Il 13 febbraio 1809 alla Pinacoteca di Brera giunge un’opera arrotolata «disgraziatamente strapazzata dagli imperiti che ne fecero lo stacco».[1] È l’imponente tela di oltre venti metri quadrati, rimossa dalla sua sede originaria, la Scuola Grande di San Marco – in seguito alla soppressione napoleonica di numerosi edifici di culto veneziani e all’abolizione delle stesse Scuole – e trasferita a Milano, dove è tuttora conservata.
Nella Predica di San Marco ad Alessandria d’Egitto al centro della composizione non è, soltanto, un episodio saliente della vita del Santo eponimo della Scuola. Protagonista è lo spazio: la piazza è – dovrebbe essere – la piazza centrale di Alessandria; la chiesa è – dovrebbe essere – il Tempio di Serapide. Ma la costruzione dello spazio è disegnata in modo che l’immagine richiami immediatamente altro; la scenografia nella quale si svolge l’azione è un capolavoro di simulazione in cui l’allegoresi si ibrida con la citazione. È Venezia, è una piazza San Marco trasfigurata, ma non è Venezia: è anche Alessandria, ma è anche Costantinopoli, la seconda Roma di cui Venezia si vuole erede.
L’area marciana, qui evocata in modo indiretto ma inequivocabile, fornisce le coordinate immaginali per contenuti che trasfigurano le architetture reali e trascendono gli stessi modelli ideali.
1. Il topos di Venezia come seconda Roma