In Italia le pratiche artistiche performative entrano precocemente nei contesti istituzionali, dalla Biennale di Venezia – dal 1966 come spontanee infiltrazioni, ma nelle edizioni degli anni Settanta già all’interno di proposte curatoriali – alla Galleria d’Arte Moderna di Torino (1967) e al Museo Civico Archeologico di Bologna (1970), e con maggiore frequenza nella seconda metà della decade, in particolare in realtà civiche esordienti oppure di nuovo corso, come nella neonata Galleria d’Arte Moderna di Bologna (dal 1975 in avanti), nella diffusa proposta culturale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara (dal 1977) o ancora alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Ancona (1979), per citare solo alcuni tra i casi più noti,[1] che spaziano dagli interventi all’interno di esposizioni temporanee a rassegne dedicate.
Quasi a conclusione di questa stagione, in cui soprattutto le istituzioni civiche si sono mostrate ricettive e permeabili, perfino l’allora unico museo statale dedicato esclusivamente all’arte del XIX e XX secolo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ospita una singolare rassegna di performance, proposte più che da artisti visivi da gruppi del nuovo teatro: Paesaggio metropolitano. Nuova performance, Nuova spettacolarità, curata da Giuseppe Bartolucci, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma. Tra gennaio e febbraio 1981, soprintendente Giorgio De Marchis, nella sala conferenza del museo si alternano gli interventi performativi, previsti alle 19.30 nei giorni feriali, e comunicazioni e dibattiti la domenica mattina, in continuità con un’attività didattica definita da tempo,[2] Le reazioni critiche sottolineano l’importanza di intercettare un pubblico diverso da quello dei teatri sperimentali, soprattutto per l’effetto di «beatificazione»[3] garantito dalla cornice museale.