Categorie



Questa pagina fa parte di:

Abstract: ITA | ENG

Un bassorilievo della Marciana, attribuito alla scuola sansoviniana, presenta Prometeo intento ad animare il primo uomo con la torcia celeste, dotato di ali. L’inedito attributo, allotrio rispetto alla tradizione, invita a gettare uno sguardo nel panorama della vicina produzione artistica a soggetto mitologico e a soffermarsi soprattutto sugli esempi figurativi proposti da Zelotti negli affreschi di due ville palladiane. In questa reincarnazione, diramata in un particolare contesto storico e geografico, Prometeo si cristallizza con l’ornamentazione delle ali: se il tema di base rimane lo stesso, il movimento innovativo mette in evidenza un nuovo ritmo semantico, dettato dal cortocircuito iconografico con il Tempo.

A bas-relief in the Marciana, attributed to the School of Sansovino, shows Prometheus, equipped with wings, intent on animating the first man with a celestial torch. This unusual attribute, diverging from tradition, suggests analysing the panorama of nearby artistic production on mythological subjects and dwelling on Zelotti’s frescoes in two Palladian villas. In this reincarnation, spread in a particular historical and geographical context, Prometheus is crystallised with the ornamentation of wings. While the theme remains the same, the innovative movement emphasises a new semantic rhythm, originating from the iconographic overlap with Time.

Nell’arco di Phanes del «più ricco et ornato edificio che forse sia stato fatto dagli antichi in qua»,[1] come ebbe a dire Palladio nel Proemio al primo dei Quattro libri dell’architettura, ossia della Libreria Marciana di Venezia, un bassorilievo raffigura Prometeo in atto di animare il primo uomo, attribuito alla Scuola di Sansovino.[2] Datato tra il quarto e il sesto decennio del Cinquecento, presenta un curioso attributo, raro e inedito: Prometeo è alato.

La singolare iconografia dell’evento, divergente dai paradigmi antichi,[3] è passata in sordina, oppure è stata affrontata lasciando aperto il quesito, per cui deriverebbe da una fonte circolante in ambito veneto non ancora riconosciuta.[4]

Secondo la lezione di Panofsky, le immagini si delineano come raffigurazioni convenzionali, depositarie di significati variabili in base al contesto, pertanto nell’interpretazione iconologica è necessario identificare con precisione, prima di tutto, i motivi, per poi ragionare sulle composizioni attivate.[5] Non resta allora che dinamizzare le ipotesi, proponendo qualche tenue tentativo di passage dall’immanente al contestuale, dal fattuale all’intrinseco, limitato ai casi distintivi.

Fu rilevante per il mutamento del clima artistico veneziano l’arrivo in laguna di Jacopo Tatti detto il Sansovino, dileguatosi dal sacco di Roma. Formatosi nell’entourage di Bramante, Raffaello e Peruzzi, giunge a Venezia già celebre e pienamente inserito nell’élite intellettuale. Nel giro di pochi anni mitiga superbamente le esperienze romane e fiorentine dell’Alto Rinascimento con le esigenze locali. Giovando della mediazione artistica e soprattutto politica di Pietro Aretino e del cardinale Grimani, riesce a sollecitare il cambiamento che avverrà dopo gli anni Trenta nel panorama artistico veneziano, complici anche la morte di molti artisti lagunari a causa della peste e l’emigrazione di altri. Già nel 1523 era stato convocato per una consultazione in merito al rinforzo delle cupole di San Marco e in soli due anni arriva a rivestire la massima carica, divenendo proto della Procuratoria di San Marco de supra. Il 6 marzo 1537 l’approvazione del Senato e il voto unanime dei procuratori segna l’avvio della costruzione della Libreria,[6] secondo il progetto di quel «banditore del gusto tosco-romano, ammiratore convinto di quel decorativismo postraffaellesco che era stato uno dei coefficienti più attivi della visione manieristica».[7] In questo momento la Repubblica, considerata lo stendardo della libertà dell’Italia, stava elaborando il proprio mito, e la grandiosa commissione pubblica, sorta come solenne repositorio della ricca biblioteca personale del cardinale Giovanni Bessarione, donata alla Serenissima nel 1468, e come sede illustre della Procuratoria, si iscriveva perfettamente nella nuova imago urbis desiderata dal doge Gritti e dall’establishment.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →