Vengo da una da una famiglia di ingegneri civili [fig. 1]. Mio nonno era ingegnere civile, così come mio zio e mio padre. Siamo tutti stati indirizzati, sia io che i miei cugini, a diventare ingegneri civili, ma alle elementari ho iniziato a disegnare e a dipingere, con l’approvazione di tutti [fig. 2]. Ero così felice di disegnare, disegnare, disegnare… Quando avevo 15 anni qualcuno in famiglia disse: «Questo ragazzo dovrebbe andare all’Università Tecnica di Istanbul, ma per diventare architetto». Fino a 22 anni ho pensato che sarei diventato come Le Corbusier. Disegnando e dipingendo mi stavo preparando a una vita da artista [fig. 3]. A 22 anni ho smesso di dipingere e ho iniziato a scrivere romanzi. Pensavo di aver ucciso il pittore che era in me, ma quasi trent’anni dopo l’ho riscoperto.
Un giorno, quando avevo 54 anni, entrai in una cartoleria e comprai i colori di tutti i tipi, insomma, tutto ciò che avevo usato durante la mia infanzia la mia adolescenza… ma ero intimidito. Ero già un autore famoso e affermato e non volevo andare in giro a dire che dipingevo. Così ho iniziato a dipingere su piccoli quaderni, cosa che mi dava molta gioia.
Come accadeva nella mia infanzia, quando dipingo mi sento una persona felice, molto felice. Quando dipingo, sono felice come chi canta sotto la doccia. Quando scrivo invece sono più cerebrale, più serio, più determinato. Questi sono degli atteggiamenti apparentemente contraddittori, ma nei miei quaderni si combinano entrambi: la gioia di dipingere in privato e la gioia di scrivere costantemente le mie idee ogni giorno. Questi quaderni contengono tutta la mia vita. Quando li porto con me è come se portassi con me anche il mio tavolo da disegno e da pittura. È un mondo vastissimo ma allo stesso tempo molto intimo.
Tenere un diario, soprattutto in quest’area del mondo, è un atto molto privato che le persone fanno soprattutto per ricordare le loro cose personali. È un mondo nascosto.
È stato lo scrittore francese André Gide ad avere l’idea di pubblicare il suo diario quando era ancora in vita [fig. 4]. Molti scrittori, da Max Frisch a Peter Handke, iniziarono a pubblicare estratti dai loro diari. Quello che sto facendo qui è una sorta di continuazione di questa idea moderna… diari, dipinti, disegni sono tutte cose a me care. Forse è così che legittimo oggi l’esposizione dei miei diari.
L’artista, il pittore e lo scrittore che sono in me non lottano tra loro. Non lottano l’uno contro l’altro. Forse rappresentano la stessa cosa.
Mi piacciono artisti e scrittori come William Blake, per esempio, che concepiscono la pagina in due modi. Una pagina, o meglio, la doppia pagina per William Blake è un luogo, sia per l’immagine che per la poesia. Questa è una cosa che mi è molto cara. Vorrei sentirmi forte e felice svolgendo entrambe queste attività e a volte così mi sento, o almeno credo.
Ciò che caratterizza l’artista che scrive e dipinge è che queste due attività servono in un certo senso allo stesso scopo, ma in modi ben diversi. A volte dipingo e mi sento stanco e vorrei scrivere, altre volte scrivo troppo e penso che più tardi, nel pomeriggio o la sera, berrò un bicchiere di vino e dipingerò.
Sono più cerebrale quando scrivo è più fisico quando dipingo, ma queste attività si completano a vicenda e non sono in lotta l’una contro l’altra. Infatti, quando penso a una pagina, penso all’unità e alla composizione di parole e immagini concepite contemporaneamente… allo stesso scopo.
In passato, e soprattutto in Asia, la pittura e la scrittura non erano così distinte come possono apparire oggi [fig. 5]. Si realizzava un dipinto e poi si iscriveva qualcosa, come nel famoso di Dürer, in cui scrive qualcosa come «qui sto facendo il mio ritratto in tale e tale anno e questo è ciò che significa…». Non si notava alcuna distinzione netta tra la pittura e la scrittura.
Parto sempre da un paesaggio reale, quello che vedo dalla mia casa di Istanbul che si affaccia all’inizio del Bosforo. Sotto vedo la moschea di Cihangir e due minareti che quasi fanno da cornice al bellissimo paesaggio. Li ho disegnati e ridisegnati molte volte. Dopo un po’ è più la mano che l’intelletto a fissare il paesaggio [fig. 6]. Diventa una sorta di firma tracciata a memoria.
Dipingo lo stesso paesaggio mentre prende calore e faccio anche delle variazioni dello stesso paesaggio. Dopo un po’ di tempo, dipingendo lo stesso paesaggio, si comincia a percepire non solo la realtà, ma anche il tempo, il senso della ripetizione, della continuità e dell’appartenenza. Elaborare il paesaggio in questo modo rappresenta anche il desiderio dell’artista di andare ‘oltre le montagne lontane’ come dice un detto cinese.
Vivo a Istanbul da sempre e ho sempre osservato il Bosforo. È uno stretto dove passano le barche che dal Mar Nero vanno verso il Mediterraneo… una sorta di commercio che va dall’Asia all’Europa e all’Occidente.
Tutta la mia vita ho osservato le barche. Anche nella mia infanzia disegnare le barche con precisione era considerata una cosa seria. Io e mio fratello prestavamo molta attenzione ai dettagli delle imbarcazioni, in modo da poter indovinare con precisione dalla silhouette quale fosse il traghetto in questione. Ho prestato attenzione ai singoli dettagli di ogni barca e li ho resi accuratamente nei miei disegni.
Come per la mia scrittura, anche per i miei disegni Istanbul è un soggetto naturale, perché è quello che vedo tutti i giorni. Sono sempre stato felice di poter osservare questo bel paesaggio, vedere la bellissima vista del Bosforo dall’alto. Infatti, ho sempre amato dipingere e disegnare il paesaggio.
Istanbul è un soggetto naturale per me perché mi appartiene. Ho sempre vissuto lì ma non sapevo di essere uno scrittore di Istanbul finché i miei scritti hanno iniziato a essere tradotti in altre lingue e i critici letterari mi hanno definito uno scrittore di Istanbul. Non sono solo uno scrittore di Istanbul, sono anche un pittore di viste e paesaggi di Istanbul.
Come la musica, che è una delle forme più pure di arte o di attività artistica… penso che dipingere paesaggi sia una delle forme più pure di pittura. È come se si ricercasse il significato metafisico di ciò che si vede… si cerca la propria collocazione nel mondo e tramite il paesaggio si sottintende il significato del tempo, dell’essere e dell’appartenenza.
Per me dipingere paesaggi non è rappresentare la realtà, ma dare emozione. La bellezza di un paesaggio si basa sulle emozioni che suscita in chi lo guarda. Mi è stato chiesto molte volte: «Orhan, vedo che stai dipingendo. Non è sufficiente la scrittura? Le parole non sono sufficienti per rendere il mondo nella sua totalità?». Questa è una domanda senza senso, posta da una persona che non capisce il desiderio di dipingere.
La pittura e la letteratura non sono in contraddizione, servono allo stesso scopo. Purtroppo, il programma di istruzione ufficiale delle scuole superiori di una volta faceva una distinzione tra le due. Al liceo avevo una professoressa di pittura che amava i miei quadri e diceva tutta la classe che Orhan aveva talento, ma mi rimproverava anche dicendo: «Orhan, non scrivere sopra il dipinto». Forse tutta la mia vita è stata una lotta contro la mia insegnante del liceo.
* Il testo che qui si presenta è la traduzione italiana di una videointervista inedita a Orhan Pamuk proiettata in uno degli spazi espositivi della mostra Orhan Pamuk. Parole e immagini, a cura di Edoardo Pepino (Fontanellato (PR), Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, 18 novembre 2023-17 marzo 2024). Si ringraziano, oltre al curatore, Cinzia Rizzo e Studio Neo (Narrative Environments Operas), che insieme a Edoardo Pepino hanno realizzato l’intervista.