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Dagli anni Settanta ai primi anni Duemila, la performance art è entrata nelle collezioni museali prevalentemente tramite altro da sé: fotografie, film, video, e resti di azione. Questi supplementi hanno fornito alla performance una permanenza e una materialità che sembravano mancarle, permettendo la sua commercializzazione, collezione ed esposizione. La centralità del documento per la trasmissione della performance art ha dato origine a un dibattito sulla legittimità di queste rappresentazioni e sulla loro capacità di fissare e tramandare in modo efficace una forma d’arte apparentemente legata a un’esperienza effimera e incorporata. Dall’inizio degli anni Duemila teoriche della performance come Rebecca Schneider e Diana Taylor hanno mostrato che la performance non ha bisogno di documenti per durare, ma può permanere nella sua propria “materia” attraverso una trasmissione corpo a corpo ed essere rimessa in scena. Contemporaneamente influenti musei internazionali hanno iniziato a collezionare performance live e a riflettere su modelli di conservazione dell’arte dal vivo. In questo saggio esamino una dialettica che si manifesta nella trasmissione della performance live. L’ipotesi è che non sia possibile separare nettamente tra performance e documento: la performance live può generare una dialettica tipica della documentazione e oscillare tra tensione all’autenticità, da una parte, e messa in presenza e trasformazione dell’opera, dall’altra.

From the 1970s to the early 2000s, performance art entered museum collections primarily through photographs, films, videos, and relics. These supplementary materials provided performance with a permanence and materiality it was perceived to lack, thus enabling its commodification, collection, and exhibition. The central role of documentation in the preservation of performance art sparked debate about the legitimacy of these representations and their ability to effectively record and convey an art form often understood as inherently ephemeral and embodied. Since the early 2000s, performance theorists such as Rebecca Schneider and Diana Taylor have argued that performance does not require documentation to endure. Instead, it can remain through body-to-body transmission and be reenacted. At the same time, leading international museums have begun collecting live performances and developing new models for preserving live art. This article explores a dialectic that shapes the transmission of live performance. The hypothesis is that a rigid separation between performance and documentation is neither tenable nor productive. Rather, live performance can mirror the dialectic of documentation, oscillating between the pursuit of authenticity and the ongoing transformation of the work. 

 

1. La documentazione della performance tra evidenza e rappresentazione

Tra gli anni Sessanta e Settanta il termine performance art si afferma a livello internazionale come categoria per indicare una serie di pratiche artistiche accomunate dalla loro natura effimera e dalla centralità del corpo vivo dell’artista che esegue azioni spesso in presenza di un pubblico e dà vita, insieme ad esso, a un’esperienza unica e irripetibile. Il carattere temporale e incarnato della performance assume, in un contesto generale di profonda trasformazione dell’arte, una qualità politica: la performance art tenta di sfuggire ai processi di mercificazione e mette in discussione l’idea di opera come oggetto materiale e trasportabile che può essere conservato, collezionato ed esposto. Per lungo tempo e fino ad oggi, una delle strategie principali con cui i musei affrontano questa sfida è quella di conservare e collezionare le performance d’artista attraverso qualcosa di diverso dalle performance stesse: fotografie, film, videotape, residui d’azione – oggetti che offrono alla performance art quella materialità che apparentemente le manca, rendendola compatibile con i paradigmi della conservazione dell’arte. Queste registrazioni, immagini ed artefatti vengono descritti complessivamente, e in parte impropriamente, come documentazione della performance art. Esse non sono l’opera stessa, ma segni e tracce che rimandano all’opera assente, la rappresentano e ne fanno le veci senza però poterla contenere completamente e compiutamente in sé. Tra i numerosi esempi iconici possiamo ricordare le celebri fotografie di Interior Scroll (1975) di Carolee Schneemann realizzate da Anthony McCall, I Like America and America Likes Me (1974) di Joseph Beuys filmato da Helmut Wietz, i constat d’action realizzati da Gina Pane con la fotografa Françoise Masson, le fotografie dei primi lavori di Marina Abramović o, ancora, gli Aktionsrelikte (residui d’azione) di Hermann Nitsch. 

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In Curating Worlds. Museum Practices in Contemporary Literature (Northwestern University Press, 2025) l’autrice, Emma Bond, propone un’indagine accurata delle diverse modalità di interazione, o meglio di ‘curatela’ (curating), che oggi sembrano legare a doppio filo l’universo museale e quello letterario. In questo studio interdisciplinare – che si situa al crocevia tra gli studi letterari, la museologia e le teorie della memoria – l’autrice mette in relazione una serie di pratiche museali con alcune opere letterarie recenti in cui la narrazione si costruisce e sviluppa proprio grazie a dispositivi narratologici affini o, quantomeno, paragonabili a tali pratiche. Muovendo dal presupposto che tanto i musei quanto i testi letterari operino come potenti «storytelling engine[s]» (p. 4), l’autrice esplora le logiche e le strategie narrative che i musei, in particolare quelli memoriali – i cosiddetti «memory-museums» (p. 6) –, condividono con una parte significativa della produzione letteraria contemporanea. La lente attraverso la quale l’autrice si propone di esplorare quest’interazione museo-letteraria è quella della materialità degli oggetti.

Il volume si articola in sei capitoli, incorniciati da un’introduzione e da una conclusione. Ognuno di questi capitoli è dedicato a una specifica pratica museale – collezionare, curare, esibire, archiviare, conservare e restituire – e sviluppa un duplice percorso d’indagine: da un lato, l’autrice esamina come ognuna di queste pratiche venga utilizzata dai musei per elaborare e veicolare narrazioni; dall’altro, analizza le modalità attraverso cui la letteratura contemporanea si sia appropriata di queste pratiche, rivisitandole, ripensandole e talvolta trasformandole. Attraverso un apparato critico ad hoc, ogni capitolo esplora così una specifica modalità di interazione tra universo museale e universo letterario, mostrando come entrambi, attraverso pratiche e linguaggi simili ma pur sempre specifici, contribuiscano alla costruzione e alla trasmissione della memoria, sia essa personale o collettiva. Al centro, ci sono gli oggetti, che di volta in volta vengono analizzati nella loro dimensione materiale di frammenti o feticci, di reliquie o tracce ma anche di scarti o rifiuti che, a volte, sarebbe forse meglio lasciar andare o dimenticare.

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