4.1. Intervista a Rosanna Cappelli

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Fondata nel 1945, la casa editrice Electa ha impresso una traccia di rilievo nel panorama culturale italiano ed europeo. Oggi, nel celebrare il suo ottantesimo anniversario, Electa non si limita a guardare al passato, ma si reinventa e propone nuovi intrecci tra i saperi umanistici. Lungo il filo conduttore rappresentato dall’apertura al dialogo con il linguaggio letterario, in questa conversazione che ha avuto luogo il 20 giugno 2025, Rosanna Cappelli, amministratrice delegata di Electa, ripercorre la storia e l’identità della casa editrice, ricorda alcuni tra i progetti più recenti e regala ai lettori e alle lettrici interessanti anticipazioni sulle iniziative future.

 

Corinne Pontillo: Le chiederei innanzitutto qual è la vocazione primaria di Electa e quali sono le sue linee editoriali?

 

Rosanna Cappelli: Electa ha una storia molto lunga, è stata fondata nel 1945, immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, con l’intento di salvaguardare, di valorizzare e di restituire alla conoscenza pubblica il patrimonio storico-artistico italiano. Fu Bernard Berenson il mentore della casa editrice, che ha quindi ottant’anni di storia; ottant’anni costellati da una moltitudine di cataloghi, di libri. Possiamo dire che Electa ha segnato la storia dell’arte, dell’architettura e del design in Italia e anche nella cultura europea, perché nel corso del tempo sono state davvero innumerevoli le pubblicazioni.

Oggi, per festeggiare l’ottantesimo compleanno della casa editrice, stiamo pubblicando i Pesci d’oro – una variazione della storica collana dei Pesci rossi – mossi dalla volontà di rendere omaggio a Vanni Scheiwiller e alla sua celebre serie All’insegna del pesce d’oro. Una di queste proposte è il volume Electa editore. Dal 1945 ottant’anni di grafica e cultura visiva di Carlo Vinti e Stefano Faoro, operazione ambiziosa che mira a ricostruire la storia di Electa attraverso le copertine e la grafica, elementi che sono stati e continuano a essere fra i vanti e i tratti distintivi della casa editrice. Abbiamo dovuto fare una selezione, ma vedere tutti i titoli pubblicati finora disposti in sequenza è stato davvero impressionante.

 

C.P.: Electa nasce con una forte impronta artistica, ma arriverà a proporre delle forme di attraversamento dei linguaggi piuttosto innovative…

 

R.C.: Electa è soprattutto una casa editrice d’arte, architettura e design. A partire dalla fine degli anni Novanta si è sviluppato moltissimo anche l’interesse per l’archeologia, grazie ai servizi al pubblico offerti nei musei. Io stessa sono stata assunta come archeologa, perché la casa editrice aveva vinto un’importante gara ai Fori Imperiali e al Colosseo.

Da quel momento Electa ha proposto una serie di pubblicazioni a carattere archeologico, ma anche mostre e progetti di valorizzazione del patrimonio archeologico che prima di allora non avevano impegnato la casa editrice, che presentava un impianto storico-artistico più tradizionale.

Circa vent’anni dopo, con la pausa obbligata del Covid la casa editrice ha iniziato a riflettere su alcuni aspetti. La pandemia ha dato a tutti noi la sensazione che ci saremmo trasformati, che saremmo cambiati, che avremmo fatto cose nuove. Ecco, forse la stanchezza accumulata negli anni precedenti sui progetti, sulle mostre ripetitive e un po’ ossidate che si stavano susseguendo a ritmi troppo intensi, l’omologazione, per così dire, del fare e del praticare la storia dell’arte in questo Paese ci ha spinto a riflettere su come innovare e in quale direzione.

Da questo punto di vista, guardando al Novecento come al secolo della modernità – e come il secolo prevalente per le nostre pubblicazioni e per le nostre mostre – abbiamo pensato che fosse giunto il momento di ricongiungere la storia dell’arte con la letteratura, ma anche con la musica, con il design: ci siamo mossi, insomma, nella direzione di un congiungimento delle arti cosiddette umanistiche non soltanto visive, come sono riusciti a fare i francesi per la loro modernità. Invece in Italia tutto questo si era perso, sebbene ci sia stato un vivo connubio tra letterati e artisti, negli anni Cinquanta e anche nei decenni successivi, fino agli anni Settanta. Pensiamo a Calvino, a Sciascia, a Vittorini, a Moravia, ma anche ai pittori che scrivevano e agli scrittori che dipingevano.

Abbiamo quindi pensato che fosse giunto il momento di restituire valore alle figure che Lea Vergine definiva ‘eccentriche’, che non avevano una sola specializzazione – come Alberto Savinio – e meritavano di essere riscoperte. A queste figure abbiamo dedicato la collana di monografie A-Z, articolata in lemmi, in voci, che possano esprimere una polifonia di saperi, di conoscenze, di applicazioni [fig. 1].

Ci siamo inoltre cimentati nell’allestimento di una grande mostra nel centenario della nascita di Calvino, Favoloso Calvino. Una mostra su uno scrittore, dunque, ma non una mostra documentaria in senso tradizionale: è vero che Calvino ‘pensava per immagini’ ed era molto vicino al mondo dell’arte, ma l’esposizione è stata per noi il primo tentativo di trasformazione di una mostra letteraria in una grande mostra d’arte [fig. 2].

 

C.P.: Vorrei chiederle di soffermarsi proprio sul crescente interesse manifestato negli ultimi anni dalla casa editrice nei confronti della letteratura e della letteratura ‘esposta’. L’originale collana A-Z accoglie volumi su diversi autori e autrici, tra cui lo stesso Alberto Savinio, ma anche Gianni Rodari, Virginia Woolf, Italo Calvino, Goliarda Sapienza. L’organizzazione di importanti mostre come Favoloso Calvino (Roma, Scuderie del Quirinale, 13 ottobre 2023-4 febbraio 2024), appunto, o Calvino cantafavole allestita presso il Palazzo Ducale di Genova (15 ottobre 2023-7 aprile 2024), per rimanere nell’ambito delle iniziative legate al centenario calviniano, è stata puntualmente accompagnata dalla pubblicazione dei relativi cataloghi. Dal vostro punto di vista, quale funzione riveste la letteratura?

 

R.C.: In Italia le mostre che hanno maggior successo sono quelle dedicate alle avanguardie del Novecento, il secolo in cui le arti si sono incontrate e hanno cercato di collaborare. Anche noi abbiamo voluto restituire quello sguardo collettivo, sociale e politico dell’arte che ha caratterizzato il Novecento. E quindi, abbiamo provato a introdurre nelle mostre il contesto. Capisco che è un’attitudine ‘archeologica’, perché gli archeologi, dovendo lavorare per frammenti, devono cercare di tenere insieme tutti i frammenti e di ricostruire un contesto che non esiste più. In maniera analoga, una mostra d’arte con i soli quadri appesi, che non consente di comprendere come nasce quell’arte e in quale contesto politico, istituzionale e sociale, quali sono le frequentazioni e i modelli dell’artista, anche in relazione alle altre discipline, è una mostra incompleta.

Il ricorso alla letteratura diviene quindi un modo per superare quella sorta di dilettantismo della divulgazione che forse è anche il prodotto della mescolanza, in Italia e non solo, della cultura con il turismo. A forza di semplificare, si corre il rischio di banalizzare, quindi ci interessa restituire alla divulgazione un valore alto, non semplice, complesso com’era la realtà di quegli artisti, e com’è la realtà attuale; ci interessa, insomma, una divulgazione sofisticata, ma molto estesa.

 

C.P.: Vorrei adesso proporle di passare a uno dei vostri ultimi progetti, Penelope. Nato dalla collaborazione tra Alessandra Sarchi e Claudio Franzoni, dunque tra una scrittrice e uno storico dell’arte, il progetto ha visto l’allestimento di una mostra al Parco archeologico del Colosseo (19 settembre 2024-12 gennaio 2025) e la pubblicazione nel 2024, sempre con la curatela di Sarchi e Franzoni, di un volume che il sito ufficiale di Electa descrive come un testo «destinato a rimanere in libreria ben oltre l’occasione espositiva, poiché è la prima, necessaria monografia su una delle figure più celebri del mito, la cui fortuna letteraria è pari a quella legata alla sua rappresentazione visiva». Non si tratta quindi di un semplice catalogo, ma di un volume autonomo, con un impianto marcatamente intermediale…

 

R.C.: Qui la passione per l’archeologia, che fa parte della nostra formazione più specifica e autentica, ogni tanto riemerge e insieme a questo sentimento di affezione rinasce anche la volontà di ‘de-archeologizzare’ l’archeologia e di superare la cosiddetta ‘poetica del coccio’, e di restituire all’antichità uno sguardo contemporaneo [fig. 3].

Penelope nasce all’interno di un progetto editoriale molto più ampio che Electa sta perseguendo con la sua neonata fondazione culturale Fondamenta. Il progetto si chiama Esistere come donna ed è dedicato a figure femminili di tutte le epoche che si sono affermate per la loro creatività, per la loro vivacità, per il progresso che hanno saputo imprimere alla disciplina alla quale si sono dedicate.

Abbiamo realizzato anche la collana Oilà, ispirata a figure femminili moderne e contemporanee, e abbiamo pensato di sviluppare dei percorsi su una trilogia celebre: a Penelope seguiranno Saffo e Antigone. È una trilogia di figure archetipiche dell’antichità, che hanno avuto un significato di primaria importanza anche per la cultura a venire, compresa quella contemporanea, pensiamo alla cinematografia, ma anche alla letteratura, alla narrativa [fig. 4].

Così è nata Penelope, con l’idea di restituire uno sguardo contemporaneo al suo mito. Nell’ottica di una contestualizzazione contemporanea, abbiamo anche reso omaggio a Maria Lai e alla sua arte del cucito, che in qualche modo richiama la paziente azione di tessitura di Penelope.

Abbiamo voluto dare anche al volume un’impronta contemporanea e al tempo stesso gioiosa. L’illustrazione, a questo proposito, ha giocato un ruolo fondamentale. Abbiamo infatti utilizzato le immagini di un’illustratrice londinese, Nathalie Lees, non le classiche fotografie di un’opera antica o di un reperto. E lo stesso vale per la grafica; il grafico Francesco Franchi, che è anche l’Art Director di Repubblica, ha lavorato a un’impaginazione che fa somigliare il libro a un magazine.

Abbiamo cercato di restituire al libro una vita lunga. Il mito di Penelope sarà eterno… il libro magari non lo sarà, però sarebbe bene che durasse molto di più della sola mostra.

 

C.P.: Un’ultima curiosità: se dovesse pensare alle direzioni future di Electa, ritiene che le esposizioni letterarie e lo studio della letteratura in chiave interdisciplinare troveranno ancora spazio nei vostri progetti editoriali?

 

R.C.: Assolutamente sì, stiamo lavorando a due mostre significative da questo punto di vista. Nel 2026 realizzeremo Novecento di Bertolucci, in occasione dei cinquant’anni del film. Anche questo sarà un battesimo per Electa, perché sarà una mostra dedicata a un regista e a un film, o meglio, a un’opera mondo, intrisa di arte, di letteratura, di politica.

Poi stiamo lavorando per il 2027 a una mostra su Gianni Celati, come scrittore, ma anche come amico dei fotografi, cineasta e ‘camminatore’ legato alla sua terra, in una dimensione locale ma allo stesso tempo cosmopolita, internazionale. Ci piace l’idea di recuperare il clima magico dell’Emilia di quegli anni, in cui sono state attive figure come Tondelli, Celati, Ghirri.

Quindi sì, continuiamo e resistiamo. E ci terrei ad aggiungere un’ultima cosa: le parole non riescono quasi mai ad esprimere ciò che ci ha portato l’elemento di novità rappresentato dall’apertura ad altri linguaggi che non siano quelli strettamente artistici e figurativi. Ci ha portato a conoscere delle persone, degli studiosi, degli ambienti veramente straordinari e la sensazione di imparare ancora come se fosse la prima volta è abbastanza impagabile. Ne siamo davvero felici.