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Nel provino Lucia Bosè rivelò un’aria fosca e conturbante, giustissima. E quando […] cominciammo a metterle addosso abiti di alta sartoria e gioielli veri, si trasformò in uno splendore. […] Aveva 19 anni, era meravigliosa, non si poteva non innamorarsene.

Michelangelo Antonioni

 

Guarda il cielo. C’è una costellazione che ha nome «Cavaliere»? […]

Anche la congiunzione astrale inganna.

Pure, per qualche istante ci rallegri

credere alla figura. Questo basta.

Rainer Maria Rilke

 

 

Inizia così, in un giorno ‘troppo bianco’ per essere vero, la favola della piccola Lucia Borlani, nata in una famiglia contadina di San Giuliano Milanese e destinata a diventare, con il nome di Lucia Bosè, una delle stelle più fulgide nel firmamento del cinema popolare italiano degli anni Cinquanta. Una stella dell’Orsa Minore, a voler essere precisi, tenendo conto della collocazione siderale attribuita a Bosè da Stefano Masi ed Enrico Lancia nella loro personalissima galleria delle dive più importanti del secondo dopoguerra, elaborata sulla base di una semi-seria tassonomia astronomica. Ammesso che abbia senso interrogarsi sui criteri di gusto in base ai quali certe attrici figurano in una determinata costellazione anziché in un’altra – sarebbe un gioco fin troppo lezioso –, l’unica considerazione spendibile potrebbe, forse, riguardare un’evidenza strutturale che rimanda direttamente alla forma degli astri: l’Orsa minore o Piccolo carro ripropone il medesimo schema stellare delineato dall’Orsa maggiore, ma in scala ridotta; si tratta di una costellazione che somiglia ad un’altra, di un’identità che si definisce a partire da un’alterità, di un qualcosa che, allo stesso tempo, ‘è e non è’. Ed è proprio questa particolare tensione dinamica tra polarità mobili, tra differenze proporzionali, tra realtà e apparenza, a contraddistinguere il percorso cinematografico (e umano) di Lucia Bosè, per quanto concerne la fase aurorale della sua carriera di attrice, che coincide in definitiva con l’affermazione del suo astro divistico attraverso le collaborazioni con registi come Giuseppe De Santis (Non c’è pace tra gli ulivi, 1950, e Roma ore 11, 1952), Luciano Emmer (Parigi è sempre Parigi, 1951, e Le ragazze di Piazza di Spagna, 1952) e Michelangelo Antonioni. È il regista di Ferrara, in particolare, a plasmarne l’immagine cinematografica di «diva divina» (come viene definita dalla sua biografa spagnola, Begoňa Aranguren) e a fissarla nell’immaginario iconografico del decennio, affidandole il ruolo della protagonista in due film molto importanti: Cronaca di un amore (1950) – il primo lungometraggio di Antonioni – e La signora senza camelie (1953). Si deve partire senz’altro da quest’ultimo titolo per iniziare a tratteggiare i contorni di un ideale profilo di Lucia Bosè, perché in esso è racchiusa l’essenza del mistero che ammanta la sua figura di attrice e di donna, mistero che può essere inscritto in un interrogativo tanto banale quanto fondamentale (soprattutto se ci si sta muovendo in un contesto dai richiami evidentemente melodrammatici): cosa significa ‘non avere’ camelie?

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La dimensione dell’attorialità quale luogo di emersione di istanze sensibili di un panorama socio-culturale trova oggi nutrimento nell’intersezione tra i cambiamenti intervenuti nel tessuto sociale italiano degli ultimi decenni, a fronte dei fenomeno della globalizzazione e dei flussi migratori, e le istanze di alcuni orientamenti critici o di studio – dal postcolonial ai racial studies – che, animando un dibattito relativamente recente in Italia sollecitato anche dalle dinamiche sopra richiamate, interrogano le ottiche interpretative, i processi memoriali del Paese, le narrazioni della sua Storia e delle sue storie, le rappresentazioni con cui ci interfacciamo con il mondo e le realtà quotidiane.

L’attorialità, nel manifesto rilanciato da Leonardo de Franceschi, tra i più attivi esponenti di tale dibattito, si conferma allora «luogo di lotta» in cui innestare una mirata «politica degli attori» – e delle attrici – che trova momento di sintesi nel contributo contenuto in L’Africa in Italia, per una controstoria postcoloniale del cinema italiano (2013) e slancio operativo nel successivo blog Cinemafrodiscendente, entrambi a cura dello stesso De Franceschi. Raccogliendo il testimone, il film di Fred Kuwornu, BlaxploItalian: 100 Years of Blackness in Italian Cinema che, nella sua forma in progress e definitiva, percorre da alcuni anni festival e rassegne, università e associazioni in Italia e all’estero, verte sul contributo rimosso di attrici e attori afrodiscendenti nel cinema italiano. Al contempo, dà voce alle rivendicazioni di professionisti che si confrontano con chiusure e persistenze della filiera realizzativa nel contesto attuale, tra cui la gestione dei casting e una certa definizione di ruoli e personaggi. BlaxploItalian scandisce una nuova tappa della progettualità di Kuwornu mirante a un’azione di rimodellamento della nozione di ‘cittadinanza’ in Italia, non ultima quella inerente al dominio cinema.

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