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Accanto al materiale librario, ai periodici, alle illustrazioni e ad altri memorabilia di carta, la mostra I sensi del giallo. Il corpo (del reato) tra inganno ed evidenza presentava diversi video-montaggi e video-saggi, esposti come semplici proiezioni a parete o come vere e proprie video-installazioni a più schermi. Oltre a offrirsi come contrappunto visivo alla monumentale orizzontalità della sagoma-espositore, questi costruivano altresì un ambiente sonoro capace di ricreare le qualità atmosferiche del giallo italiano. Se in alcuni casi la riproduzione del suono era affidata a dispositivi di fruizione individuale come le cuffie, in altri si è scelto di creare un gioco di corrispondenze aurali su scala ambientale tra le fascinazioni occulte del giallo televisivo e la violenza barocca di quello cinematografico, dove a occupare un più che tensivo primo piano sonoro (sullo schermo e in mostra) non v’era tanto l’intelligibilità della parola quanto la sua paralizzante distorsione.

Ricorrente è stata la logica compositiva che ha valorizzato tanto le rime visive quanto i contrappunti, i contrasti e le consonanze, in un crescendo di tensione che culminava al piano superiore del percorso espositivo con l’installazione di 10/100/1000 modi di finire ammazzati nel giallo italiano. In questo caso si è scelto di valorizzare il ritmo incalzante del montaggio con un display a dieci monitor dove, in un gioco di saturazione e frammentazione, un mosaico di gesti violenti e vocalizzi strazianti rompeva l’oscurità di un ambiente appena ammorbidito da una flebile e perversa luce rossa.

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Interna alla ricerca Prin/2020 Atlante del giallo. Storia dei media e cultura popolare in Italia (1954-2020),[1] la mostra I sensi del giallo. Il corpo (del reato) tra inganno ed evidenza (Milano, Università IULM, Contemporary Exhibition Hall, 14 marzo-10 aprile 2025) proponeva un ‘percorso di indagine’ orchestrato attorno alla figura, ovvia eppure poco indagata, del corpo e dei sensi; un percorso ‘in stato d’allerta’, tra potenziamento e deprivazione sensoriale, che riguarda tanto l’azione criminale quanto le pratiche investigative. Il racconto giallo spesso affida la difficile decifrazione di un enigma al ‘fiuto’ o al ‘sesto senso’ del detective, e ci consegna l’esperienza indicibile del crimine attraverso tracce sensibili, in un sistema di indizi sovente affidato ai sensi, testimoni ingannevoli o acuti di una scena piena di ombre.

La scelta di questa prospettiva, nella ricchezza di riferimenti alla dimensione sensoriale in ognuno degli ambiti indagati, dal cinema al fumetto, dalla televisione alla letteratura, ai periodici e alla fotografia, risponde agli obiettivi generali della ricerca – che ripercorre la storia dei media alla luce degli scambi inter- e transmediali favoriti dal genere giallo, eleggendolo a figura chiave per ricostruire i processi dell’industria culturale del nostro paese – senza esserne tuttavia la piena esibizione. Certo strumento di ampia diffusione, la mostra è stata anche la messa alla prova di un ‘pensiero per immagini’, di analisi delle immagini attraverso le immagini: i tanti video-saggi presenti nell’allestimento consentivano la visione immediata del ricorrere di temi figurativi o schemi narrativi, di luoghi ed oggetti, delle strategie di scrittura visiva della scena del crimine, decostruita e ricostruita nei video montaggi. Molti i materiali d’archivio mostrati: dalla produzione RAI degli anni Sessanta e Settanta al giallo cinematografico o ai ‘Caroselli in giallo’, documenti di una memoria mediale che ancora agisce sul nostro immaginario.

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Non sono un uomo di patria.

Non credo nelle nazionalità.

Nella maggior parte dei casi si tratta

solo di resti distorti del passato.

Georges Simenon

 

 

Otto viaggi di un romanziere è il titolo della mostra, allestita presso il Cinema Modernissimo di Bologna, dedicata a Georges Simenon, visitabile dal 10 aprile 2025 all’8 febbraio 2026 a cura di Gian Luca Farinelli e John Simenon, figlio di Georges e Denyse Ouimet, seconda moglie dello scrittore. Il percorso si snoda secondo un criterio geografico attraverso i luoghi di Simenon, a partire dalla natìa Liège, in Belgio, fino alla Parigi cosmopolita degli anni Venti, passando per gli Stati Uniti, la Svizzera e l’Italia. Varcare la soglia del Modernissimo per visitare la mostra equivale a immergersi in una mappa interiore e sentimentale tanto vasta quanto profonda: ciò che si propone non è una mera esposizione di documenti o reliquie letterarie, ma un’esperienza immersiva, sensoriale, intellettualmente densissima, capace di restituire la complessità di un autore che ha fatto della scrittura un atto di esplorazione radicale dell’umano e delle sue zone d’ombra. Ogni sezione della mostra, orchestrata con rigore filologico e profondità curatoriale, corrisponde a una tappa non solo temporale, ma anche esistenziale, in cui vita e opera si intersecano e si rifrangono l’una nell’altra.

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Il valore del film sta in primo luogo, infatti, nell’abile capacità di rimotivare e rinnovare i topoi della tradizionale combinazione di eros e thanatos, per cui alla femme fatale medusea e assassina si sostituisce il bellissimo misterioso, adescato e adescante: non tanto un serial killer quanto uno sterminatore di ostacoli, dato che i suoi omicidi più che concentrati su un unico tipo di vittima appaiono dettati dall’esigenza di eliminare ciò che si frappone alla realizzazione del proprio desiderio. Laddove Franck appare introverso, gentile, indifeso nella sua bellezza efebica, ma anche irriflessivamente pronto a fidarsi – non vuole usare mai il profilattico, ad esempio – in un misto di stolidità e ingenuità che l’allibito ispettore gli butta in faccia durante uno dei suoi improbabili interrogatori: «Un ragazzo è morto e voi avete continuato a incontrarvi!». In realtà, le motivazioni degli atti e dei gesti dei personaggi rimangono sospese, non dette, tese tra il bisogno di amore e la serialità degli accoppiamenti, destinate a rimanere ai margini di un locus amoenus che lentamente, mano a mano che alle giornate assolate si sostituiscono il crepuscolo e la notte, da Eden della pulsione sessuale si trasforma in spazio perturbante.

Si potrebbe anche scorgere un’allegoria sulla natura compulsiva del desiderio nella società occidentale, ma senza dubbio si fa più giustizia allo Sconosciuto del lago riconoscendogli un interesse squisitamente cinematografico, che in parte risiede nella trasformazione della ‘sessografia’ da elemento esornativo-descrittivo, se non proprio decorativo, a elemento diegetico, indispensabile all’intreccio, come accade ad esempio anche nella Vita di Adele di Abdellatif Kechiche, per citare un film diversissimo, ma nelle sale in questi giorni. Mi riferisco alla capacità di Guirodie di volgere l’esplicitezza delle scene di sesso in una narrazione in levare, geometrica e allusiva: nonostante l’ambientazione in un luogo di battuage e l’esposizione dei corpi, il film è più cerebrale che fisico, effetto a cui contribuiscono sia la luce rarefatta e avvolgente della fotografia sia il ritmo lento e ripetitivo della narrazione, costruito attraverso il prevalente ricorso alla camera fissa nelle scene singolari e alla ripetizione meticolosa delle inquadrature in campo lungo nelle scene iterative. Di qui due corollari: la camera fissa fa sì che noi spettatori ci sentiamo come fossimo presenti alle conversazioni e agli accoppiamenti, nonché agli omicidi, quasi che la prospettiva dell’immagine diventasse una nostra soggettiva voyeuristica. Pertanto, se Henry e l’ispettore, in quanto elementi estranei allo scambio sessuale del luogo, costituiscono la nostra coscienza, anche il grottesco personaggio che vaga nel bosco con il pene in mano sempre pronto a masturbarsi appena vede due che si appartano diventa figura di chi guarda il film. Come a suggerire: non pensare di essere fuori da tutto questo, si parla anche di te! D’altra parte, il quotidiano arrivo di Franck al lago – la macchina che curva e viene poi parcheggiata, lui che cammina nel bosco e giunge alla riva – finisce per costituire il rituale di passaggio dal mondo là fuori a un luogo di staticità oppressiva e ipnotica, che, impregnato di un senso crescente di minaccia, rappresenta veramente l’eccellenza del film.

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