3.1. Intervista a Edoardo Pepino

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Tra scrittura e iconografia, tra contemplazione e creazione artistica, la mostra Orhan Pamuk. Parole e immagini allestita presso il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci (18 novembre 2023-17 marzo 2024) ha contribuito ad ampliare l’orizzonte dei percorsi visivi e delle trame intrecciate dallo scrittore turco intorno ai musei. In questa conversazione, il 19 giugno 2025 Edoardo Pepino, direttore del Labirinto della Masone e responsabile insieme a Laura Casalis della casa editrice Franco Maria Ricci, ha ricostruito i momenti salienti del dialogo diretto con l’autore e l’itinerario che ha portato all’esposizione dei suoi taccuini, e ha offerto un’anticipazione sulle passeggiate museali che, guidati per mano dal nuovo personaggio di Mr. Pa, attendono i lettori e le lettrici di Pamuk.

 

Corinne Pontillo: Vorrei chiederle alcuni dettagli sulla genesi della mostra Orhan Pamuk. Parole e immagini. Si è trattata di una iniziativa del Labirinto della Masone o dello scrittore stesso?

 

Edoardo Pepino: Dunque, nel dicembre 2021 stavamo confezionando il numero zero della nuova rivista FMR con l’idea di inserire Orhan Pamuk per lo meno nel comitato scientifico o comunque di chiedergli se fosse interessato a collaborare con la rivista. Ovviamente era una idea molto ambiziosa e quasi peregrina, dovuta al fatto che sia io che la presidente di Franco Maria Ricci e direttrice artistica di FMR, Laura Casalis, conoscendo Il museo dell’innnocenza, avevamo notato una somiglianza di sensibilità tra il mondo della letteratura e quello dell’arte in Pamuk. Quindi lo abbiamo contattato e, devo dire, molto rapidamente lui ci ha risposto. Sapevamo che fosse molto impegnato, ma abbiamo scoperto che conosceva la casa editrice Franco Maria Ricci ed era disponibile a collaborare.

A gennaio dello stesso anno, dopo che era già uscito il numero zero della rivista, siamo andati a trovarlo a Istanbul. Abbiamo trovato una città ancora abbastanza vuota, per via del Covid, e c’era per giunta la neve; un’ambientazione eccezionale, ci è sembrato insomma di essere piombati dentro il suo libro Istanbul. Eravamo un piccolo comitato: insieme a me c’erano Laura Casalis, Stefano Salis, nostro consulente e autore e adesso direttore della ‘Domenica’ del Sole 24 ore, e il giornalista Marco Ansaldo, che conosce da molti anni l’autore e ci aveva messo in contatto con lui.

Pamuk ci ha invitati a casa sua; una casa molto grande – piena di libri di qualunque provenienza, disposti secondo un ordine estremamente meticoloso – nel distretto di Beyoğlu, precisamente nel quartiere di Cihangir nella vecchia Istanbul, sopra la meravigliosa moschea di fronte al Bosforo che ormai è quasi diventata una cartolina. Gli abbiamo parlato di FMR e si è reso disponibile a mandarci un articolo inedito sui dieci anni dalla pubblicazione del Museo dell’innocenza in cui recuperava le esperienze e i ricordi di quell’epoca, anche in relazione all’allestimento del museo. In più durante la serata, fra i tantissimi spunti, ci hanno colpito due cose in particolare.

Innanzitutto, Pamuk ci ha fatto fare un giro della casa. Tra i pochi mobili e i pochi quadri appesi ai muri – la maggior parte dello spazio era occupata più che altro da grandi librerie – abbiamo visto un manifesto che riproduceva due tra i quadri più noti di Giovanni Paolo Pannini, la Galleria di vedute di Roma antica e la Galleria di vedute di Roma moderna, conservati al MET di New York.

Credo che l’approccio dell’artista, nel raffigurare i suoi cabinet d’amateur, sia stato simile a quello del ‘collezionista’ Kemal del Museo dell’innocenza, che ha raccolto gli oggetti della donna amata. Mi è venuta così l’idea di proporre a Pamuk di collaborare con cadenza regolare con la rivista FMR scrivendo su Pannini e su altri grandi raccoglitori del passato.

È nato da questa conversazione Mr. Pa, un personaggio inventato dall’autore che in maniera un po’ disillusa, poco colta e molto semplice racconta delle opere d’arte che osserva. È un personaggio di matrice calviniana, che ricorda Palomar, che non ha una conoscenza approfondita delle cose attorno a sé e prova a interpretarle. Non è un caso, inoltre, che Mr. Pa commenti delle opere che si trovano principalmente al MET. Il museo permette una gestione piuttosto facile dei diritti sulla pubblicazione delle immagini e, dato che l’idea è stata fin dall’inizio quella di realizzare un libro integrale alla fine di questi racconti, all’autore riusciva molto semplice poter trattare le opere del museo newyorkese, perché poteva già contare su un buon accordo sui termini di possibilità di riproduzione delle immagini.

L’altra sorpresa è legata al lavoro che stava svolgendo in quel momento: ce ne ha parlato tirando fuori da un baule i suoi taccuini Moleskine, tutti ordinati cronologicamente e popolati di immagini, segni, parole. Contenevano i suoi appunti – anche scritti, ma soprattutto iconografici – degli anni passati. Siamo rimasti stupiti, non sapevamo di questa sua attività ed è stato un bel regalo conoscerla in esclusiva. Gli ho quindi raccontato che cos’è il Labirinto della Masone e lo abbiamo invitato a venire e a pensare anche a una possibile mostra.

L’iniziativa si è concretizzata nel corso del secondo incontro, avvenuto nel dicembre successivo. Io, Laura Casalis e il nostro editor americano, Antony Shugaar, ci trovavamo lì per questioni legate a FMR e alla sua distribuzione; Pamuk era a New York per i corsi che tiene ogni anno alla Columbia. Si è mostrato incuriosito dall’idea della mostra al Labirinto e ci ha fatto vedere la prima bozza del libro che sarebbe uscito per Gallimard, Souvenirs des montagnes au loin, in cui i taccuini venivano pubblicati per la prima volta. Ci ha informato del fatto che l’anno successivo, in autunno, il volume sarebbe uscito per Einaudi, subito dopo l’edizione francese, e ci ha confermato che, se volevamo, in occasione del lancio del libro avremmo potuto organizzare la mostra al Labirinto. Io ho colto la palla al balzo e nei mesi successivi mi sono dedicato a strutturare questa idea di esposizione.

Si è trattato più che altro di dare voce all’autore e al suo desiderio di diventare, da scrittore, pittore. Quindi, con l’aiuto dello Studio Neo [Narrative Environments Operas] di Milano, che si occupa di installazioni e realizzazioni multimediali, ho poi messo insieme i materiali.

Prima dell’incontro che si è svolto a New York, Pamuk era venuto a Parma e aveva visitato il Labirinto, aveva quindi avuto modo di rendersi conto degli spazi, delle visite, ecc. Durante la fase di realizzazione della mostra ci siamo poi nuovamente incontrati a Roma, alla Villa Farnesina, dove abbiamo fatto una presentazione a maggio del 2023 della rivista FMR e della rubrica dedicata a Mr. Pa. A ottobre di quell’anno Pamuk è poi tornato in occasione dell’inaugurazione [figg. 1-3].

 

C.P.: Parole e immagini è stata dunque una mostra che, a differenza di molte altre esposizioni letterarie, ha potuto contare sul dialogo con l’autore. È un aspetto molto interessante, oltre che cruciale per la ‘lettura’ stessa del percorso espositivo. A tutti i livelli, dall’ideazione ai criteri di allestimento, qual è stato il ruolo di Pamuk? Possiamo dire che abbia rivestito anche una funzione curatoriale?

 

E.P.: Non lo definirei un curatore a tutti gli effetti. Lo è stato in qualche modo, curatore e soprattutto ideatore, per Il museo dell’innocenza. Quel museo è il frutto di un’invenzione dell’autore, che per l’allestimento ha collaborato e collabora con uno studio di architettura che cura le vetrine e crea gli spazi.

Nel caso della mostra dei suoi taccuini, invece, lo scrittore ha avuto la generosità di darci uno spunto e un contenuto nuovo e poi noi lo abbiamo sviluppato esponendo in corso d’opera l’idea nelle occasioni in cui ci siamo ritrovati. Devo anche dire che l’elaborazione delle immagini e dei video è avvenuta nei mesi immediatamente precedenti all’inaugurazione. Abbiamo tenuto costantemente aggiornato lo scrittore, che poi è venuto al Labirinto per l’inaugurazione della mostra e l’ha presentata, rimanendo positivamente sorpreso dal risultato finale.

 

C.P.: In uno dei pannelli descrittivi si legge: «la narrazione multimediale di questa mostra rende omaggio non solo all’atto del contemplare ma anche a quello del tradurre in segni, che siano parole, disegni o altro, gli stati emotivi e le riflessioni che la vista di un paesaggio genera». Vorrei chiederti di commentare queste parole, dalla definizione di ‘narrazione multimediale’ fino al passaggio – fondamentale anche nelle sperimentazioni transmediali di Pamuk – dalle astrazioni date dagli ‘stati emotivi’ e dalle ‘riflessioni’ alla concretezza del ‘segni’, alla materialità della produzione artistica.

 

E.P.: Dunque, le parti multimediali, soprattutto nelle prime due sale, erano abbastanza semplici e funzionali. Nella prima sezione della mostra si trovavano le vetrine che esponevano in originale i dodici taccuini aperti; per ciascuno erano state scelte due pagine tra le più belle, più sensazionali, oppure tra quelle che avessero degli spunti interessanti da approfondire. C’erano poi dei pannelli con le traduzioni delle pagine dei taccuini, sia in italiano che in inglese, una breve premessa di Pamuk e una descrizione della mostra in cui si raccontava il perchè di un’esposizione dedicata a uno scrittore molto famoso ma osservato dal suo lato pittorico, artistico. Nella seconda parte della sala c’erano inoltre degli schermi che consentivano di sfogliare digitalmente una buona parte delle pagine dei taccuini.

Nella sala successiva c’era una grandissima parete interamente occupata da una videointervista in cui Pamuk stesso si soffermava sul suo rapporto con i materiali esposti e sulle motivazioni che, nel tempo, lo hanno spinto a disegnare [fig. 4].

Si arrivava poi alla terza sala, quella in cui la componente multimediale e la dimensione immersiva diventavano più evidenti. In quel segmento della mostra abbiamo cercato di ricreare la condizione primaria di un autore, il suo momento poietico, scegliendo un tema in particolare, forse il più importante, quello della città, della veduta di Istanbul osservata dalle finestre.

Il tentativo è stato quello di rendere l’idea di uno sguardo che può diventare un elemento creativo, come se ciascuno di noi potesse guardare attraverso gli occhi dello scrittore. Questa era la sensazione che si voleva dare… sedendo alla scrivania e scrivendo e disegnando la città – come ha fatto l’autore – contemplare, tradurre in segni le cose che ci appaiono davanti agli occhi da sempre e che ci sono particolarmente familiari. Le finestre, le panche e i tappeti riproducevano la casa di Pamuk, ma ciascuno ha elaborato le proprie riflessioni, come se si fosse seduto a casa propria e avesse svolto lo stesso tipo di azione contemplative [figg. 5-6].

 

C.P.: La terza sala si poneva quindi in stretto rapporto con l’immaginario dell’autore…

 

E.P.: Sì esatto, l’idea iniziale era quella di provare a contestualizzare la presenza dei taccuini e in più abbiamo voluto che diventasse un’esperienza per il visitatore. Io credo che le persone si siano rispecchiate in questa attività di contemplazione, tanto più perché la sala immersiva arrivava a fronte della sezione precedente in cui questo processo veniva spiegato nel dettaglio dall’autore nella videointervista, dove venivano fuori le ragioni per cui aveva disegnato sui taccuini e che importanza avessero per lui. Dunque si è trattato di un vero e proprio esercizio di scrittura e immagine da poter replicare.

 

C.P.: Le chiederei a questo punto di raccontare quali sono state le reazioni dei visitatori e anche di spiegare chi sono stati i visitatori. Avete riscontrato un maggiore interesse da parte degli studiosi o l’esposizione ha attirato anche un pubblico di non addetti ai lavori?

 

E.P.: L’esposizione era divulgativa. Pamuk ha tutto un mondo di appassionati e di studiosi molto competenti attorno a sé e credo che siano venuti a vedere la mostra. Però l’impianto era chiaramente divulgativo e voleva raccontare un’esperienza portandola anche un po’ più in là, cioè a un pubblico che non conosceva lo scrittore.

Chi aveva letto Pamuk, gli appassionati di lettura, i curiosi si sono trovati sorpresi da un’attività e dalla restituzione del profilo di un autore in maniera assolutamente inconsueta; anche perché si tratta di un’attività meno nota dello scrittore e comunque apprezzata. Poi è un’arte che piace, è istintiva, molto colorata, significativa, e in cui ciascuno si può riconoscere. Chi invece Pamuk non lo conosceva è rimasto colpito da un percorso multimediale tutto sommato semplice da comprendere e da fruire. La mostra si presentava da sé, addirittura, come dicevo, con l’autore stesso che parlava e che invitava i visitatori a ragionare su certi discorsi.

Quindi ci sono state diverse persone che hanno conosciuto Pamuk non soltanto come uno scrittore di successo, ma anche una persona dai pensieri molto profondi e che è in grado di toccare, appunto, la sfera contemplativa di chiunque.

 

C.P.: Un’ultima riflessione, relativa al rapporto, ormai di lungo corso, tra la produzione di Pamuk e il museo. Nel percorso che passa attraverso il Museo dell’innocenza – inteso nelle sue varie configurazioni, ossia romanzo, museo, catalogo, film – e arriva fino alla mostra organizzata al Labirinto della Masone, una tappa di sicuro interesse è rappresentata dalla rubrica Il signor Pa va al museo che citava prima. Con il personaggio di Mr. Pa, che è anche una proiezione autoriale, ci troviamo ancora una volta dentro un ingranaggio finzionale e romanzesco?

 

E.P.: Sì, romanzesco e in parte anche autobiografico, perché questo personaggio richiama alcuni aspetti legati alla figura dell’autore. Certi suoi momenti di solitudine, ad esempio, soprattutto quando si trova a New York.

A Pamuk non interessa molto l’ekphrasis, la descrizione dell’opera attraverso le parole; lo ha attirato di più la possibilità, invece, di costruire un racconto attorno ai quadri. Dentro uno schema ripetitivo da rubrica, però, i testi sono diventati man mano qualcosa di più: di pari passo con l’idea di realizzare un romanzo il personaggio ha cominciato a stemperare delle caratteristiche su sé stesso in ognuno dei racconti che fanno parte della rubrica, allo stesso tempo facendo in modo che la situazione si evolva, che si crei quindi un plot.

Già in questi primi testi che lo scrittore ci ha inviato vediamo un personaggio che evolve nel tempo, che racconta qualcosa di sé, delle sue origini, del suo carattere. In uno dei racconti, ad esempio, una miniatura ottomana di un pipistrello diventa l’occasione per Mr. Pa per raccontare di questa arte passata che lui ha molto stimato, ma anche delle sue radici e di quello che sa di biologia e di questi animali spaventosi. Vedremo come andrà a finire.