioè nelle due principali lingue che sono state utilizzate sul territorio, storicamente e letterariamente.
Non ho dei riscontri particolarmente significativi dal punto di vista dell’utilizzo di questa modalità. La sensazione è che si tratti di una fruizione abbastanza ridotta, anche perché quasi tutti i visitatori riescono immediamente ad accedere al testo inglese che trovano in sala. Però, dal punto di vista concettuale, rispetto al significato del museo, ritengo che sia stata una scelta opportuna. Dato che la struttura è già pronta, qualora se ne avvertisse l’esigenza, in futuro potremmo anche pensare di includere altre lingue, ma allo stato attuale il plurilinguismo di LETS è legato proprio alle identità culturali della città.
C.P.: Il sito del Museo LETS, che abbiamo già in parte richiamato, si presenta come una sorta di rielaborazione in chiave ipertestuale delle varie sezioni del percorso espositivo. Consente di visualizzare diversi oggetti appartenenti alle collezioni del museo e rende anche consultabili alcuni materiali archivistici. Potrebbe aiutarci a capire qual è il rapporto che questo versante digitale intrattiene con l’allestimento?
R.C.: È un sito molto esteso – soprattutto dal punto di vista dell’esperienza di visita, perché la riassume tutta – e ha due funzioni essenziali, che possono contare sulle competenze di colleghi esperti di comunicazione multimediale.
La prima è sicuramente una funzione di ‘pre-visita’, dal momento che il visitatore ha la possibilità da remoto, quindi anche prima di entrare al museo, di procedere a una selezione e di decidere come orientare l’esperienza di visita vera e propria. Come dicevo, il museo contiene materiali in esubero rispetto a quelli che possono corrispondere a una fruizione di durata media, di una o due ore.
Il sito, inoltre, ha una funzione molto importante nello spiegare che cosa sia il progetto LETS e quali sono le attività del museo al di là del percorso espositivo. Il museo, infatti, nasce come un progetto ambizioso, in parte già realizzato e in parte ancora in fieri, che rende l’istituto museale uno dei centri culturali della città di Trieste. LETS è un luogo in cui continuamente avvengono incontri, presentazioni, dibattiti, proiezioni, e in cui tutto ciò che ruota intorno alla letteratura triestina o anche solo ai temi di cui il museo si occupa, trova cittadinanza.
Alcuni degli eventi organizzati dal museo, ad esempio, sono legati ai suoi tre autori principali. Intorno al famoso 16 giungo, giorno in cui è ambientata l’azione dell’Ulisse di Joyce, celebriamo il Bloomsday; nel mese di dicembre ci dedichiamo a una manifestazione che si intitola Buon compleanno Svevo, in concomitanza con l’anniversario della nascita dell’autore, avvenuta appunto il 19 dicembre del 1861; in primavera, in collaborazione con PordenoneLegge, assegniamo il Premio Saba. Tutte queste iniziative, che sono parte integrante dell’identità del museo, devono ovviamente essere comunicate attraverso il sito e attraverso i canali social e le altre forme di comunicazione ad esso correlati.
C.P.: Un’ultima domanda, che mi sembra fondamentale alla luce delle sue osservazioni: chi sono i visitatori ideali di LETS? Il museo si rivolge a un’utenza molto ampia…
R.C.: Sì, il museo cerca di evitare nel linguaggio e nell’allestimento ogni forma di eccessivo specialismo. Abbiamo posto molta cura nel realizzare testi brevi; sintetizzare è stato difficile ma anche stimolante. Abbiamo anche cercato di veicolare ogni contenuto, ogni argomento attraverso una headline, un titolo secco, impreciso, se vogliamo, ma suggestivo, che possa restituire una identità concettuale e offrire un ausilio mnemonico, per parole chiave, a un visitatore non necessariamente esperto.
L’ambizione è stata quella di ampliare quanto più possibile l’utenza e di parlare, come accennavo prima, sia ai visitatori locali sia ai turisti.
Adesso stiamo anche avviando un’attività che non era prevista in origine, ossia la visita al museo LETS per bambini prescolari. È un’esperienza che abbiamo avviato in via sperimentale e che stiamo pensando di istituzionalizzare, perché sta dando un riscontro molto positivo anche grazie alla collaborazione di colleghe capaci di ritagliare all’interno del percorso di visita tematiche, argomenti, punti di vista utili a comunicare con questa specialissima utenza. Più avanti si potrà pensare ad altre segmentazioni, in modo da rendere LETS sempre più diversificato e inclusivo.