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Abstract: ITA | ENG

Partendo da alcune iniziali presenze della performance art nella programmazione culturale delle istituzioni museali italiane, alla fine della stagione di affermazione delle ricerche artistiche basate sul corpo, il saggio si concentra sulla scena romana. In particolare, attraverso l’analisi delle mostre e delle collezioni dei due principali musei d’arte contemporanea, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e il MAXXI, si indagheranno i modi in cui, tra fine del XX secolo e inizi XXI, tale pratica artistica oramai canonizzata si sia infiltrata e sia stata accolta negli spazi museali e che tipo di problemi essa ponga, anche in relazione alle strategie di documentazione, conservazione, fruizione e valorizzazione. Se nel caso della GNAM si può parlare soprattutto di occasioni espositive – di rilevante portata storiografica vista l’autorevolezza della sede – la diversa vocazione del MAXXI ha permesso alcune prime vere e proprie acquisizioni di interventi performativi. Inoltre, nel giro di poco più di un decennio di attività, il MAXXI ha anche riproposto nel display espositivo tali materiali e la loro sfaccettata sedimentazione documentaria, consolidando la presenza delle esperienze performative nel ventaglio delle espressioni artistiche dell’arte contemporanea. Attraverso alcuni esempi recenti che coinvolgono tale museo si rifletterà sulle sollecitazioni critiche e teoriche che le procedure messe in campo dall’istituzione pongono all’opera performativa nella sua dialettica tra permanenza e variazione, tra partitura e alea, tra soggettività autoriale e figure delegate.

Starting from some early presence of performance art in the cultural programming of Italian museum institutions at the end of the season of affirmation of body-based artistic research, the essay focuses on the Roman scene. In particular, through the analysis of the exhibitions and collections of the two main museums of contemporary art, the Galleria Nazionale d’Arte Moderna and MAXXI, it will investigate the ways in which, between the end of the 20th century and the beginning of the 21st, this now canonized artistic practice infiltrated and was received in museum spaces and what kind of problems it poses, also in relation to strategies of documentation, preservation, fruition and valorization. While in the case of GNAM one can speak primarily of occasions for exhibition – of relevant historiographical significance given the venue’s authority – MAXXI’s different vocation allowed for some of the first acquisitions of performative interventions. In addition, within a little more than a decade of activity, MAXXI has also repurposed performances with their multifaceted documentary sedimentation in the exhibition display, consolidating the presence of such experiences in the range of artistic expressions of contemporary art. Through some recent examples involving this museum, we will reflect on the critical and theoretical stimuli that the procedures activated by the institution transmit to the performative work in its dialectics between permanence and variation, between score and alea, between authorial subjectivity and delegated figures.  

In Italia le pratiche artistiche performative entrano precocemente nei contesti istituzionali, dalla Biennale di Venezia – dal 1966 come spontanee infiltrazioni, ma nelle edizioni degli anni Settanta già all’interno di proposte curatoriali – alla Galleria d’Arte Moderna di Torino (1967) e al Museo Civico Archeologico di Bologna (1970), e con maggiore frequenza nella seconda metà della decade, in particolare in realtà civiche esordienti oppure di nuovo corso, come nella neonata Galleria d’Arte Moderna di Bologna (dal 1975 in avanti), nella diffusa proposta culturale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara (dal 1977) o ancora alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Ancona (1979), per citare solo alcuni tra i casi più noti,[1] che spaziano dagli interventi all’interno di esposizioni temporanee a rassegne dedicate.

Quasi a conclusione di questa stagione, in cui soprattutto le istituzioni civiche si sono mostrate ricettive e permeabili, perfino l’allora unico museo statale dedicato esclusivamente all’arte del XIX e XX secolo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ospita una singolare rassegna di performance, proposte più che da artisti visivi da gruppi del nuovo teatro: Paesaggio metropolitano. Nuova performance, Nuova spettacolarità, curata da Giuseppe Bartolucci, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma. Tra gennaio e febbraio 1981, soprintendente Giorgio De Marchis, nella sala conferenza del museo si alternano gli interventi performativi, previsti alle 19.30 nei giorni feriali, e comunicazioni e dibattiti la domenica mattina, in continuità con un’attività didattica definita da tempo,[2] Le reazioni critiche sottolineano l’importanza di intercettare un pubblico diverso da quello dei teatri sperimentali, soprattutto per l’effetto di «beatificazione»[3] garantito dalla cornice museale.

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Dagli anni Settanta ai primi anni Duemila, la performance art è entrata nelle collezioni museali prevalentemente tramite altro da sé: fotografie, film, video, e resti di azione. Questi supplementi hanno fornito alla performance una permanenza e una materialità che sembravano mancarle, permettendo la sua commercializzazione, collezione ed esposizione. La centralità del documento per la trasmissione della performance art ha dato origine a un dibattito sulla legittimità di queste rappresentazioni e sulla loro capacità di fissare e tramandare in modo efficace una forma d’arte apparentemente legata a un’esperienza effimera e incorporata. Dall’inizio degli anni Duemila teoriche della performance come Rebecca Schneider e Diana Taylor hanno mostrato che la performance non ha bisogno di documenti per durare, ma può permanere nella sua propria “materia” attraverso una trasmissione corpo a corpo ed essere rimessa in scena. Contemporaneamente influenti musei internazionali hanno iniziato a collezionare performance live e a riflettere su modelli di conservazione dell’arte dal vivo. In questo saggio esamino una dialettica che si manifesta nella trasmissione della performance live. L’ipotesi è che non sia possibile separare nettamente tra performance e documento: la performance live può generare una dialettica tipica della documentazione e oscillare tra tensione all’autenticità, da una parte, e messa in presenza e trasformazione dell’opera, dall’altra.

From the 1970s to the early 2000s, performance art entered museum collections primarily through photographs, films, videos, and relics. These supplementary materials provided performance with a permanence and materiality it was perceived to lack, thus enabling its commodification, collection, and exhibition. The central role of documentation in the preservation of performance art sparked debate about the legitimacy of these representations and their ability to effectively record and convey an art form often understood as inherently ephemeral and embodied. Since the early 2000s, performance theorists such as Rebecca Schneider and Diana Taylor have argued that performance does not require documentation to endure. Instead, it can remain through body-to-body transmission and be reenacted. At the same time, leading international museums have begun collecting live performances and developing new models for preserving live art. This article explores a dialectic that shapes the transmission of live performance. The hypothesis is that a rigid separation between performance and documentation is neither tenable nor productive. Rather, live performance can mirror the dialectic of documentation, oscillating between the pursuit of authenticity and the ongoing transformation of the work. 

 

1. La documentazione della performance tra evidenza e rappresentazione

Tra gli anni Sessanta e Settanta il termine performance art si afferma a livello internazionale come categoria per indicare una serie di pratiche artistiche accomunate dalla loro natura effimera e dalla centralità del corpo vivo dell’artista che esegue azioni spesso in presenza di un pubblico e dà vita, insieme ad esso, a un’esperienza unica e irripetibile. Il carattere temporale e incarnato della performance assume, in un contesto generale di profonda trasformazione dell’arte, una qualità politica: la performance art tenta di sfuggire ai processi di mercificazione e mette in discussione l’idea di opera come oggetto materiale e trasportabile che può essere conservato, collezionato ed esposto. Per lungo tempo e fino ad oggi, una delle strategie principali con cui i musei affrontano questa sfida è quella di conservare e collezionare le performance d’artista attraverso qualcosa di diverso dalle performance stesse: fotografie, film, videotape, residui d’azione – oggetti che offrono alla performance art quella materialità che apparentemente le manca, rendendola compatibile con i paradigmi della conservazione dell’arte. Queste registrazioni, immagini ed artefatti vengono descritti complessivamente, e in parte impropriamente, come documentazione della performance art. Esse non sono l’opera stessa, ma segni e tracce che rimandano all’opera assente, la rappresentano e ne fanno le veci senza però poterla contenere completamente e compiutamente in sé. Tra i numerosi esempi iconici possiamo ricordare le celebri fotografie di Interior Scroll (1975) di Carolee Schneemann realizzate da Anthony McCall, I Like America and America Likes Me (1974) di Joseph Beuys filmato da Helmut Wietz, i constat d’action realizzati da Gina Pane con la fotografa Françoise Masson, le fotografie dei primi lavori di Marina Abramović o, ancora, gli Aktionsrelikte (residui d’azione) di Hermann Nitsch. 

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Vorrei scrivere di un’esperienza che ho vissuto, prima di tutto, con il corpo, e non ci riesco. Raccontare della lettura attraverso la parola scritta è cosa più semplice – l’universo da maneggiare è sempre fatto di aggettivi, verbi, nomi, immateriale che si cerca di restituire nell’impalpabilità della sintassi. Ma provare a rendere intellegibile, cioè comunicabile, un segmento – pur breve e limitato – di vita che si è vissuto, per di più quando ci si è abbandonate a una sensazione di incantamento, può essere paralizzante. Tutto questo per dire che vorrei provare a parlare di una mostra che ha un titolo strano, per chi non è del luogo in cui si svolge, cioè il Museo Sanna (Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico) a Sassari, e che si potrà visitare fino al 30 settembre 2022.

Sulle tracce di Clemente rimane espressione misteriosa, quasi custode di una dimensione fantasmatica destinata a rimanere tale. È vero che all’inizio del percorso espositivo si trova una sorta di ingresso, una camera-ritratto, con tanto di quadro e divanetto finemente intarsiato, di Gavino Clemente, ebanista sassarese vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, considerato inventore del cosiddetto ‘stile sardo’, collezionista di oggetti etnografici della tradizione isolana successivamente donati al museo e al quale, per questo, è stato intitolato il padiglione visitabile – al momento l’unico aperto, in attesa del riallestimento complessivo della collezione permanente. Eppure, di lui ci si dimentica presto, per immergersi nell’immaginario di chi, la mostra, l’ha concepita utilizzando il materiale raccolto da Clemente per creare qualcosa di completamente diverso.

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