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La messinscena dell’Edipo a Colono diretta da Robert Carsen per il Teatro Greco di Siracusa, rappresentata dal 10 maggio al 28 giugno 2025, propone una riflessione intensa e visivamente potente sulla finitudine e fallibilità dell’essere umano. Attraverso una regia sobria e simbolica, Carsen mette in scena un Edipo segnato dalla cecità fisica ma capace di una nuova forma di conoscenza interiore, in un paesaggio rituale sospeso tra natura, morte e rinascita. Il presente contributo analizza la costruzione visuale dello spettacolo, con particolare attenzione al rapporto tra luce e ombra, visibile e invisibile, sguardo e sapere, restituendo il valore politico, poetico e antropologico della tragedia sofoclea nella sua rimediazione contemporanea.

The staging of Oedipus at Colonus directed by Robert Carsen for the Teatro Greco in Syracuse, performed from May 10 to June 28, 2025, offers a profound and visually compelling reflection on the finitude and fallibility of the human condition. Through a restrained and symbolic direction, Carsen presents an Oedipus marked by physical blindness yet endowed with a new form of inner knowledge, set within a ritual landscape suspended between nature, death, and rebirth. This contribution analyzes the visual construction of the production, with particular emphasis on the relationship between light and shadow, the visible and the invisible, gaze and knowledge, thereby highlighting the political, poetic, and anthropological significance of Sophocles’ tragedy in its contemporary remediation.

 

Ζεῦ πάτερ á¼€λλá½° σὺ ῥῦσαι ὑπá¾½ ἠέρος υá¼·ας Ἀχαιá¿¶ν,

ποίησον δá¾½ αá¼´θρην, δὸς δá¾½ á½€φθαλμοá¿–σιν á¼°δέσθαι:

ἐν δá½² φάει καá½¶ ὄλεσσον, ἐπεί νύ τοι εá½”αδεν οὕτως.

Zeus padre libera tu dalla nebbia i figli degli Achei;

fai il sereno, permetti agli occhi di vedere:

portaci pure la morte, ma alla luce, se è la tua volontà

Omero, Iliade, libro XVII, vv. 645-647


 

Nel canto XVII dell’Iliade, la battaglia infuria attorno al corpo di Patroclo, caduto per mano di Ettore. Gli Achei, privati del loro eroe e incalzati dalla ferocia dello scontro, combattono per impedire lo scempio, mentre i Troiani premono con violenza crescente. È in questo contesto che Aiace, di fronte alla caligine divina scesa sul campo – una nebbia fitta, inviata da Zeus stesso per confondere i combattenti – rivolge la sua preghiera al dio.

Aiace non invoca la salvezza, ma la luce: chiede a Zeus non di risparmiare la vita agli Achei, ma di disperdere la nebbia, di restituire la chiarezza del cielo, la visibilità del campo, l’accesso allo sguardo. In questo passaggio potentemente simbolico dell’Iliade, l’eroe esprime un principio fondamentale dell’immaginario antico: combattere al buio è disonorevole, morire nella luce è invece accettabile, persino desiderabile.

La supplica di Aiace, nella sua apparente semplicità, racchiude una potente metafora della visione, fulcro della cultura greca arcaica e classica. La luce non è qui solo condizione materiale della visione, ma valore etico: è ciò che consente all’azione di essere visibile, conoscibile, giudicabile. In altre parole, è la luce a garantire la narrabilità dell’evento umano, a renderlo parte della memoria collettiva. Il buio, al contrario, è il luogo del disordine, dell’ignoto, dell’informe. Morire nella luce è ancora morire da eroe; perire nell’oscurità significa invece essere esclusi dallo sguardo e dunque dalla narrazione.

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