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L’articolo presenta un’intervista a Giulia Carluccio, curatrice della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni presso la Galleria Campari (2025). Attraverso il dialogo, si esplorano le strategie di valorizzazione dell’Archivio Campari, inteso come patrimonio industriale capace di dialogare con la visual culture contemporanea. Il nucleo centrale riguarda il legame tra la comunicazione del brand e il divismo cinematografico (1900-1960), analizzato come «mito a bassa densità» che unisce società, cultura, arti e immaginario. L’intervista approfondisce la natura intermediale del percorso espositivo, in cui documenti d’archivio, opere di artisti, e materiali di consumo delineano una cartografia mediale della cultura di massa. Emerge così una riflessione sulla capacità di Campari di anticipare e interpretare le dinamiche della comunicazione e dello star system internazional

The article features an interview with Giulia Carluccio, curator of the exhibition Red Carpet: il cinema dei sogni at Galleria Campari (2025). Through this dialogue, the strategies for enhancing the Campari Archive are explored, viewing it as industrial heritage capable of interacting with contemporary visual culture. The core focus is the link between the brand’s communication and film stardom (1900-1960), analyzed as a «low-intensity myth» bridging society, culture, arts and the imaginary. The interview delves into the intermedial nature of the exhibition, where archival documents, works by artists, and consumer ephemera outline a mediological cartography of mass culture. Thus, a reflection emerges on Campari’s ability to anticipate and interpret the dynamics of communication and the international star system

Galleria Campari si distingue per una politica espositiva accorta e raffinata, che mira a valorizzare i materiali d’archivio in un’ottica culturale larga, in grado di accogliere suggestioni e pratiche in equilibrio variabile tra linguaggi diversi. In vista dell’ormai imminente inaugurazione della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 (Gallerie Campari, 23 ottobre 2025-2 giugno 2026), la redazione di «Arabeschi» ha incontrato la curatrice Giulia Carluccio per provare a ragionare intorno alle premesse dell’allestimento, ricavando preziose chiavi di accesso al perimetro delle sale.

 

 

Stefania Rimini: Andrea Pinotti e Antonio Somaini definiscono le immagini innanzitutto come «atti sociali»,[1] ricordandoci quanto ogni forma di riproduzione del reale sia l’esito di specifiche condizioni ambientali. Il marchio Campari, del resto, sulla relazione tra immagini, media e dispositivi ha costruito la propria reputazione industriale, confermando nel tempo una vocazione pionieristica in ordine al sistema della comunicazione e dell’arte. In che modo il progetto della mostra Red Carpet ha tenuto conto delle referenze sociali dei materiali d’archivio e come ha tentato di combinarle in una prospettiva strettamente ‘visuale’?

 

Giulia Carluccio: Partire dall’Archivio Campari significa attraversare la storia della comunicazione pubblicitaria italiana del Novecento da una prospettiva di primo piano, estremamente innovativa e anticipatrice rispetto ai contesti socioculturali da cui via via trae spunto e che contribuisce a rappresentare e a raccontare. La forza e l’impatto della comunicazione proposta da Campari nel corso di decenni cruciali del Novecento deriva la sua pregnanza proprio dalla precisa intenzione di cogliere e reinterpretare in modo innovativo (e strategico) le dinamiche sociali e culturali in atto, tra movimenti artistici, illustrazione popolare, media emergenti e, in modo sempre più sinergico, mondo del cinema e dell’audiovisivo, in una prospettiva fortemente identitaria per un prodotto Made in Italy aperto alla scena internazionale. Il ricco corpus di documenti visivi e audiovisivi che oggi l’Archivio Campari raccoglie e valorizza nell’esposizione permanente e nelle mostre temporanee, testimonia, nella sua varietà anche tipologica, di una storia di strette relazioni e implicazioni nell’alveo di una più ampia iconosfera in cui comunicazione pubblicitaria, moda, spettacolo, cinema e media rivelano la propria dimensione socio-antropologica e socio-semiotica soprattutto nelle reciprocità e nei riverberi, espliciti o impliciti. Si tratta di una storia che coincide in qualche modo con quella della progressiva costruzione di un’industria culturale che definisce via via iconografie riconoscibili, forme simboliche, figure che rivelano il ‘visibile’ di un’epoca, nell’accezione sociologica proposta da Pierre Sorlin. Proprio nell’intento di evocare i contorni di questa iconosfera, il concept della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 identifica la sua cartina al tornasole, il suo pivot, nelle relazioni tra l’universo della comunicazione Campari (da inizio del Novecento all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso) e il fenomeno del divismo cinematografico, come luogo esemplare di convergenze, sintesi e rimediazioni di stili e generi, istanze culturali e sociali, desideri, consumi e aspirazioni, nazionali e sovranazionali.

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[E]verything is illuminated in the light of the past. It is always along the side of us, on the inside, looking out. Like you say, inside out.

Liev Schreiber, Everything is Illuminated (Screenplay)

«“Compagno, chi è l’ultimo?” “Forse io, ma dietro di me c’è anche una signora con un cappotto blu”». Con questo scambio di battute, che apre il primo romanzo di Vladimir Georgievič Sorokin Očered’ (La coda, 1983), il lettore si trova subito catapultato in una delle più tipiche situazioni della quotidianità sovietica: fare la fila. Per cosa? Alle volte, nemmeno i personaggi, così come le persone nella vita reale, lo sapevano. Ma si stava in coda comunque, perché se questa si era formata c’era un valido motivo, e dunque esisteva una ragione per attendere. Con l’immancabile ‘avos’ka’ (‘borsa a rete’) in mano, si aspettava il proprio turno per comprare il latte, il pane, la ‘vobla’ (‘pesce essiccato’), il ‘farš’ (macinato utilizzato per polpette o per altre ricette). Accanto a inossidabili vecchietti le cui giacche erano (e sono, in rarissimi casi, ancora oggi) letteralmente invase da distintivi di ogni genere, si stava in piedi per ore per acquistare anche altre cose, come le ‘papirosy’ (‘sigarette’), la vodka (o, in assenza di questa, anche i profumi Krasnaja Moskva, Šipr o Trojnoj odekolon potevano andar bene), la ‘tualetnaja bumaga’ (‘carta igienica’), o i quasi indistruttibili ‘granenye stakany’ (‘bicchieri a faccette’). Un dato certo relativo al periodo sovietico prima, e alla perestrojka poi, è che in Urss vi era una penuria cronica di articoli di prima necessità. Il cibo e gli oggetti necessari nella vita quotidiana erano spesso assenti, e proprio per questo, quando invece c’era disponibilità, si creavano code infinite.

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