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Dodici taccuini formato 9x14 cm collocati in altrettante teche e aperti su una doppia pagina fittamente riempita di parole e di immagini; una videointervista all’autore; otto schermi accostati e leggermente sovrapposti tra loro, come le vetrate panoramiche della sua casa sul Bosforo: la mostra Orhan Pamuk. Parole e immagini, curata da Edoardo Pepino nel Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Fontanellato, in provincia di Parma, dal novembre del 2023 al marzo 2024, rappresenta un esempio di «eccedenza transmediale» (Rizzarelli 2023) originale, immersivo, fortemente evocativo. Vi sono esposte, per la prima volta, poco più della metà delle agendine Moleskine sulle quali, a partire dal 2008, il premio Nobel turco annota quotidianamente pensieri, progetti, preoccupazioni, ricordi, sogni e incubi notturni, utilizzando penne biro di diversi colori, pennarelli a punta più o meno sottile e matite acquerellabili. Materiali semplici, legati all’immediatezza degli appunti, facilmente trasportabili nei frequenti viaggi e soggiorni all’estero, che danno vita a immagini colorate e oniriche, realizzate con la tecnica del pointillisme o con linee ripetute e stilizzate, naïf nel tratto quanto nelle scelte cromatiche a contrasto [fig. 1].

All’impossibilità di sfogliare i taccuini cartacei, disposti all’interno di teche trasparenti su due file simmetriche, suppliscono gli ampi schermi, che proiettano pagine ingrandite dei diari, offrendo al visitatore/spettatore la possibilità di cogliere dettagli meno facilmente percepibili a occhio nudo. Tra la carta e lo schermo si instaura così un rapporto di convergenza e di complementarità della fruizione, ulteriormente arricchita, a livello uditivo, dalla voce dello stesso autore che nell’intervista ricostruisce il senso di una poetica fondata sul rapporto tra visualità e scrittura, aprendo simbolicamente le porte del suo atelier.

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Vengo da una da una famiglia di ingegneri civili [fig. 1]. Mio nonno era ingegnere civile, così come mio zio e mio padre. Siamo tutti stati indirizzati, sia io che i miei cugini, a diventare ingegneri civili, ma alle elementari ho iniziato a disegnare e a dipingere, con l’approvazione di tutti [fig. 2]. Ero così felice di disegnare, disegnare, disegnare… Quando avevo 15 anni qualcuno in famiglia disse: «Questo ragazzo dovrebbe andare all’Università Tecnica di Istanbul, ma per diventare architetto». Fino a 22 anni ho pensato che sarei diventato come Le Corbusier. Disegnando e dipingendo mi stavo preparando a una vita da artista [fig. 3]. A 22 anni ho smesso di dipingere e ho iniziato a scrivere romanzi. Pensavo di aver ucciso il pittore che era in me, ma quasi trent’anni dopo l’ho riscoperto.

Un giorno, quando avevo 54 anni, entrai in una cartoleria e comprai i colori di tutti i tipi, insomma, tutto ciò che avevo usato durante la mia infanzia la mia adolescenza… ma ero intimidito. Ero già un autore famoso e affermato e non volevo andare in giro a dire che dipingevo. Così ho iniziato a dipingere su piccoli quaderni, cosa che mi dava molta gioia.

Come accadeva nella mia infanzia, quando dipingo mi sento una persona felice, molto felice. Quando dipingo, sono felice come chi canta sotto la doccia. Quando scrivo invece sono più cerebrale, più serio, più determinato. Questi sono degli atteggiamenti apparentemente contraddittori, ma nei miei quaderni si combinano entrambi: la gioia di dipingere in privato e la gioia di scrivere costantemente le mie idee ogni giorno. Questi quaderni contengono tutta la mia vita. Quando li porto con me è come se portassi con me anche il mio tavolo da disegno e da pittura. È un mondo vastissimo ma allo stesso tempo molto intimo.

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Tra scrittura e iconografia, tra contemplazione e creazione artistica, la mostra Orhan Pamuk. Parole e immagini allestita presso il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci (18 novembre 2023-17 marzo 2024) ha contribuito ad ampliare l’orizzonte dei percorsi visivi e delle trame intrecciate dallo scrittore turco intorno ai musei. In questa conversazione, il 19 giugno 2025 Edoardo Pepino, direttore del Labirinto della Masone e responsabile insieme a Laura Casalis della casa editrice Franco Maria Ricci, ha ricostruito i momenti salienti del dialogo diretto con l’autore e l’itinerario che ha portato all’esposizione dei suoi taccuini, e ha offerto un’anticipazione sulle passeggiate museali che, guidati per mano dal nuovo personaggio di Mr. Pa, attendono i lettori e le lettrici di Pamuk.

 

Corinne Pontillo: Vorrei chiederle alcuni dettagli sulla genesi della mostra Orhan Pamuk. Parole e immagini. Si è trattata di una iniziativa del Labirinto della Masone o dello scrittore stesso?

 

Edoardo Pepino: Dunque, nel dicembre 2021 stavamo confezionando il numero zero della nuova rivista FMR con l’idea di inserire Orhan Pamuk per lo meno nel comitato scientifico o comunque di chiedergli se fosse interessato a collaborare con la rivista. Ovviamente era una idea molto ambiziosa e quasi peregrina, dovuta al fatto che sia io che la presidente di Franco Maria Ricci e direttrice artistica di FMR, Laura Casalis, conoscendo Il museo dell’innnocenza, avevamo notato una somiglianza di sensibilità tra il mondo della letteratura e quello dell’arte in Pamuk. Quindi lo abbiamo contattato e, devo dire, molto rapidamente lui ci ha risposto. Sapevamo che fosse molto impegnato, ma abbiamo scoperto che conosceva la casa editrice Franco Maria Ricci ed era disponibile a collaborare.

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Abstract: ITA | ENG

Tra il dicembre del 2012 e l’aprile del 2013, Orhan Pamuk ha scattato più di ottomila fotografie dal balcone del suo studio, situato a Istanbul. Una selezione di queste immagini è stata pubblicata nel volume fotografico Balkon (2018, ed. in lingua inglese), dove il panorama offerto dalla moschea di Cihangir, dal Corno d’Oro, dalle acque del Bosforo e del Mar di Marmara dal Bosforo si uniscono a una ricerca sul proprio stato d’animo e sul procedimento creativo che trovano nell’immagine fotografica un punto di partenza. Queste pagine aggiungono così un ulteriore spunto di riflessione sul legame tra l’inclinazione foto-testuale dello scrittore turco e la sua affascinante rappresentazione letteraria dell’io, che risulta ‘contaminata’ con il linguaggio fotografico già dal 2003, anno della prima pubblicazione dell’opera autobiografica Istanbul. Partendo proprio da quest’ultimo testo di Pamuk, il contributo intende proporre un’analisi delle forme della scrittura del sé sviluppate intorno al rapporto tra letteratura e fotografia, tracciando un percorso che passa anche attraverso la seconda edizione di Istanbul, del 2017, e si estende fino a Balkon e, come nota a margine, a Orange, l’ultimo volume fotografico dell’autore.

Between December 2012 and April 2013, Orhan Pamuk has taken more than eight thousand pictures from the balcony of his apartment in Istanbul. A selection of these pictures has been published in the photo-book Balkon (2018), where the view offered by the Cihangir Mosque, the Golden Horn, the Bosphorus and the Sea of Marmara join a research on the writer’s own mood and on the creative process which find in the photographic image a starting point. Thus these pages add a further food for thought on the relationship between the photo-textual inclination of the Turkish writer and his fascinating literary self representation, which results already ‘mixed’ with photography in 2003, when the first edition of the autobiographical work Istanbul was published. Starting from the latter text of Pamuk, the aim of the contribution is to propose an analysis of the form of self writing developed around the relationship between literature and photography, drawing a path that goes through the second edition of Istanbul (2017) and extends up to Balkon and, as additional notes, to Orange, the latest author’s photo-book.

 

 

 

Nell’ambito di un’indagine sulle intersezioni foto-biografiche, i casi di studio offerti dall’attività dello scrittore turco Orhan Pamuk offrono un campionario di esempi piuttosto ampio. Seguire la produzione dell’autore, infatti, significa anche attraversare un territorio dove la sua ideale autobiografia dialoga spesso con la fotografia e dove i frammenti iconografici, incontrandosi continuamente con la scrittura, delineano le angosce e gli ideali di un individuo e di un’intera comunità.

In relazione alla lettura di una componente autobiografica che si sviluppa nelle zone di contatto fra letteratura e fotografia, è possibile isolare un segmento del corpus di Pamuk che prende avvio nel 2003, con l’edizione in lingua originale dell’autobiografia illustrata Istanbul, uscita per la prima volta in Italia nel 2006 per Einaudi, e approda alla pubblicazione di una delle ultime fatiche creative dello scrittore, Balkon, sulla quale ci si soffermerà nel secondo paragrafo del contributo. Si tratta di un volume edito nel 2018 – e attualmente disponibile in lingua inglese, oltre che in turco – dove è raccolta una selezione delle fotografie che Pamuk ha scattato tra la fine del 2012 e il mese di aprile del 2013 dal ‘balcone’ del suo appartamento nel quartiere stambuliota di Cihangir. Tra i due estremi rappresentati dal fototesto autobiografico Istanbul e il libro fotografico Balkon si situa la seconda edizione di Istanbul, pubblicata nel 2017 e corredata di un apparato iconografico più ampio rispetto alla precedente versione.

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Gli spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione

fantastica e del sogno poetico dànno alle cose un’anima

sensibile e mutabile come l’anima umana.

Gabriele D’Annunzio, Il piacere

Poetiche o artistiche, consolidate dalla tradizione o sperimentali, sono molteplici le espressioni che possono dare forma a una storia d’amore. Modulando un incontro tra parola e immagine che contempla, in un continuum tematico, la stesura di un romanzo, l’allestimento di un museo e la pubblicazione del catalogo, Orhan Pamuk ci offre delle prove invitanti.

Nel 2008, due anni dopo il conseguimento del Premio Nobel, lo scrittore aveva richiesto al fruitore de Il museo dell’innocenza, romanzo caratterizzato da una tensione metanarrativa non troppo celata, una duplice condizione. All’interno di un testo non illustrato, tra le pieghe rassicuranti di un flusso narrativo tradizionale, il narratore si era rivolto tanto al lettore di un museo in fieri e ‘visibile’ solo verbalmente, quanto al visitatore di un romanzo che finiva per coincidere con il racconto legato al criterio di esposizione degli oggetti. È stata questa la prima forma della sofferta relazione tra Kemal, imprenditore dell’alta borghesia, e Füsun, avvenente commessa. Ambientata negli anni Settanta, l’opera si concludeva con un abile cedimento alla tentazione dell’autoreferenzialità, giacché il protagonista decideva di dare ordine e sistematizzare, attraverso la creazione di un museo, la collezione di oggetti (dalle sigarette alla grattugia per mele cotogne, dai fermagli per capelli ai cucchiaini) ossessivamente raccolti per alleviare il tormento provocato dalla lontananza e, infine, dalla morte dell’amata.

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