Virginia Woolf – la scrittrice che nella letteratura in lingua inglese tiene a battesimo il Novecento, e apre al Modernismo; la saggista che in testi critici di profondo acume con libertà immensa riflette sull’arte della fiction, e medita sulla relazione tra l’anima e le forme; l’artista che grazie all’accorto uso della lingua costruisce mondi di visione, così come i pittori creano mondi di pensiero con il colore e il pennello – Virginia Woolf è al centro di Bloomsbury. È in quel contesto a lei proprio, congeniale, nativo, che ve la presentiamo qui, a Palazzo Altemps. Perché è in quell’habitat che la sua avventura espressiva trovò la linfa che la portò a fiorire, e a fruttare in opere di meravigliosa fattura e di straordinaria bellezza e profondità.
Se ciò accadde a Bloomsbury, e cioè in un quartiere di Londra che all’epoca, agli inizi del Novecento, non era né particolarmente elegante, né ricercato, anzi, un po’ délabré, fu perché lì vicino c’era (c’è) la stazione di King’s Cross, da cui partono i treni per Cambridge. Per raggiungere il Trinity College, dove Adrian e Thoby Stephen studiavano. E ancora più vicina la British Library, e il British Museum. E la Slade School of Fine Art. Insomma, sarà stato un quartiere povero, ma dal punto di vista di ciò che interessava agli orfani Stephen, Bloomsbury era l’ombelico del mondo [figg. 1-2].