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La sesta edizione del Catania Contemporanea/FIC Fest (29 aprile-11 maggio) è stata improntata sul medesimo tema della stagione invernale, ovvero la relazione tra tecnologie-AI con la creatività performativa, considerando il loro reciproco impatto. Il festival è stato, come da vocazione, una vetrina per la danza contemporanea proponendo artisti e artiste emergenti (alcuni dei e delle quali vincitori e vincitrici del bando di residenze artistiche ACASA di Scenario Pubblico) e autorialità affermata. Della rassegna sono stati considerati tre casi studio di cui si propone un approfondimento relativo anche al processo creativo che li ha preceduti. Gli spettacoli scelti, Tavolo 19 di e con Lunella Cherchi, Le Sacre du Printemps della compagnia Dewey Dell e Ti ricordi il futuro? di YoY Performing Arts, sono accomunati da un’agency intermediale attraverso cui sondano e consolidano le ricerche delle loro autrici, sin dalla genesi progettuale, utilizzando linguaggi artistici altri intrecciati ai codici coreografici. 

The sixth edition of Catania Contemporanea/FIC Fest (April 29-May 11) was focused on the same theme of the winter season: the relationship between technology-AI and performative creativity, and their mutual influence. In keeping with its core mission, the festival served as a platform for contemporary dance, showcasing emerging artists (some of whom were recipients of the ACASA artistic residency program by Scenario Pubblico) alongside established choreographers and creators. This paper examines three selected case studies from the festival, offering an in-depth analysis that includes the creative processes preceding each performance. The chosen works – Tavolo 19 by and with Lunella Cherchi, Le Sacre du Printemps by Dewey Dell, and Ti ricordi il futuro? by YoY Performing Arts – share an intermedial agency that shapes and sustains the artistic research of their creators from the earliest conceptual stages. These performances employ hybrid artistic languages, intertwining choreographic codes with other expressive forms. 

 

1. Il Catania Contemporanea/FIC Fest 2025

La VI edizione del Catania Contemporanea/FIC Fest 2025 si è svolta dal 29 aprile all’11 maggio in diversi luoghi della città confermando la collaborazione con enti quali il Teatro Massimo Bellini, Isola Catania, Fondazione Brodbeck, Palazzo Biscari. Quest’anno il rapporto con l’Università di Catania e, in particolare, con il Dipartimento di Scienze Umanistiche è stato rafforzato dal patto di intesa triennale stipulato con il CUT (Centro Universitario Teatrale) che ha accolto cinque appuntamenti in programma.

Il festival ha aderito lateralmente alla tematica della rassegna invernale di Scenario Danza, intitolata Hi! (giocando sul doppio significato delle parole ‘ciao’ e ‘human intelligence’), proponendo una programmazione tuttavia più in linea con la mission stessa dell’evento, incentrata a sostenere e diffondere le diverse sfaccettature di ricerca nell’ambito della danza contemporanea con uno sguardo rivolto soprattutto al pubblico più giovane. Non solo, il FIC Fest è stato anche una vetrina della giovane autorialità,[1] dove artiste e artisti emergenti[2] hanno condiviso le giornate festivaliere con autori e autrici affermatǝ[3] senza soluzione di continuità. La ricca programmazione, dalla vocazione espressamente multidisciplinare, è stata votata all’orizzontalità e quindi all’incontro tra artistǝ ospiti e tra loro e il pubblico. Intrecciati ai lavori coreografici sono stati proposti due concerti prodotti dall’Associazione Musicale Etnea, CATANIA TVB e Spaced Out – Your attention on stage!,[4] la presentazione del volume Tecnologia della rivoluzione di Diletta Huyskes da ISOLA Catania, la proiezione di OB/SOL.um (2002) appuntamento con l’archivio storico della Compagnia Zappalà Danza, sette open door[5] svolte al CUT e a Scenario Lab e l’intersezione con Othello 2.0 della compagnia Ballett Kiel, in programmazione al Teatro Massimo Bellini dove è stato portato in scena per la prima volta Pâtàpain#3, spettacolo conclusivo del percorso di formazione Modem Pro.

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Nel percorso letterario di Elsa de’ Giorgi, arte e vita si fondono e si sovrappongono continuamente. Tenendo in considerazione tale parallelismo, il contributo indaga il nesso tra attorialità e autorialità nella figura di de’ Giorgi e propone, in particolare, una lettura della sua attività letteraria e autobiografica in relazione ad alcuni nuclei tematici fondamentali, come la libertà, la verità e la memoria.

In Elsa de’ Giorgi’s literary production, art and life continually merge and overlap. Taking this parallelism into consideration, the contribution focuses on the relationship between actorhood and authorship in the figure of de’ Giorgi and proposes, in particular, a reading of his literary and autobiographical activity in relation to some fundamental themes: freedom, truth and memory.

Qualsivoglia discorso critico intorno alla figura di Elsa de’ Giorgi non può prescindere da una considerazione preliminare: nella vicenda biografica e artistica di quest’attrice e scrittrice, attorialità e autorialità appaiono come due dimensioni contigue, complementari, profondamente intrecciate tra loro. È quindi un grave errore prospettico pensare che vi sia stato un passaggio, un cedere il testimone dal cinema al teatro alla scrittura: si allestirebbe, in questa direzione, una cornice interpretativa inadeguata che condurrebbe a ricostruzioni falsate. Si potrebbe piuttosto concepire tutta la vita di Elsa de’ Giorgi come un teatro della scrittura, talvolta un po’ eccessivo o folle, com’era nel suo temperamento.

La sua figura fu segnata fin da subito da due valori, destinati a diventare due veri e propri vettori fondamentali, che da soli già spiegherebbero molto di quel temperamento. Mi riferisco ai concetti di verità e di libertà. Il lettore li ritrova in uno snodo essenziale del percorso espressivo di quest’autrice, ovvero il saggio su Shakespeare e l’attore, edito nel 1950 come un opuscolo della sede fiorentina dell’Electa. In realtà il saggio prende avvio in forma di recensione, invero assai critica, al libro di Valentina Capocci, Genio e mestiere, pubblicato da Laterza l’anno prima. De’ Giorgi mira in questo scritto, sapientemente calibrato, a smontare le tesi della studiosa, mostrando una tale consapevolezza dell’idea stessa di teatro da risultarle perfettamente consustanziale. Leggiamo a pagina 8:

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Oggetto del contributo è la questione dell’autorialità in tre composizioni iconotestuali e autobiografiche di Michele Mari: Filologia dell’anfibio. Diario militare (1995), Asterusher. Autobiografia per feticci (2015) e Leggenda privata (2017). Nel diario, Filologia dell’anfibio, Mari racconta nella forma di uno pseudo-trattato il periodo trascorso presso il Centro Addestramento Reclute di Como. Il testo è illustrato da disegni tratti dai propri diari dell’epoca. In Asterusher. Autobiografia per feticci, ricalcando la forma tripartita dell’emblematica, Mari ha giustapposto le fotografie di oggetti familiari e alcune citazioni tratte dalle sue opere precedenti. Leggenda privata è un’autofiction dove Mari narra gli anni della sua infanzia e della sua adolescenza e la relazione con i suoi genitori. Anche quest’opera è illustrata con alcune foto di famiglia e con altre realizzate ad hoc, secondo una grande varietà di combinazioni fototestuali. Per ciascuna delle tre opere Mari ha scelto accuratamente una specifica forma iconotestuale: il libro illustrato, l’emblema e l’atlante. A queste forme corrispondono tre diverse modalità autoriali: unitaria, decentrata e multipla. Lo sguardo autobiografico di Mari si rappresenta attraverso l’ossessiva sperimentazione di queste forme iconotestuali.

The aim of the paper is to investigate the structure of authorship in three iconotextual and autobiographical work by Michele Mari: Filologia dell’anfibio. Diario militare (1995), Asterusher. Autobiografia per feticci (2015) and Leggenda privata (2017). In him diary, Filologia dell’anfibio, Mari writes in the form of a pseudo-treatise the period spent at the military recruitment in Como. The text is illustrated by drawings taken from him diaries of the time. In Asterusher. Autobiografia per feticci, following the tripartite form of the emblematic, Mari juxtaposed photographs of familiar objects and some quotations from his previous works. Leggenda privata is an autofiction where Mari narrates the years of him childhood and adolescence and him relationship with him parents. This work is also illustrated with some family photos and with others taken ad hoc, according to a wide variety of photo-textual combinations. For each of the three works Mari has carefully chosen a specific iconographic form: the picture book, the emblem and the atlas. These forms correspond to three different authorship modalities: unitary, decentralized and multiple. Mari’s autobiographical gaze is represented through the obsessive experimentation with these iconocentric forms.

 

 

1. Le circostanze editoriali

Nel 2019 Michele Mari ha dedicato particolare attenzione alla componente visuale della sua scrittura. Ha infatti ripubblicato due opere: Asterusher. Un’autobiografia per feticci, un fototesto che viene dato alle stampe in una nuova edizione accresciuta, e Filologia dell’anfibio. Diario militare, un iconotesto riproposto con leggere modifiche nell’impaginazione.

Sempre nello stesso anno è apparsa la summa del suo lavoro grafico, il volume di grande formato, La morte attende vittime, che raccoglie alcuni disegni e alcuni fumetti dell’autore, e le sue versioni illustrate di grandi classici della letteratura: Il visconte dimezzato, I sepolcri, L’Orlando furioso.[1]

Le ultime circostanze editoriali, seppure occasionali, hanno evidenziato dunque l’interesse per le forme miste che Mari ha sempre coltivato sin dagli inizi della sua carriera,[2] e la meticolosa cura per la composizione grafica delle sue opere. Il suo doppio talento – comune a molti scrittori italiani, da Dino Buzzati a Carlo Levi, da Umberto Eco a Dario Fo – si è manifestato sempre più apertamente, esprimendo in tal modo un aspetto essenziale della sua idea di letteratura.

Questi elementi autorizzano a riconsiderare l’opera di Mari a partire dagli aspetti visuali della sua scrittura. Mari produce e descrive immagini e il suo sguardo autobiografico si incarna in complessi dispositivi iconotestuali.

Oggetto di questo contributo sarà dunque la questione dell’autorialità in tre composizioni iconotestuali e autobiografiche di Mari: i già citati Filologia dell’anfibio e Asterusher, ai quali va necessariamente aggiunta anche la sua più recente esperienza fototestuale, Leggenda privata. Si tratta rispettivamente di un diario, di un’autobiografia e di un’autofiction, ma per comprenderli a fondo, sarà necessario integrare queste definizioni con riflessioni specifiche sulla loro natura visuale.

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