Categorie



Questa pagina fa parte di:

  • Le stanze della scrittura. Percorsi letterari nei musei italiani →

Nato nel 2015 all’interno della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Spazi900 è stato in Italia il primo museo dedicato alla letteratura italiana contemporanea allestito in una grande biblioteca pubblica. Concepito come uno spazio vivo e in continuo ampliamento, il percorso espositivo mette in mostra documenti archivistici, prime edizioni, oggetti e ‘luoghi’ capaci di raccontare autori e forme della scrittura novecentesca. In questa intervista, realizzata il 17 giugno 2025 nei locali della Biblioteca Nazionale, Eleonora Cardinale, responsabile dell’Ufficio Archivi e Biblioteche letterarie contemporanee e curatrice scientifica del museo letterario Spazi900, ripercorre la genesi del museo, le sue finalità, il suo ruolo nella valorizzazione del patrimonio letterario italiano contemporaneo.

 

Corinne Pontillo: Come nasce l’idea di Spazi900 e a partire da quali collezioni?

 

Eleonora Cardinale: Spazi900 nasce da una specifica vocazione della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma verso il patrimonio letterario contemporaneo. C’è un punto fondamentale di inizio che lega la storia della biblioteca alla sede del Castro Pretorio, che è stata inaugurata nel 1975: all’epoca il direttore Emidio Cerulli, nel lavorare al progetto di trasferimento dalla sede storica del Collegio Romano alla nuova sede, volle creare un vero e proprio archivio della letteratura italiana contemporanea e di suo pugno scrisse ai maggiori scrittori e poeti per chiedere in dono le loro carte e i loro libri.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →

Categorie



Questa pagina fa parte di:

«Sedia con corpo adagiato»: questa la didascalia ipotizzata da una curiosa e colta coppia di visitatori alla Biennale di Venezia dinnanzi al corpo stanco della signora Augusta Proietti, abbandonato su una sedia nell’attesa del marito Remo, impegnato nella ricerca di viveri di conforto per lenire la fatica estiva del turismo culturale.

La scena del celebre e sempre attuale episodio di Le vacanze intelligenti (1978) è richiamato in Display. Luoghi, dispositivi, gesti, lodevole saggio firmato da Elisabetta Modena per i tipi di Einaudi (2024), ricordando un episodio che ha coinvolto l’autrice in prima persona in occasione della mostra La Grande Madre, a Palazzo Reale a Milano nel 2015: seduta in una delle sale espositive la studiosa stava allattando la figlia quando una visitatrice le chiese se lei e la bambina fossero parte dell’installazione. Proprio come accade all’attrice Anna Longhi nel film, l’autrice e la sua bambina sono state oggetto di una lettura determinata dal contesto, il quale ha agito come ‘cornice’ tanto qualificante quanto ambigua. Tutt’altro che occasionale nelle cronache d’arte contemporanea recenti – basti pensare ai fraintendimenti per cui alcune opere sono travolte nelle pratiche di pulizia nelle sale museali – negli ultimi decenni l’equivoco dello sguardo ha saputo essere un grimaldello capace di rendere evidente la natura intricata dell’atto espositivo, gomitolo interdisciplinare che Modena prova a dipanare.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →

Categorie



Questa pagina fa parte di:

Non sono un uomo di patria.

Non credo nelle nazionalità.

Nella maggior parte dei casi si tratta

solo di resti distorti del passato.

Georges Simenon

 

 

Otto viaggi di un romanziere è il titolo della mostra, allestita presso il Cinema Modernissimo di Bologna, dedicata a Georges Simenon, visitabile dal 10 aprile 2025 all’8 febbraio 2026 a cura di Gian Luca Farinelli e John Simenon, figlio di Georges e Denyse Ouimet, seconda moglie dello scrittore. Il percorso si snoda secondo un criterio geografico attraverso i luoghi di Simenon, a partire dalla natìa Liège, in Belgio, fino alla Parigi cosmopolita degli anni Venti, passando per gli Stati Uniti, la Svizzera e l’Italia. Varcare la soglia del Modernissimo per visitare la mostra equivale a immergersi in una mappa interiore e sentimentale tanto vasta quanto profonda: ciò che si propone non è una mera esposizione di documenti o reliquie letterarie, ma un’esperienza immersiva, sensoriale, intellettualmente densissima, capace di restituire la complessità di un autore che ha fatto della scrittura un atto di esplorazione radicale dell’umano e delle sue zone d’ombra. Ogni sezione della mostra, orchestrata con rigore filologico e profondità curatoriale, corrisponde a una tappa non solo temporale, ma anche esistenziale, in cui vita e opera si intersecano e si rifrangono l’una nell’altra.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →

Categorie



Questa pagina fa parte di:

Dopo il successo delle tappe di Roma, Napoli, Torino, la mostra su John Ronald Reuel Tolkien approda a Catania, al Palazzo della Cultura, e concluderà il suo percorso itinerante a Trieste nell’autunno 2025.

La narrazione immersiva e museale di Tolkien è tripartita come il suo sottotitolo Uomo, professore, autore – e si distingue per l’ampiezza del progetto, che intende differenziarsi dalle celebri esposizioni internazionali di Oxford (2018), Parigi (2020) e Milwaukee (2022), incentrate sulla produzione letteraria dello scrittore. Questa edizione, tutta italiana, mette infatti al centro la dimensione umana, accademica e creativa dell’autore, offrendo al visitatore uno sguardo inedito e profondo sull’uomo dietro la penna. L’esposizione propone un percorso intermediale e transmediale; lo rivela passo dopo passo la compresenza di media stratificati quali manoscritti autografi, lettere private, telegrammi, fotografie, disegni, schizzi, acquerelli e memorabilia, insieme a tutto ciò che è nato attorno al fenomeno Tolkien: arte, musica, cinema, giochi, fumetti. È una mostra di grande respiro che racconta l’universo dello scrittore inglese tramite documenti inediti e materiali originali, molti dei quali mai esposti prima in Italia.

La prima parte dell’itinerario espositivo si apre con le lettere, dalle quali emerge l’immagine più intima di Tolkien: figlio, studente, uomo. Missive, cartigli, telegrammi, ma anche assegni e documenti privati tracciano un autoritratto involontario, umano, affettuoso, talvolta malinconico. In particolare, le lettere del padre spirituale Francis Xavier Morgan mostrano quanto il giovane Ronald abbia ricevuto in eredità, più che un semplice sostegno economico, una lezione morale e spirituale fatta di generosità, di perdono e di senso del dovere.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →

Categorie



Questa pagina fa parte di:

Abstract: ITA | ENG

L’esposizione "Il mito di Prometeo, dagli antichi ai moderni" ha avuto come intento quello di raccontare le tappe di un percorso volto a ricostruire il mito di Prometeo a partire dalle edizioni antiche e moderne di Esiodo ed Eschilo sino alle riscritture moderne e contemporanee di P. B. Shelley, Carl Spitteler e André Gide. Il contributo si sofferma sulle strategie e sulle scelte che hanno portato alla realizzazione della mostra nelle due diverse sedi, la Biblioteca universitaria Lugano e la Biblioteca cantonale di Lugano, con particolare attenzione al concetto di intermedialità. 

The exhibition ‘Il mito di Prometeo, dagli antichi ai moderni’ has the aim to illustrate the stages of a journey that recreates the mith of Prometheus, from the ancient and modern editions of Esiodo and Eschilo works to the modern and contemporary rewritings from P. B. Shelley, Carl Spitteler and André Gide. The contribution focuses on strategies and choices that led to this exhibition, in its two locations, Biblioteca universitaria Lugano and Biblioteca cantonale of Lugano, with a focus on the notion of intermedial approach. 

La mostra bibliografica Il mito di Prometeo, dagli antichi ai moderni è nata da un’idea del micro-gruppo ‘Miti in migrazione: intermedialità del mito’, nell’ambito del Progetto culturale ‘Convergenza e distanza’ della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’Università della Svizzera italiana. La scelta di esporre alcuni volumi posseduti dalle Biblioteche, così come la loro disposizione all’interno delle teche, è legata anche ad un altro evento organizzato dal micro-gruppo dal titolo Mito e intermedialità, nel quale sono intervenuti Piero Boitani, professore emerito di Letterature comparate all’Università La Sapienza di Roma, Irina O. Rajewsky, docente all’Università di Mainz e Peppino Ortoleva, già professore di Storia e teoria dei media all’Università di Torino. Il concetto di intermedialità, ovvero la compresenza di due o più media, sistematizzato da Rajewsky, emerge chiaramente dalla presenza all’interno dell’esposizione di libri illustrati moderni e di xilografie inserite nei libri antichi.[1]

La Biblioteca universitaria Lugano, la Biblioteca cantonale di Lugano e la Biblioteca Salita dei Frati hanno collaborato all’iniziativa, mettendo a disposizione gli esemplari custoditi nelle loro Biblioteche.

L’intento dell’esposizione è stato quello di far conoscere, non solo ad un pubblico strettamente accademico ma ben più ampio, le edizioni sul mito di Prometeo presenti sul territorio, al fine di valorizzare i fondi librari in cui sono inserite e di mostrare come lo stesso mito si sia modificato nel corso del tempo ad opera di autori antichi e moderni.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →

Categorie



Questa pagina fa parte di:

Abstract: ITA | ENG

L’articolo, che ha lo scopo di introdurre l’omonimo fascicolo monografico, indaga la ricezione del mito di Prometeo, nella sua mobilità non solo diacronica e diatopica, ma anche intermediale. Nel ripercorrere le recenti acquisizioni metodologiche degli studi intermediali, e nel sottolinearne la crescente importanza, il contributo mette in luce la prolifica fortuna della figura di Prometeo attraverso diversi media, dalla letteratura e il teatro fino al cinema, i videogiochi e i meme contemporanei, che ne determinano trasformazioni sostanziali. L’instabilità, caratteristica costitutiva della fortuna del mito, nel caso di Prometeo è legata anche alla mancanza di un solido e unico testo sorgente; la cangiante molteplicità del Titano lo rende una figura emblematica per analizzare i meccanismi complessi della ricezione intermediale.

The article, which aims to introduce the current monographic issue, explores the reception of the mythical figure of Prometheus from an intermedial perspective. By retracing recent methodological developments in intermedial studies and emphasizing their growing significance, the contribution highlights the prolific reception of Prometheus across different media, including literature, theatre, cinema, video games, and contemporary memes, all of which contribute to significant transformations of the myth. Instability, a defining characteristic of the myth’s reception, in the case of Prometheus is also linked to the absence of a single authoritative source text. The Titan’s multiplicity thus makes him an emblematic figure for analysing the complex mechanisms of intermedial reception.

Una didascalia in sovraimpressione nella sequenza iniziale di Oppenheimer informa lo spettatore, eventualmente ignaro di trovarsi di fronte all’ennesima metamorfosi del mito, che «Prometheus stole fire from the gods and gave it to man. For this he was chained to a rock and tortured for eternity». Il riferimento al Titano, già presente nel titolo della biografia scritta da Kai Bird e Martin J. Sherwin sulla quale è basata la sceneggiatura del film di Christopher Nolan (American Prometheus. The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer, 2005), rientra in una casistica verso la quale già Schelling attirava l’attenzione: «La mitologia è essenzialmente qualcosa che si muove».[1] Immunizzato dalla catastrofe del nazismo nei confronti delle ipostatizzazioni del mito, Hans Blumenberg avrebbe neutralizzato il «mito della mitologia» risolvendo quest’ultima nella storia dei suoi effetti: «L’originario rimane un’ipotesi, l’unica base per verificare la quale è la ricezione»;[2] assunto in seguito echeggiato dalla mitocritica più avvertita, che muove dall’ipotesi «d’un sens non inhérent au(x) mythe(s), mais généré en perpétuelle réinvention à partir de la situation du sujet énonciateur».[3]

Se la «mobilità diacronica e diatopica»[4] del mito in generale è ormai un dato acquisito, non lo è altrettanto, o non a sufficienza, la dimensione mediale di tale mobilità. Come ha osservato una studiosa particolarmente sensibile alla questione, «le jeu des prismes interprétatifs est parfois d’une complexité qui repose bien plus que de l’intertextualité littéraire».[5] Ovviamente non godono più di credito semplificazioni come quella che relegava il mito alla sfera dell’oralità, attribuendo alla scrittura un’implacabile funzione demitizzante; per quanto, naturalmente, si continui ad attribuire un ruolo fondamentale all’oralità nei circuiti intermediali dell’antico.[6] È però un dato di fatto che l’attenzione all’intermedialità del mito stenta ancora ad affermarsi, per quanto da questo studio potrebbero trarre beneficio non solo le ricerche sulla tradizione del classico (alle quali aggiunge alcune tessere il contributo di Guido Milanese presente in questo fascicolo), ma anche gli stessi studi di intermedialità, troppo spesso appiattiti su un ‘presentismo’ dimentico del radicamento e della profondità storica delle questioni.

* Continua a Leggere, vai alla versione integrale →

1 2 3